Marc Bloch.
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La strana disfatta.
Testimonianza del 1940.
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Titolo originale: L'trange dfaite. 1940.
Traduzione di: Raffaella Comaschi.
1995 Giulio Einaudi Editore, TORINO.

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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Redatta tra il luglio e il settembre 1940, questa "testimonianza" di Marc Bloch rivela - oltre la figura dello storico e dell'universitario - la personalit di un uomo pienamente coinvolto nelle vicende del suo tempo. In un momento di tragica crisi dell'Europa e di amare delusioni per molte nazioni che vivono l'oltraggio della potenza nazista, Bloch rintraccia in profondit, di l dalle contingenze del conflitto militare, le pochezze morali e i ritardi culturali di un mondo avviato ad un umiliante fallimento. Fra le pieghe di una riflessione quasi privata emerge una importante lezione di storia contemporanea.
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Indice.
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Introduzione di Silvio Lanaro
Parte prima. La strana disfatta. 
1. Presentazione del testimone. 
2. La deposizione di un vinto. 
3. Esame di coscienza di un francese
Parte seconda. Il testamento di Marc Bloch
Parte terza. Scritti clandestini. - Appendici.
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FINE Indice.
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Introduzione. di Silvio Lanaro.
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1. Proemio.
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Nel 1946 Lon Werth, un epigono del naturalismo formatosi alla scuola comunarda e dreyfusista degli Octave Mirbeau e dei Jules Valls, pubblica una Dposition che ambisce a presentarsi - pi che come un diario delle sue vicissitudini private nel 1940-44 - come un resoconto di tutte le sciagure che affliggono la Francia negli anni della guerra e dell'occupazione tedesca. 6 settembre 1940:
 
Lucien Febvre ha una casa di campagna vicino alla mia. I suoi due cedri giganti ora gli donano solo un piacere intriso di amarezza. Racchiusa da una conca di avvallamenti, che salgono con dolcezza verso crinali aspri e spogli, la casa non  pi per lui un asilo inviolabile. La storia vi entra dentro, e non attraverso gli archivi. L'uomo  abituato a rimetterla insieme frammento per frammento. Ma ora essa si svolge intorno a lui, si fa da sola. Forse egli rimprovera alla scienza di non offrirgli una chiave degli avvenimenti. Ma, alla fin fine, non ha bisogno di chiavi. Gli basta la sua santa collera di contadino della Franca Contea1.
Che Febvre sia in preda a una "santa collera"  fuori di dubbio, anche se magari essa  soltanto "platonica", per riprendere un aggettivo scelto da lui stesso per connotare i furori di quegli anni; altrettanto sicuro  che egli condivide le reazioni di Marc Bloch, il quale l'8 luglio precedente - quando  tornato da appena sei giorni alla vita borghese dopo l'avventuroso sbarco di Cherbourg, e soprattutto dopo il bruciante schiaffo dell'armistizio - gli scrive con animo affranto che " perfettamente inutile discutere gli avvenimenti: essi oltrepassano in orrore e umiliazione tutto ci che potevamo immaginare nei nostri incubi peggiori"2.
Eppure, nonostante l'ira comune e l'abituale cortesia degli scambi epistolari, la disparit di vedute fra i due fondatori delle "Annales" non potrebbe essere pi recisa. L'uno, che ha sessantadue anni, al massimo si rammarica di non aver contribuito in modo alcuno alla difesa del proprio paese; l'altro, che avendone cinquantaquattro non  propriamente giovane neppur lui, si  arruolato volontario nei reparti combattenti - con il grado di capitano di stato maggiore - e per non arrendersi ai Tedeschi  approdato in Inghilterra tuffandosi nella sacca di Dunkerque. L'uno ritiene che sia giunta l'ora dell'espiazione e del silenzio, l'altro - che proprio in quei giorni si accinge a redigere L'trange dfaite -  convinto che per rimediare a un disastro occorra innanzitutto comprenderne le cause.
Qualche screzio a questo proposito  d'altronde gi affiorato, dietro lo schermo delle innocue gelosie accademiche. Alla fine del 1939, pi che altro per non perdere l'entranement, il capitano Bloch annuncia di voler scrivere un'Histoire de la socit franaise dans le cadre de la civilisation europenne, e subito Febvre lo informa di aver firmato con Gallimard il contratto per un'Histoire sociale de la France, non senza aggiungere - un po' ipocritamente - che in ogni modo egli avrebbe concluso la sua opera pi tardi. Bloch, a questo punto, perde la calma:
 
Io sto attraversando una crisi di abbrutimento, o se preferite di depressione nettissima del tono intellettuale [...]. Vi concorrono soprattutto i fastidi continui, l'atmosfera della mensa, quella dell'ufficio, la scomodit di una camera insufficientemente riscaldata, la lontananza dai miei e poi, santo Dio, lo stato del mondo! Vi rendete ben conto di tutto questo quando sembrate immaginare il mio libro che supera il vostro in velocit, come se ci fosse di mezzo uno steeple-chase al quale io non ho mai pensato? Fatevi la vostra storia sociale della Francia, amico mio. La legger con passione. E la mia storia della Francia nel quadro della civilt europea - qual che ne sia il titolo finale - a quell'epoca sar ancora nel limbo, ritengo. Non rischio proprio di arare lo stesso campo che arate voi, solco contro solco, perch credo che per molto tempo - anche se non oso fissare una data - non arer proprio niente3.
A Febvre la guerra piomba addosso come una bousculade improvvisa, e la sconfitta lo colpisce come una catastrofe inesplicabile: forse, nonostante il generoso plurale con cui il collega accredita la sterile preveggenza degli intellettuali francesi, appartiene a coloro che hanno creduto nell'ottimismo di un'opinione pubblica addormentata, nelle rassicurazioni menzognere dei governanti, nel pugnace risveglio di una borghesia diventata veule con il successo del Fronte popolare. Bloch invece  assai pi smaliziato, perch a dispetto delle sue insofferenze per l'histoire historisante possiede uno straordinario fiuto diagnostico e una rara capacit di analisi delle congiunture. Secondo Raymond Aron, che lo incontra con Marcel Mauss nella primavera del 1939 - cio prima che sia stato siglato il patto Ribbentrop-Molotov - egli dimostra "con un rigore impressionante" che "la guerra scoppier entro pochi mesi"4.
Nell'estate successiva, per giunta, decide di sfollare e di trasferire la famiglia presso Guret, a una ventina di chilometri dalla casa di vacanza di Dorgres, diffondendo la sensazione di nutrire - come osserva il figlio Etienne - "una fiducia nella vittoria finale meno incrollabile di quella che professava"5 per tener quieti i congiunti.
Del resto, era gi accaduto che questo mite frequentatore di carte intuisse rapidamente gli sviluppi compulsivi di una situazione politica. Il 12 aprile 1938, per esempio, giusto un mese dopo l'ingresso di Hitler a Vienna e due giorni dopo il plebiscito di ratifica dell'Anschluss, egli aveva ritirato la propria adesione a un volume miscellaneo in onore dello storico austriaco Alfons Dopsch, uno studioso di idee pangermaniste ma non compromesso con il nazismo; le parole che in quell'occasione aveva indirizzato a Edna Patzelt, curatrice dei Mlanges, evocavano le imminenti persecuzioni antisemite con accenti quasi profetici (e valgono oggi da replica a chi reputa ingenuamente di doverlo scagionare dall'accusa di aver vissuto con disagio la propria condizione di ebreo):
 
Dopo l'invio del mio contributo, si sono prodotti alcuni avvenimenti che rischiano di togliere alla manifestazione prevista i caratteri di libert intellettuale e di sana fraternit scientifica dai quali doveva attingere il proprio significato. Io non riesco a ignorare le persecuzioni che hanno raggiunto illustri scienziati austriaci, forse fra gli stessi che contavano di associarsi al nostro omaggio comune. In queste condizioni stimo assolutamente impossibile mantenere un'adesione che temo possa essere fraintesa e interpretata come un atto di piaggeria.  senza dubbio la soluzione migliore, per tutti, che un autore con la mia nazionalit, le mie idee e il mio nome non figuri tra i collaboratori di un'opera stampata a Vienna e dedicata a un maestro austriaco. Mi vedo dunque costretto, con grande disappunto, a pregarvi di restituirmi la mia libert, ed esprimo il desiderio formale che il mio articolo non compaia nella Festgabe6.
Infine, anche indipendentemente dalle motivazioni etiche e civili Bloch  sempre stato incuriosito dalle guerre, e non tanto dall'aspetto tecnico-militare dei conflitti quanto dalla loro attitudine a esplicitare - semplificandoli - i meccanismi elementari che permettono a una societ di funzionare: il comando, la distribuzione dei ruoli, il gregariato, l'efficienza dei servizi, lo spirito organizzativo, l'impianto gerarchico, la solidariet di classe, di generazione, di residenza... I suoi Souvenirs del 1915, da questo punto di vista, sono un'opera esemplare. Scritti per uso personale da un trentenne che non vuol dimenticare una stagione cruciale della propria esistenza - rimarranno inediti, infatti, fino al 1969 - tutto contengono fuorch giudizi sugli eventi bellici in quanto tali: seguono uno schema rigorosamente cronistico, e a una prima lettura rivelano soprattutto i pregi letterari di uno stile assorto e trasognato, come di chi stenti a credere che certe cose sono veramente accadute. Eppure, nel 1914, Bloch  gi uno studioso maturo, un ricercatore che ha pubblicato almeno tre saggi che anticipano la novit del suo modo di intendere la storia insieme con gli interessi - per i grandi movimenti collettivi, per la servit nel Medioevo, per la natura delle obbligazioni feudali, per i rapporti fra ambiente fisico e mutamento della societ - che poi lo accompagneranno per tutto il resto della vita: Blanche de Castille et les serfs du chapitre de Paris (1911), Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit fodal (1912), L'le-de-France: les pays autour de Paris (1913)7.
Se appena si rileggono le memorie, allora, tenendo presente il contesto rappresentato dalla cultura del loro autore - con le sue predilezioni, le sue impazienze, le sue certezze interiori - si pu scoprire il diario di guerra forse pi affascinante che la Francia abbia lasciato in eredit ai contemporanei.
Quelle cinquantasei pagine - una sequenza narrativa che si arresta al luglio del 1915 - sono innanzitutto qualcosa di profondamente diverso da una testimonianza, o da ci che s'intende di norma quando si adopera una parola simile: sono la storia di un'autoeducazione, di una svolta esistenziale, di un programma di lavoro per il futuro e di una verifica sul campo della validit di categorie ermeneutiche gi acquisite dall'atelier di uno che esercita il mtier d'historien. Certo anche altri memorialisti - penso soprattutto a Marc Boas-Boasson - raccontano le tappe di una trasformazione e restituiscono alla fine un "ego" irriconoscibile o addirittura sfigurato8: ma Bloch non cambia idea sull'indole della guerra e sul comportamento dei generali, analizza la morfologia e l'evoluzione di un paese-nazione-stato - attraverso l'affinamento del proprio modo di percepirle - nel vivo di una contingenza eccezionale che accelera i processi di mutamento e al tempo stesso "svela" l'intima struttura delle istituzioni sociali.
Nelle prime settimane di campagna il giovane sergente - pur sospinto com' da un fiero spirito patriottico - sembra scarsamente interessato alla vita dei poilus del proprio battaglione, ai loro comportamenti quotidiani, alle loro vicende individuali e familiari, al loro stesso "morale" di soldati: i sentimenti che lo toccano - relativamente all'elemento umano del paesaggio, per cos dire - sono l'irritazione per le marce interminabili che non preludono mai a una battaglia o a un incontro col nemico, e parallelamente la compassione per le colonne di contadini - "spaesati, storditi, spintonati dai gendarmi, importuni, penosi" - in fuga davanti a un invasore dal quale nessuno  in grado di proteggerli. Puntiglioso e indagatore, intanto,  lo sguardo che egli concentra sul territorio e sulla struttura degli insediamenti rurali. Anche se dichiara di possedere una memoria sfocata e poco prensile, non dimentica un solo toponimo e descrive accuratamente la fisionomia di tutti i villaggi per cui gli capita di transitare. Velosnes  costruita intorno a una piazzetta in mezzo alla quale troneggia un lavatoio; Montmdy "alza le sue mura costellate di bastioni sopra alcuni scoscendimenti erbosi"; a Larzicourt, tutta foderata di pietra bianca, "i frutteti producono prugne squisite"; Hauzy, un bosco ceduo "dove gli alberi di alto fusto sono rari e anche i cespugli sono poco folti, occupa la parte pi alta della gobba di terreno che separa l'Aisne e la Tourbe".
 
Florent  un luogo delizioso. Alcuni grandi alberi, il cui fogliame - quando li vidi per la prima volta - si tingeva gi di giallo e di rosso, riparano con la loro ombra la vasta piazza della chiesa. Prati tenuti a melo circondano il villaggio. Dietro questa cintura di frutteti cominciano i boschi, fitti soprattutto verso nord. A sud s'infossa una valletta incisa fra due scarpate, dove fontane d'acqua limpida zampillano nell'erba ai piedi dei cespugli9.
Quest'uomo, in breve, che ricorda persino il nome di una fattoria intravista di sfuggita, ripercorre con procedure itineranti la Francia che ha imparato sui libri. Naturalmente, le scoperte pi preziose sono quelle in cui la geografia si allaccia alla storia, perch il paesaggio entra in simbiosi con il manufatto architettonico e con il lavoro, la fede, la sofferenza degli uomini. La-Neuville-au-Pont, cos, diventa un piccolo traslato della patria:
 
Si tratta di una grossa borgata dove il secondo corpo, durante il suo soggiorno nelle Argonne, ha stabilito il quartier generale.  attraversata dall'Aisne. La stazione ferroviaria, a cui si giunge percorrendo un viale alberato, si trova sulla riva sinistra, ma la maggior parte dell'abitato occupa i pendii ripidissimi della riva destra. Dalla viuzza in cui alloggiavamo sempre, si scendeva fino ai bordi dell'acqua attraverso un piccolo sentiero. Noi lo prendevamo per andare a sbarbarci, quando ne avevamo il tempo e la possibilit. Qualche volta ho seguito il fiume lungo il tratto a valle, che scorre fra i ceppi, talvolta quasi secco e talvolta gonfio fino a inondare gli argini a seconda che le chiuse a monte sono sbarrate o spalancate. La chiesa s'innalza in mezzo alla piazza centrale.  antica. Nelle parti fondamentali risale al periodo gotico. La sua planimetria  semplice, e non ha transetto. La navata centrale, sormontata da due campanili quadrati, si appoggia saldamente su due corpi laterali. Alcuni contrafforti, che i maestri muratori del luogo preferiscono agli archi a spinta, pi leggeri ma pi difficili da installare, sorreggono dall'esterno lo slancio delle volte. Sobria, robusta, un po' tozza,  palesemente una chiesa rustica, e tuttavia non difetta di tocchi eleganti: il portale a ovest, decisamente gotico, i portali a nord e a sud, dove si affaccia il Rinascimento, tutti e tre ricchi di decorazione ma privi di eccessi ornamentali, sono un incanto di finezza e di levit vigorosa. Io ricordo sempre con emozione la chiesa di La Neuville. Pi di una volta, di ritorno dalle trincee, vi ho assistito alle cerimonie religiose in suffragio degli uomini del 272 che erano caduti davanti al nemico. La rivedo bene, la modesta navata, con le sue volte imbiancate a calce, i massicci banchi di legno dove si assiepavano i soldati, l'espressione seria dei miei vicini, i loro gesti esausti e un po' sonnolenti, perch era mattina e noi avevamo un gran bisogno di sonno, avendo vegliato le notti precedenti in prima linea. Ho sempre creduto di adempiere a un dovere di piet, commemorando i nostri morti. Che m'importava dei riti10?
Il riserbo e persino l'antipatia con cui Bloch, inizialmente, tratta i commilitoni, dipendono dalla sua avversione per l'irragionevolezza, il disordine, l'approssimazione, la noncuranza dei dettagli, la superficialit. Non gli garba che lo scarto di un cavallo provochi un pandemonio, con i soldati terrorizzati che devono essere costretti a inastare le baionette perch la paura di un pericolo inesistente non li induca a spararsi addosso reciprocamente; non gli piace sciupare munizioni con raffiche di fucileria solo perch un cecchino tedesco, evidentemente annoiato, ha tirato qualche colpo a casaccio; non trova formule di comprensione per il fante che in trincea, durante un attacco nemico, vorrebbe che egli spostasse il ventre che poggia sulle sue gambe - rattrappite dai crampi - a costo di esporsi alle pallottole e alle granate.
A mano a mano che la truppa si dota di un sistema di regole, per, e magari sopperisce con l'ingegno o con il coraggio alla mancanza di mezzi materiali, l'atteggiamento muta fino a rovesciarsi in affetto e in sincero spirito di fraternit. Quando due soldati del suo plotone riescono a costruire una rete di filo spinato, pur essendo privi delle pinze necessarie, egli non riesce a nascondere il proprio compiacimento. Quando cade G., un minatore del Pas-de-Calais che si  scelto come vicino di boyau perch conversa in modo colorito e soprattutto compensa con la sua vista acutissima la miopia del superiore, pu esclamare che "per la prima volta in questa campagna" il suo cuore  in lutto "per un autentico amico"11.
Da allora in poi i ritratti - ora pungenti, ora affettuosi, ora commossi - sostituiscono sempre pi spesso i palinsesti della stratigrafia rurale: ecco il tarchiato M., marciatore infaticabile ma poco in confidenza con le scarpe, che scorrazza a piedi nudi per tutte le strade della Lorena e della Champagne; il piccardo D., fermamente convinto che chiunque si getti il pastrano sulle spalle senza infilare le braccia nelle maniche nasconda l'amputazione degli arti superiori; il piagnucolante V., che si diverte poco sotto le armi - come peraltro i suoi compagni - e parla di se stesso solo in terza persona definendosi "il povero martire"; F., vinaio alla Bastiglia, analfabeta ma straordinariamente comunicativo e carismatico.
Bloch incomincia anche a misurare la robustezza dei vincoli, pattizi o no, che creano un tessuto sociale e comunitario: il cameratismo, innanzitutto, e poi la complicit, il prestigio, l'altruismo, l'orgoglio municipale, la pietas per i morti, il rispetto cosciente dell'autorit12.
Capisce come si deve esercitare il comando, in primo luogo: quando si ordina ai sottoposti di compiere un'azione rischiosa, osserva per ottenere che sia eseguita correttamente occorre saper dare l'esempio. Beninteso, egli rimane sempre uno che non ragiona "a buon mercato": quando deve ricomporre il cadavere di L. che ha il cranio sfracellato, e ne raffigura l'aspetto orripilante con stilemi che sembrano tratti da Le feu di Henri Barbusse, si affretta ad aggiungere con scrupolo - non essendo appunto Barbusse - di aver provato "un'emozione assai minore nel vedere la sua povera testa che nel trovare pi tardi dentro un portamonete la fotografia dei suoi bambini"13.
Quando viene congedato per la prima volta, il 5 gennaio 1915, ormai lo storico alsaziano conosce la Francia per davvero: fango, erba, alberi, fiumi, alture, foreste, agglomerati urbani, e insieme dialetti, costumi, mentalit, timori, speranze, illusioni, umori politici e culture regionali. Non  esagerato supporre che i Caractres originaux de l'histoire rurale franaise nascano anche da questa esperienza terragna e vagabonda, come  lecito ritenere che la "rabbia" da cui sgorga il "processo verbale" dell'trange dfaite sia imparentato con lo scempio di quell'"idea della Francia" che l'autore si era formato nel 1915.
 
 
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2. Il processo verbale.
 
 difficile classificare un libro come L'trange dfaite in termini di "genere". Certo,  un tmoignage, come l'autore stesso precisa nel sottotitolo, ma  anche un saggio d'histoire immdiate, una confessione autobiografica, un pamphlet, un vibrante appello alla riscossa nazionale. Ci che gli conferisce coerenza  la mano esperta di colui che lo scrive, e che riesce a non smarrire mai il filo di un'argomentazione stringente e rigorosa.
Ma perch  "strana" (l'aggettivo, se non m'inganno, compare per la prima volta in una lettera a Michel Mollat del 4 dicembre 1939)14 la disfatta francese che si consuma nel giro di trentasette giorni, fra il 10 maggio e il 16 giugno 1940?
Perch  istantanea, totale, esclusa da ogni ragionevole pronostico: "Vinceremo perch siamo i pi forti" - racconta Bertrand de Jouvenel -  lo slogan che si leggeva in un manifesto fatto affiggere dal ministero delle Finanze, e in cui una grande carta geografica mostrava a tinte chiassose come Francia e Inghilterra controllassero il 35 per cento dell'orbe terracqueo.
Nonostante i suoi presentimenti, ribaditi a Henri Berr il 29 gennaio 194015, anche Bloch coltiva all'inizio una timida speranza di vittoria, tant' vero che si accorda con l'editore Albin Michel per incollare sulla copertina del secondo volume della Socit fodale - La formation des liens de dpendance, finito di stampare proprio il 17 gennaio - un cartoncino con la dedica "All'esercito, da parte di Marc Bloch".
Fino a qui si potrebbe trattare di un semplice gesto di incitamento e di augurio, alieno come tale da ogni previsione, ma ancora nell'autunno precedente l'illustre sorbonnard ha approvato ripetutamente la strategia del quartier generale illustrandola al figlio che  appena rientrato da un soggiorno in Inghilterra.
Talora egli impartisce lezioni di tattica, ostinatamente ligie alla dottrina pi ortodossa e tradizionalista:
 
Non  affatto consigliabile avviare le ostilit prima della fine di una mobilitazione. Esistono due tappe: a) mobilitazione, b) concentrazione. Immagina per esempio che noi facciamo la guerra alla repubblica di Andorra. Un reggimento si mobilita (cio riceve il suo complemento di uomini e di materiale, o pressapoco tutti i suoi uomini e il suo materiale): a Bonnat, facciamo finta. Successivamente lo si invier in una posizione tale da consentirgli di prender parte agli scontri con gli Andorrani, e questa seconda fase di trasporto sar la concentrazione. Ora, che noi oggi siamo in concentrazione non  un segreto per nessuno, perch la cosa va da s.
[...] In breve: a) la potenza di fuoco  considerevolmente aumentata, in particolare con l'invenzione delle armi automatiche: ricordati sempre che nessun reparto che non sia protetto da una blindatura avanzer mai in un nido di mitragliatrici; b) le ferrovie e lo sviluppo delle strade permettono di far giungere molto pi in fretta le riserve sui punti minacciati; c) munite di armi automatiche e di fortificazioni in cemento, le posizioni difensive sono estremamente difficili da sfondare, e se sono continue impossibili da aggirare; d) esistono i carri, le "divisioni corazzate", ma esistono anche gli ostacoli anticarro assai difficili da distruggere, e i cannoni anticarro, che sono pericolosissimi16.
Altre volte elogia la linea attendista degli alti comandi, e sembra credere che siano state adottate contromisure efficaci per neutralizzare il piano Schlieffen:
 
Non sono assolutamente in grado di parlarti degli avvenimenti. So troppo poco. Penso che occorra prepararsi a una prova molto lunga [...]. Pare che abbiamo scelto una strategia molto prudente. Quando si sono visti i massacri del 1915 non si  portati a rimpiangerli.
[...] Militarmente so poco, e non posso neppure riferire il poco che so. Non tutto  perfetto, ma io ho la chiara sensazione: 1) che il comando  molto pi ragionevolmente incline a risparmiare il sangue degli uomini di quanto non fosse nel 1914; 2) che se i Tedeschi passeranno attraverso il Belgio questa volta non ci troveranno sorpresi dalla loro manovra17.
Come  noto, nel libro Bloch cambia radicalmente opinione: critica con severit il ricorso ai centri di mobilitazione (che rallenta l'equipaggiamento delle truppe, perch i centri devono approvvigionarsi a loro volta presso le caserme e i comandi di corpo d'armata); ammette che l'uso massiccio dell'aviazione - insieme con la velocit dei mezzi motorizzati -  in grado di vanificare qualsiasi potenza di fuoco; inveisce addirittura contro le fortificazioni in cemento, che vengono prese alle spalle dai carri armati con irrisoria facilit.
"Perch stupirsi - si domanda Franois Bdarida - se a dispetto della sua intelligenza Marc Bloch ha condiviso le illusioni dell'immensa maggioranza dei Francesi? Non era egli stesso, proprio per il mestiere che faceva, il primo a credere nella fallibilit e negli errori degli uomini?"18.
Ora, Bdarida ha ragione quando loda l'onest dello storico, che non esita a rivedere le proprie idee e senza accampare alibi si uniforma a nuovi criteri di condotta (fra l'altro, le pagine che seguono contengono un lungo monito a capire attraverso lo studio della storia, "scienza del mutamento", che gli avvenimenti non si ripetono mai nella medesima forma). Tuttavia, nella primavera del 1940 esistono in Francia almeno due personaggi pubblici di grande notoriet - il presidente del Consiglio Paul Reynaud e il sottosegretario alla Guerra Charles de Gaulle - i quali si impegnano strenuamente per modificare l'impostazione statica che intendono dare alla guerra Maurice Gamelin e la sua cerchia di vieillards. In un Memorandum recapitato il 26 gennaio a ottanta personalit del governo, del mondo politico e delle forze armate, De Gaulle anticipa persino nel lessico - dopo aver implorato invano per sei anni la creazione di un corpo corazzato - la denuncia degli sbagli, della sproporzione nelle risorse, dei cedimenti e del conservatorismo militare su cui si soffermer Bloch nel secondo capitolo dell'trange dfaite:
 
A nessun prezzo il popolo francese deve cadere nell'illusione che l'attuale immobilit militare sia consona al carattere della guerra in corso.  vero il contrario. Il motore conferisce ai moderni mezzi di distruzione una potenza, una velocit e un raggio d'azione di tale portata che questo conflitto sar presto o tardi connotato da movimenti, attacchi a sorpresa, irruzioni, inseguimenti la cui ampiezza e rapidit supereranno infinitamente quelle dei pi folgoranti episodi del passato... Non cadiamo in inganno! Il conflitto che  incominciato potrebbe essere il pi esteso, il pi complesso, il pi violento di tutti quelli che hanno sconvolto la terra. La crisi politica, economica, sociale e morale da cui  scaturito riveste una tale profondit, e rivela un tale carattere di ubiquit, che sfocer fatalmente in un rivolgimento completo della situazione dei popoli e della struttura degli stati. Ora, l'oscura armonia delle cose procura a questa rivoluzione uno strumento militare - l'esercito meccanizzato - esattamente proporzionale alle sue colossali dimensioni.  ora che la Francia tragga le sue conclusioni19.
Per quanto riguarda il presidente del Consiglio, lo scrittore che si scandalizza quando ode casualmente - il 26 maggio - il generale Blanchard accennare alla capitolazione, forse avrebbe potuto sprecare qualche parola di apprezzamento sul conto del povero Reynaud, che solo cinque giorni prima aveva minacciato di arrestare per alto tradimento l'ammiraglio Franois Darlan - secondo la testimonianza insospettabile dello stesso Darlan, suo accanito avversario - perch gli aveva trasmesso a nome di Gring una proposta di armistizio le cui clausole vantaggiose non sarebbero pi state reiterate20.
Ma Bloch ignora sia De Gaulle sia Reynaud. Per far maggiormente risaltare l'originalit dei propri giudizi? Perch non condivide la loro propaganda a favore di un'arme de mtier, e anzi vorrebbe estendere la coscrizione obbligatoria anche alle donne? Perch diffida di De Gaulle, ritenendolo un reazionario e un royaliste? Non saprei dire. Se ho insistito su alcuni nei dell'trange dfaite, e sull'ondeggiamento dei punti di vista dell'autore,  comunque perch mi preme sottolineare che l'eccezionalit dell'opera consiste nell'imponenza dell'affresco piuttosto che nell'attendibilit delle singole ipotesi, nella solidit complessiva dell'interpretazione piuttosto che nell'esattezza dei ragguagli particolari: insomma, con tutto ci che  stato scritto sul 1940 occorre ancora aprire queste pagine se si vuol ritrovare il quadro di una decomposizione morale, spirituale, tecnica e politica probabilmente senza paragoni nell'et contemporanea. "L'trange dfaite ci servir da guida - scrive Jean-Pierre Azma nel 1990 - per evocare i soldati del '40 senza dover passare attraverso le sciocchezze del tipo "nove mesi di gioco a briscola, sei settimane di corsa a piedi", oppure "l'esercito Ladoumgue" e via discorrendo"21.
A larghe spanne, la tesi di Bloch  abbastanza conosciuta: i motivi di una sconfitta ignominiosa vanno essenzialmente rintracciati nell'incapacit di comando e nello sfaldamento della societ francese, di cui sono epifenomeni la gerontocrazia, il metodo della cooptazione, la mancanza di senso di responsabilit, le chiusure corporative, il dilettantismo e l'improvvisazione dei collegamenti, la lentezza delle informazioni, l'ottusit degli ufficiali, la cultura da caserma, la pigrizia dei funzionari amministrativi, il disfattismo della borghesia e del proletariato, la vigliaccheria di chi "trova subito naturale essere battuto".
Non conviene riassumerne il contenuto, perch il libro chiede di essere letto, ma  pur necessario spendere qualche riga su quel capolavoro nel capolavoro che  il terzo capitolo - Examen de conscience d'un franais - dov' minuziosamente e impietosamente scrutinato il collasso di un'intera societ. " giusto - rammenta Bloch - che in un paese libero le filosofie sociali avverse possano combattersi liberamente. [...] La sventura della patria ha inizio quando non si comprenda la legittimit di questi conflitti"22: quando, cio, l'idea che il conflitto politico non possa essere produttivo ma soltanto distruttivo trascina un paese alla guerra civile o al suicidio per paralisi.
In Francia, la classe operaia ha progressivamente migliorato il proprio tenore di vita - sotto la guida di associazioni sindacali sempre pi maestose e potenti - ma si  subito asserragliata in un mediocre quanto tenace edonismo materialistico, si  limitata a tutelare le recettes conquistate, si  accontentata di "una politica salariale che quasi necessariamente porta ad ingigantire oltre ogni misura i piccoli interessi"; peggio, si  lasciata fuorviare da una "ideologia internazionalista e pacifista" che ha perduto ogni afflato umanitario, proclamando che tutte le guerre - anche le guerre di difesa - servono solo a riempire le tasche dei ricchi. Di qui alla negazione della solidariet nazionale - che in un'"antica collettivit" incivilita allo stesso modo  anche cooperazione tra gli "umili" e i "forti" - il passo  stato agevole e ineluttabilmente breve.
Dal canto suo la borghesia, costituita in grandissima parte - all'origine - dal ceto fondiario non aristocratico, ha sempre assistito all'ascesa delle classi subalterne come se si trovasse di fronte a un'incessante sottrazione di reddito: ci che i lavoratori guadagnavano essa perdeva in misura proporzionale. Quando la lotta sociale si  fatta dura, sotto i governi di Fronte popolare, la possidenza e i ceti intermedi si sono definitivamente persuasi che la democrazia - mai amata con sincero trasporto -  solo un ordinamento congegnato per legalizzare l'esproprio e mascherare l'arbitrio:
 
Dalle pesanti accuse al governo [la borghesia] passava, con moto sin troppo spontaneo, alla condanna della nazione che l'aveva scelto. Disperando, contro la sua stessa volont, dei propri destini, finiva per disperare della patria. [...] Gran parte di quelle che erano ancora le nostre classi dirigenti, tra le cui fila si annoveravano i capi d'industria, i pi importanti amministratori e la maggioranza degli ufficiali di riserva,  partita per la guerra con questa ossessione. Ricevevano gli ordini da un sistema politico che ritenevano corrotto sino alle midolla; difendevano un paese gi allora considerato incapace di resistere; i soldati ai loro ordini erano espressione di un popolo che ai loro occhi appariva degenerato23.
Concepita in stato di eccitazione affannosa, infine, L'trange dfaite avrebbe tutto il diritto di essere un testo grezzo, diseguale, un po' incondito. Invece abbonda di veri e propri gioielli dell'introspezione e della scrittura: piccoli saggi di sistemica politica (sui rapporti fra istituzioni rappresentative e apparati amministrativi), di psicologia sociale (sulla sindrome da eretismo che genera l'inettitudine), di storia dell'istruzione (sulle lacune dell'insegnamento scolastico), di teoria militare (sull'inadeguatezza della difesa "a cordone" nelle guerre di movimento). Alcune intuizioni precorrono di decenni gli accertamenti della storiografia - oggi normalmente circolanti - che sono costati investigazioni pazienti e soprattutto grevi amarezze etico-politiche: la segnalazione, per esempio, dell'indole "democratica" dell'esercito tedesco, dove le distanze fra la truppa e l'ufficialit sono state accorciate assai pi che negli eserciti alleati, e di rincalzo la constatazione che la classe politica nazista - al di l di ogni questione di valore - appare dotata di un dinamismo, di un'intraprendenza e di una "giovent" che le vengono dall'aver esautorato le vetuste oligarchie della Prussia guglielmina.  tuttavia il passaggio sull'impatto emotivo dei bombardamenti aerei il luogo in cui rifulge pi che altrove la professionalit magistrale dello studioso, abituato a scavare nei recessi delle mentalit, nel sottosuolo dei preconcetti e delle paure di massa. Non sar inutile riprodurne una parte, a sigillo di queste chiose sommarie:
 
Le bombe cadono molto dall'alto e la loro traiettoria appare, a torto, perfettamente verticale. Il gioco combinato del peso e dell'altitudine imprime loro un formidabile slancio, al quale anche gli ostacoli pi solidi paiono incapaci di resistere. Vi  qualcosa di inumano in tale direzione di attacco abbinata a una simile potenza. Al suo scatenarsi, come di fronte a una calamit naturale, il soldato china la testa convinto di non avere scampo. (In realt, un fosso, anche un "ventre a terra" eseguito al momento opportuno, possono assicurare una buona protezione contro le schegge [...]). Il rumore  intollerabile, selvaggio, estenuante: sia il sibilo, volontariamente intensificato, sia le detonazioni che scuotono il corpo fino alle midolla. La stessa deflagrazione, che smuove l'aria circostante con inaudita violenza, imprime negli animi un senso di lacerazione cui corrisponde sin troppo bene lo spettacolo dei cadaveri atrocemente dilaniati e insozzati sino all'orrore dalle tracce dei gas prodotti dall'esplosione. Sempre l'uomo teme la morte, ma mai l'idea della propria fine gli appare tanto intollerabile come quando ad essa si aggiunga la minaccia di un totale annientamento del proprio essere fisico; l'istinto di conservazione non conosce forse forma pi illogica di questa, ma neppure tanto profondamente radicata24.
 
 
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3. Letture sinottiche.
 
Fortunatamente, il libro di Marc Bloch in presa diretta - o in tempo reale, come si preferirebbe dire oggi - non  un solitario fiore del deserto ma cresce su un terreno dove fermentano abbozzi di analisi che ne arricchiscono la trama e il disegno. Stesa di getto nell'estate del 1940, ma stampata solo nel 1946, L'trange dfaite pu risentire solo marginalmente - o non risentire affatto - di scritti coevi usciti all'estero o di instant books pubblicati in Francia poco pi tardi e improntati a considerazioni analoghe, sia pure sotto il velo della prudenza che esigono da una parte il regime di occupazione e dall'altra la "collaborazione di stato" del maresciallo Ptain: dunque la sua lucidit e compiutezza trovano conferma nella sintonia involontaria di alcuni grandi rappresentanti della cultura europea, stretti idealmente dalle affinit intellettuali in una sorta di "internazionale" liberal-democratica.
Nell'estate del 1939 Arthur Koestler - appartatosi in una villa diroccata a La Roquebillire, poco distante dal confine italiano - lavora agli ultimi capitoli di Darkness at Noon, il suo celebre romanzo sui processi staliniani; tutt'a un tratto, dopo la stipulazione del patto tedesco-sovietico, viene catturato e internato nel campo di concentramento del Vernet, sui Pirenei, dove la Francia repubblicana - con mirabile chiaroveggenza - sta ammassando comunisti, ex comunisti, reduci della guerra di Spagna, perseguitati politici ed esuli antifascisti di tutte le nazionalit. Dopo tre mesi di prigionia, aiutato anche dalla fama internazionale che lo circonda e dalla palese insussistenza della sua presunta pericolosit, Koestler viene rilasciato e trascorre a Parigi i mesi grotteschi della drle de guerre; ci che pi nitidamente gli rimane impresso di quel periodo, con sorpresa mista a sdegno,  la "valanga" dei bobards, degli scherzi sinistri inscenati da spiriti burloni mentre il paese sta colando a picco: "I paracadutisti sono scesi in place de la Madeleine"; "Tre bambini avvelenati da cioccolata lanciata dai Tedeschi a Belleville"; "Gamelin si  suicidato". Il 18 giugno, privo di documenti, abbandona Parigi non senza aver raccolto lo sfogo di un ufficiale che imputa il disastro agli ebrei, a Lon Blum e al suo fantoccio Edouard Daladier; tuttavia le strade sono ingombre di profughi - contadini dalla faccia tetra, reclute allo sbando, operai generosi e sbrigativi, disertori, famigliole in sosta per il pic-nic - in un clima impastato di cinismo e di innocenza, di disperazione e di euforia25.
 
L'odissea di un popolo  rievocata con notevole sapienza narrativa, ed  la stessa che Bloch depreca con toni dolenti. Ma lo storico, dopo aver fornito due o tre esemplificazioni taglienti, mira direttamente alla sostanza del problema: scende infatti nei precordi di quella "folle ansia di fuga" che consiglia l'esodo anche ai vigili del fuoco, che contagia tanti "amministratori convinti di adempiere al dovere della propria carica supplicando che la loro citt non venga difesa"26, che suggerisce l'idea di proclamare "citt aperte" tutti i centri con oltre ventimila abitanti, in modo che devastazioni e saccheggi siano riservati ai villaggi.
 
Non  da credere che Koestler, scrittore perspicuo e brillante, si sottragga a una disamina politica dei fatti, e anche qui i suoi commenti coincidono con le valutazioni di Bloch. Ma mentre lo storico, pi equilibrato, nota che i "capi" hanno "accettato la disfatta con il cuore pieno di rabbia, ma l'hanno accettata troppo presto, perch vi trovavano atroci motivi di consolazione", ossia la possibilit di "schiacciare, sotto le rovine della Francia, un regime aborrito"27, il giornalista sopprime le sfumature e mena fendenti senza risparmio:
 
Ci voleva indubbiamente la stupidaggine del vecchio Ptain, che aveva ottantaquattro anni, e il fanatismo politico del vecchio Weygand, che ne aveva settantatre, per ingoiare la medicina offerta dalle loro infermiere, Laval e la sua cricca. Ma la ingoiarono; Weygand credette fin dal 12 giugno, quando il governo era ancora a Tours, che Maurice Thorez, il capo del partito comunista, avesse stabilito un nuovo impero della Comune a Parigi. Questa storia era stata molto probabilmente lanciata dalla propaganda tedesca; una semplice telefonata di Mandel a Langeron, il prefetto di Parigi, ne prov l'assurdit; ma allora Ptain e Weygand erano gi convinti che mentre la vittoria avrebbe significato rivoluzione, la disfatta avrebbe salvato la Francia, perch avrebbe, al prezzo della perdita di alcuni territori e di un po' di prestigio, preservato l'ordine sociale28.
 
I due concordano anche sul protezionismo arcadico che avrebbe scoraggiato lo sviluppo industriale, e precipitando la nazione in una torpida mollezza l'avrebbe isolata dalle correnti delle grandi innovazioni tecnico-scientifiche. Koestler parla di una "psicosi da muraglia cinese", estroflessa in un "conservatorismo" che ha "le radici nella campagna", respinge ogni apporto esterno e induce la popolazione e non voler pi "salvare la pace" ma semplicemente a essere "lasciata in pace"29; Bloch addirittura dileggia i "bucolici consigli" che stigmatizzano l'"americanismo", esorcizzano i "pericoli della macchina e del progresso", esaltando per contrasto "la placida dolcezza delle nostre campagne, la grazia della nostra civilt fatta di piccoli centri, l'amabilit nonch la segreta forza di una societ che si voleva fedelmente ancorata ai modelli di vita del passato":
 
E ci che di noi  stato sconfitto, si abbia il coraggio di confessarlo,  appunto la nostra cara piccola citt. Le sue giornate dal ritmo troppo fiacco, la lentezza dei suoi autobus, le amministrazioni sonnolente, la perdita di tempo ad ogni passo intimata da una molle noncuranza, l'indolente pigrizia dei suoi caff di guarnigione, le mene di una politica dal corto respiro, l'artigianato scarsamente redditizio, le biblioteche dagli scaffali vuoti, il gusto del gi visto e la diffidenza nei confronti di ogni novit che possa turbare comode e consolidate abitudini: ecco ci che  stato travolto dalla folle velocit, dal famoso "dinamismo" di una Germania dagli alveari ronzanti30.
 
Questo acido bozzetto potrebbe sembrare solo una deduzione, oppure uno spunto polemico - che combacia con le accuse proferite da Bertrand de Jouvenel in un ambiguo volumetto del 1941 - contro il pavido provincialismo in cui  caduta la Francia. Ancora una volta, invece, dal suo osservatorio ridotto lo studioso  riuscito a delineare i contorni di una serie di accadimenti ben concreti e reali, la cui tragica ampiezza sar messa in luce pi tardi dalla ricerca storica. A disintegrarsi, insieme con la dignit di una popolazione che malmena gli artiglieri che tentano di difenderla dal fuoco tedesco - come ricorda Antoine de Saint-Exupry in Pilote de guerre -, sono infatti proprio le impalcature amministrative di cui il paese maggiormente si vantava: i dipartimenti, le sottoprefetture, le mairies.
A Blanc i combattenti della prima guerra mondiale spengono le micce per non far saltare i ponti. A Poitiers gli abitanti minacciano di abbattere le barricate che gli uomini del 274 reggimento di fanteria hanno appena eretto, mentre il sindaco s'incammina verso i Tedeschi con una bandiera bianca in mano. Quattro infermiere di Orsay, poco prima che sia evacuato l'ospedale, uccidono con iniezioni di stricnina i malati intrasportabili. Le autorit municipali si dileguano quasi ovunque, talvolta accompagnate solo dalle loro masserizie, talaltra dagli archivi, dai timbri e dai registri del catasto. Di fronte a una defezione in massa, che pone a repentaglio la sopravvivenza dei cittadini perch blocca l'afflusso dei generi di prima necessit, il prefetto di Seine-et-Oise  costretto a emanare una notifica inconsueta: "Nei luoghi in cui non esiste alcun rappresentante dell'autorit legale, io chiedo che un uomo di buona volont s'incarichi di assicurare sul posto l'amministrazione del comune, in considerazione dei suoi bisogni e segnatamente del suo vettovagliamento"31.
 
Tallonati anche dai Tedeschi, qua e l sono i preti a raccogliere questo genere di inviti: come a Jouy-le-Potier, dove il parroco fissa il prezzo del latte e della carne, intavola trattative con i fornitori, si mischia ai rifugiati per reclutare panettieri, macellai, infermiere. Spesso la Feldkommandantur nazista  obbligata a nominare "sindaci provvisori" scegliendoli tra i Francesi di cui pu liberamente disporre, vale a dire tra i detenuti: a Charleville e a Mzires, cos, due carcerati in attesa di fucilazione sono chiamati a fronteggiare una contingenza drammatica, in localit senza danaro, senza illuminazione elettrica, senza viveri, senza gas. A Orlans, divorata dagli incendi, dove tutti sono fuggiti verso Sud e rimangono solo i moribondi e le partorienti, mancano anche i servizi elementari e avvengono cose surreali. Le farmacie sono chiuse, e i bisognosi si accalcano alle porte dell'unica ancora aperta, dove uno sconosciuto - colto da qualche suo intimo delirio egualitario - vende imparzialmente al prezzo di dieci soldi sia l'aspirina sia le specialit medicinali pi costose. Presto ci si accorge che  un malato di mente, evaso dal manicomio lasciato incustodito: gli altri duecento ricoverati si aggirano per le strade ubriachi, nudi o vestiti nelle fogge pi bizzarre. Nel frattempo il sindaco designato dai Tedeschi, che ha faticosamente rimediato un salvacondotto, parte per sollecitare l'assistenza dei pompieri di Parigi, e lungo le strade della rotta - percorse a ritroso - assiste costernato al terribile "film" dello sfacelo: "zaini militari, maschere a gas, veicoli carbonizzati, materassi, valigie sventrate, fili telefonici strappati, villaggi anneriti dal fumo, platani sbriciolati dai mitragliamenti, tombe che s'inarcano al sole [,..]"32.
 
Resta da chiarire un ultimo punto. Il patriottismo di Bloch, pacato ma fermo, sorregge la convinzione secondo cui  stata la Francia a perdere la guerra, non la Germania a vincerla.  questo giudizio capitale che divide L'trange dfaite da Aprs la dfaite di Bertrand de Jouvenel, un libro che pure le si accosta in molti snodi non secondari. Anche Jouvenel lamenta l'incuria per l'educazione del popolo ("Non sentendosi pi governate, negli anni che abbiamo appena vissuto le masse francesi sono ricorse a due gesti semplicissimi: il pugno levato o il braccio teso"), la "strategia del cemento" e della difesa a oltranza (che attribuisce ingenerosamente al solo Basil Liddell Hart), la solitudine dei capi militari e il loro assoggettamento ai vizi della classe politica. Inoltre egli non  gi pi, da almeno due anni, l'intellettuale fascista rivisitato da Zeev Sternhell, o se si preferisce il "sensuale dell'attualit" al quale Franois Furet ha rimproverato un breve periodo di "accecamento". E tuttavia, nonostante partecipi regolarmente alla guerra nel 126 reggimento di fanteria, pronuncia parole che rispetto a quelle di Bloch suonano qua e l pretenziose, o stonate, o reticenti, e comunque assai poco persuasive. I concetti retrostanti appaiono addirittura dettati da una rassegnazione inguaribile: la Germania ha trionfato perch possiede una "cultura di stato" omogenea e compatta, perch ha saputo sostituire - con un innalzamento del tasso di attivit e un'intensificazione coatta del lavoro vivo - un'economia di produzione a un'economia di accumulo finanziario, perch  retta da un regime totalizzante che pu pretendere qualsiasi obbedienza e qualsiasi sacrificio, perch  maestra nella "captazione dell'energia solare" compressa nel corpo delle giovani generazioni, perch sa mitigare l'individualismo con la propagazione dell'istinto comunitario, perch ha escogitato il modo di mettere "al servizio della propria politica una mole di redditi che non perdono per questo il loro carattere di risorse private"33...
 
Pu darsi che licenziando un'opera nel 1941 - per di pi nella Parigi di Otto Abetz - il futuro patriarca del liberalismo si sia dovuto piegare a qualche astuzia nicodemitica. Personalmente, per, non credo che si tratti di questo. Jouvenel, sotto sotto, ammira Hitler e soprattutto Gring,  sicuro che la Germania guadagner definitivamente la posta in gioco e spera che la Francia riesca a trovare un accomodamento decoroso nel nuovo ordine europeo. Scambia per realismo, in altri termini, il proprio complesso di inferiorit. Non a caso nel 1943, quando si allarmer perch il Servizio informazioni di Vichy - presso il quale lavora -  in procinto di scoprire il suo blando anticollaborazionismo, non trover nulla di meglio che riparare in Svizzera; Marc Bloch, nello stesso arco di tempo,  gi diventato il "Narbonne" della Resistenza lionese.
SILVIO LANARO

Padova, febbraio 1995.
 

Nota biografica.
 
Marc Bloch nacque il 6 luglio 1886 a Lione, dove il padre Gustave occupava la cattedra di Storia e antichit greco-romane alla facolt di Lettere. La famiglia paterna, di origini ebraiche, si era stabilita in Alsazia fin dal diciottesimo secolo.
Dopo gli studi secondari a Parigi, al liceo Louis-le Grand, si iscrisse nel 1904 alla Scuola normale superiore. Nel 1908 ottenne l'agrgation in Storia.
Nel 1908-909, alcuni soggiorni universitari a Berlino e a Lipsia gli permisero di familiarizzarsi con le opere e i metodi della scuola storica tedesca.
Dal 1909 al 1912 fu in convitto presso la Fondation Thiers e pubblic i suoi primi articoli di storia medievale.
Dal 1912 al 1914 insegn storia e geografia, prima al liceo di Montpellier, poi a quello di Amiens.
Richiamato nell'agosto 1914, fin dai primi giorni del conflitto, come sergente di fanteria, termin la guerra da capitano, dopo essere stato citato quattro volte all'ordine dell'armata e aver ottenuto la croce di guerra.
Nel 1919 fu professore incaricato di storia del medioevo alla facolt di Lettere dell'universit di Strasburgo.
Il 23 luglio dello stesso anno spos Simonne Vidal. Dalla loro unione nacquero sei figli.
Nel 1920 fu pubblicata la sua tesi di dottorato, Rois et Serfs, un chapitre d'histoire captienne, sostenuta alla Sorbona.
Fu alla facolt di Strasburgo, dove divenne professore associato nel 1921 e ordinario di storia medievale nel 1927, e dove sarebbe rimasto fino al 1936, che svolse la parte principale della sua opera di insegnante e ricercatore. Qui strinse amicizia con Lucien Febvre, con il quale fond nel 1929 le "Annales d'histoire conomique et sociale".
Nel 1936 fu nominato professore incaricato di storia economica alla Sorbona (e ordinario l'anno successivo). Il 24 agosto 1939, malgrado l'et e il numero dei figli lo dispensassero dagli obblighi militari, fu richiamato dietro sua richiesta in qualit di capitano di stato maggiore.
Negli ultimi giorni della battaglia delle Fiandre raggiunse Dunkerque per non arrendersi al nemico. Pass in Inghilterra, poi sbarc a Cherbourg dove contribu al raggruppamento dell'armata del Nord. Dopo l'armistizio, il 2 luglio 1940, pass nella zona non occupata, in abiti civili.
Escluso dai pubblici uffici dai decreti di Vichy dell'ottobre 1940 contro i Francesi di origine ebraica, fu poco dopo "esentato dalla decadenza", insieme ad una decina di altri universitari, "per eccezionali servigi scientifici resi alla Francia" e distaccato all'universit di Strasburgo trasferita a Clermont-Ferrand. L'anno seguente, poich le condizioni di salute della moglie richiedevano un soggiorno nel Midi, ottenne di essere assegnato all'universit di Montpellier, malgrado l'ostilit del preside della facolt di Lettere, che non faceva mistero del proprio antisemitismo. Dopo lo sbarco americano nell'Africa del Nord e l'invasione della zona libera da parte delle truppe tedesche, fu obbligato a rifugiarsi a Fougres dans la Creuse, dove possedeva una casa di campagna.
Gi dai tempi di Clermont-Ferrand, Marc Bloch era entrato in contatto con i primi gruppi locali della Resistenza. A Montpellier ader alla rete "Combat" con il gruppo Coutin-Teitgen e partecip all'organizzazione del movimento clandestino su base regionale.
Nel 1943 entr in clandestinit, nel movimento "Franc-Tireur", e raggiunse Lione. Fu membro del Direttivo regionale dei movimenti uniti della Resistenza, in rappresentanza di Franc-Tireur. Sotto gli pseudonimi di "Chevreuse", "Arpajon" e "Narbonne" costitu i comitati di liberazione della regione e organizz il dispositivo dell'insurrezione per i dieci dipartimenti che dipendevano da Lione.
L'8 marzo 1944 fu arrestato e torturato dalla Gestapo: gli spezzarono un polso, gli sfondarono le costole e lo sottoposero al supplizio del bagno ghiacciato. In coma, fu condotto alla prigione di Montluc.
Il 16 giugno 1944 fu fatto salire su un camion con altri detenuti, fra i quali un ragazzo di diciassette anni che piangeva; Marc Bloch lo consol: "Ci fucileranno, non far male... Sar questione di un attimo". A Saint-Didier-de-Formans, il camion si ferm al bordo di un campo. Marc Bloch fu fucilato per primo. Cadendo, grid: "Vive la France".
Marc Bloch ha contribuito al profondo rinnovamento della disciplina storica in Francia. Lo studio della mentalit, i fenomeni antropologici, sociali ed economici - e le loro diverse scansioni temporali - sono diventati con lui nuovi territori dello storico. Bloch  autore di Les rois thaumaturges (1924)34, Les caractres originaux de l'histoire rurale franaise (1931)35, La socit fodale (1939-40)36, Apologie pour l'histoire ou Mtier d'historien (pubblicato postumo nel 1949)37.
 
L'trange dfaite  stata redatta tra il luglio e il settembre 1940. Destinata a non essere pubblicata che in una Francia liberata dall'occupante, l'opera apparve nel 1946 per iniziativa del movimento Franc-Tireur. Testimoni Philippe Arbos (Secondo Libro d'oro della Scuola normale superiore di Saint-Cloud, 1939-45): "Limiteremmo la personalit di Bloch se vedessimo in lui solo lo storico e l'universitario. Lo storico e l'universitario, in lui, non esistevano che in rapporto alla vita. A questo proposito non c' documento pi prezioso e commovente di quello che avrebbe dovuto intitolarsi "Testimonianza", ma che a causa dell'esistenza di un'altra opera intitolata allo stesso modo ha assunto come titolo La strana disfatta. Bloch mi aveva affidato una copia del manoscritto che, nel corso di una perquisizione, sfugg alla polizia di Vichy. Un amico di Clermont, il dottor Canque, lo nascose allora in una casetta di periferia che fu in seguito occupata da una postazione della contraerea tedesca. Fummo a lungo inquieti sulla sorte del manoscritto, finch un giorno il dottor Canque lo trov per terra, i Tedeschi lo avevano gettato al vento senza preoccuparsi di che cosa potesse trattarsi. Allora il dottor Canque lo sotterr nella sua propriet di Orcines; poco dopo le truppe tedesche, ritirandosi dal Midi, campeggiarono a Orcines e vi scavarono delle trincee, ma questa volta non riportarono alla luce il prezioso scritto che potemmo restituire ben presto alla famiglia di Bloch".
 

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Parte prima


La strana disfatta



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Capitolo primo


Presentazione del testimone

Non so se queste pagine saranno mai pubblicate. Forse per lungo tempo non vi sar chi possa leggerle, se non clandestinamente, al di fuori della ristretta cerchia dei miei amici. Eppure mi sono deciso a scriverle. Non sar facile: quanto sarei tentato di cedere alla fatica, all'abbattimento! Ma una testimonianza non vale che colta nella sua immediatezza, e non riesco a credere che la mia possa essere del tutto inutile. Spero fermamente che un giorno, presto o tardi, la Francia vedr di nuovo sbocciare sul suo vecchio suolo gi benedetto da tante messi la libert di pensare e di giudicare. Allora gli incartamenti segreti verranno aperti. Le nebbie che sin da ora per ignoranza e per malafede si stanno addensando sul pi atroce crollo della nostra storia si alzeranno a poco a poco; e forse, per i ricercatori impegnati a diradarle, questo processo verbale dell'anno 1940, se riusciranno a trovarlo, si riveler di qualche utilit.
Non scrivo, qui, le mie memorie. Le piccole avventure di un soldato, di uno tra i tanti, importano in questo momento assai poco, n certo ci  concesso il capriccio del pittoresco o dell'umorismo. Ma un testimone non pu fare a meno di uno stato civile. Prima ancora di fare il punto su ci che ho potuto vedere,  necessario che io dica con quali occhi l'ho veduto.
Scrivere di storia e insegnarla:  questo, da circa trentaquattro anni, il mio mestiere. Mi ha portato a consultare molti documenti di epoche diverse per distinguere, come meglio potevo, il vero dal falso. E mi ha anche insegnato a molto guardare e osservare. Perch ho sempre pensato che il primo dovere di uno storico, come diceva il mio maestro Pirenne, sia quello di interessarsi "alla vita". La particolare attenzione che nei miei lavori ho dedicato ai problemi del mondo rurale ha finito per convincermi che  impossibile comprendere il passato senza chinarsi sul presente. Due buoni occhi per contemplare la forma dei campi non sono certo meno indispensabili, allo storico delle campagne, di una particolare attitudine a decifrare vecchi cartulari. E di questa consuetudine alla critica, di questa abitudine all'osservazione e, spero, all'onest, ho tentato di avvalermi nello studio dei tragici avvenimenti che anch'io, modesto attore, ho vissuto.
La professione che ho scelto passa in genere per una delle meno avventurose. Ma il mio destino, per questo aspetto condiviso da quasi tutta una generazione, mi ha gettato per ben due volte, a distanza di ventun anni, fuori dai tranquilli sentieri battuti dallo storico. Ed ha poi voluto che della guerra io sperimentassi una tale molteplicit di aspetti, come, credo, raramente succede. Ho fatto due guerre. Ho iniziato la prima nell'agosto del 1914, come sergente di fanteria: in mezzo alla truppa, dunque, quasi un soldato semplice. Sono poi divenuto capo sezione, ufficiale incaricato del servizio informativo addetto ad uno stato maggiore di reggimento e infine, con il grado di capitano, ho esercitato le funzioni di aggiunto al mio comandante di corpo. Ho invece vissuto la mia seconda guerra, in gran parte, all'altro capo della scala gerarchica: in uno stato maggiore d'armata, in relazioni frequenti con il GQG38. A questo percorso tra istituzioni e ambienti umani non ha certo fatto difetto la variet.
 
Sono ebreo - se non per religione, che non pratico affatto, non diversamente da ogni altra, almeno per nascita. Non ne traggo orgoglio n vergogna, essendo, lo spero, uno storico sufficientemente serio per non ignorare che le predisposizioni razziali sono un mito, e che la stessa nozione di razza pura  solo un'assurdit particolarmente evidente quando si pretenda di applicarla, come in questo caso, a ci che in realt fu un gruppo di credenti provenienti in origine da tutto il mondo mediterraneo, turco-cazaro e slavo. Mai rivendico la mia origine, tranne che in un caso: di fronte ad un antisemita. Ma forse coloro che si opporranno alla mia testimonianza cercheranno di screditarla dandomi del "meteco". A costoro risponder solo questo: che il mio bisnonno fu soldato, nel 179339; che mio padre, nel 1870, ha servito nella Strasburgo assediata; che lui e i miei due zii lasciarono volontariamente la loro Alsazia, dopo l'annessione al secondo Reich; che sono stato allevato nel culto di queste tradizioni patriottiche, i cui pi ardenti sostenitori, da sempre, furono proprio gli Israeliti dell'esodo alsaziano; che la Francia, infine, da cui certuni oggi tramerebbero volentieri la mia espulsione - e forse, chi pu dirlo, vi riusciranno - rester, qualsiasi cosa accada, il paese da cui mai saprei sradicare il mio cuore. Vi sono nato, ho bevuto alle fonti della sua cultura, ho fatto mio il suo passato, non respiro bene che sotto al suo cielo e a mia volta ho cercato di difenderla come meglio ho potuto.
Non voglio mancare di farvi sapere che sono in buona salute; piaccia all'Eterno che cos possa dirsi di voi per lunghi anni. [Seguono due righe illeggibili]. Noi siamo stati i primi - i Volontari, e i Prussiani hanno aperto il fuoco su di noi. Come abbiamo fremuto d'orrore... e [due parole illeggibili] questo ci  costato dieci [?] mila uomini. Questa volta, non era uno solo, ma [diverse parole illeggibili]. Penso sia grazie alle vostre buone azioni e a quelle dei nostri avi se mi sono salvato. Potete immaginare in quale stato ci trovassimo. [Seguono diverse righe illeggibili] Devo farvi sapere che in due villaggi la popolazione ci ha offerto della birra e del pane. Non abbiamo potuto fermarci, perch abbiamo attaccato con impeto le alture di Magonza. Non avrei voluto che voi foste qui. E Dio, il Suo Nome sia lodato, ci ha guidati sulla buona strada. Che sempre Egli voglia proteggere gli Ebrei da ogni sciagura.
Ci troviamo davanti a Magonza. Non tutti avevano il diritto di farvi ingresso. Oggi, con il nostro capitano, vi abbiamo fatto una passeggiata e ci siamo comperati delle sciarpe. Siamo stati noi, per primi, ad aggiudicarcele.
Noi speriamo che, se Dio ci esaudisce e ci consente di raggiungere le nostre case, non vi faremo ritorno a mani vuote. Se non abbiamo soldi, abbiamo sempre i pidocchi; ma grazie a Dio non ho bisogno di denaro. Posso dirvi, giacch voi [due parole illeggibili] i nostri orti, che qui abbiamo degli orti. A Colmar non ve ne sono di cos graziosi. Noi li devastiamo discretamente. Cogliamo ogni giorno piselli, cipolle e cerchiamo dei begli asparagi [?] verdi. Non possiamo utilizzarli. Avrei voluto li aveste voi. Vi devo dire che qui conosco molti Israeliti che non dispongono di carne. Noi possiamo fare a meno della carne. Se Dio vuole, presto torneremo alle nostre case [tre righe illeggibili] e le cose andranno meglio.
Quando torneremo a casa, racconteremo tutto nei dettagli. Avrete presto altre mie notizie. Sino ad allora, non dovete preoccuparvi.
Spero di ricevere presto una vostra risposta, se Dio lo vuole. Non economizzate sulle spese postali, in quanto neppure io faccio economia sulle spese postali. L'indirizzo  quello che vi scriver.
Getschel, figlio di Wolf Bloch.
Cordiali saluti ai miei fratelli Abram, Aron e Herzel e Vogel; devono scrivermi tutti. Cordiali saluti a mio cognato Mayer Hersch e a mia sorella Mme Gitel, che Dio prolunghi i loro giorni, e saluti a tutti i buoni amici.
[Nota del traduttore francese: l'originale  in cattivo stato, e per questo motivo certi passi sono poco comprensibili o del tutto illeggibili]". [Nota all'edizione del 1990].
 
Diceva un giovane ufficiale, mentre scambiavamo qualche parola sulla soglia di una casa, nella Malo-les-Bains bombardata: "La guerra mi ha insegnato tante cose. Questa, tra le altre: vi sono militari di professione che mai saranno dei guerrieri, mentre lo sono certi civili, per natura". E aggiungeva: "Lo confesso, non l'avrei mai detto prima del 10 maggio, ma lei, lei  un guerriero". Affermazione dal sapore un po' ingenuo, ma che non ritengo del tutto falsa: non nella sua formulazione generale e neppure, se m'interrogo con sincerit, per quanto riguarda la mia persona. Un medico dell'esercito, mio commilitone al IV ufficio dello stato maggiore, mi canzonava garbatamente, mi accusava, vecchio professore che ero, di "essere dotato, pi di chiunque altro, di spirito militare"; e immagino non volesse dire che questo, che ho sempre avuto il gusto dell'ordine nel comando. Sono tornato dalla guerra precedente con quattro citazioni, e non credo di sbagliarmi supponendo che, se i Tedeschi non fossero entrati contro ogni previsione a Rennes bloccando i piani della prima armata, sarei stato congedato, al termine di questa guerra, con un nastrino in pi sulla giubba40.
 
Nel 1915, dopo una convalescenza, ho raggiunto il fronte prima del mio turno, come volontario. Nel 1939 ho accettato di restare in servizio attivo bench l'et e i miei sei figli mi avessero da lungo tempo accordato il diritto di appendere al chiodo l'uniforme. Questi fatti, queste attestazioni, non sono per me motivo di vanto; quante persone, umili e coraggiose, ho visto compiere il proprio dovere senza enfasi, molto meglio di me e in condizioni assai pi difficili! Ma se il lettore, tra qualche pagina, di fronte a talune affermazioni di una franchezza un po' rude, si sentisse tentato di gridare al partito preso, vorrei ricordasse che questo osservatore nemico di ogni tenera indulgenza non ha servito il suo paese contro la propria volont e non  stato giudicato poi cos male dai suoi superiori e dai suoi compagni.
Ed ecco l'esatto resoconto di quanto mi  stato concesso di fare, e quindi di vedere, durante l'ultima guerra.
Come ho detto sopra, nell'intervallo tra i due conflitti ho costantemente rifiutato di approfittare delle disposizioni legislative che mi avrebbero permesso di sfuggire ad ogni obbligo militare. Tuttavia, bench iscritto sin dal 1919 al servizio di stato maggiore, non acconsentii a frequentare neppure uno dei cosiddetti corsi "di perfezionamento". In linea di principio, ammetto di aver sbagliato. Posso solo dire, a mia giustificazione, come quegli anni abbiano coinciso con il periodo nel quale bene o male ho prodotto l'essenziale della mia opera di storico, che mi concedeva ben poche distrazioni. Di questa mia mancanza ebbi d'altronde a consolarmi nel corso della campagna: ora so per certo che l'insegnamento della Scuola di guerra, cui mi sono sottratto, mi avrebbe ispirato ben poche idee sensate. Ma l'esercito di quel tempo, che aveva la pi alta considerazione dei buoni allievi, non perdon chi come me aveva ostinatamente marinato la scuola. Fui anzi doppiamente punito. Capitano sin dal 1918, lo ero ancora nel 1938, al tempo della mia prima mobilitazione. Capitano mi ritrovai nell'agosto del 1939, malgrado la proposta di promozione sottoscritta dai comandanti che mi avevano visto all'opera; e capitano fui sempre, sino all'11 luglio 1940, quando smisi l'uniforme. Questo il primo castigo, che non lasci in me rancore n amarezza. Il secondo mi colp allorch si decise la mia destinazione.
Inizialmente, almeno sulla carta, avevo fatto parte di un II ufficio di corpo d'armata, e poich il II ufficio si occupava di informazioni, tale collocazione, lo si ammetter, non era poi cos inadeguata per uno storico. In seguito, gi pi modestamente, passai a uno stato maggiore di fanteria divisionale. Ma ben presto mi fu ordinato di lasciare le formazioni delle armate e precipitai tra gli ingloriosi servizi territoriali: si trattava, per la precisione, dello stato maggiore di un gruppo di sottodivisioni. Questo gruppo, in verit, era stanziato a Strasburgo, in cui tutti individuavano la probabile vittima delle prime bombe tedesche. Mi parve allora che solo a prezzo di una certa ineleganza avrei potuto sottrarmi ad una simile collocazione. Questo sentimento, rafforzato dalla naturale indolenza cui facilmente soccombo quando si tratti della mia persona, m'imped di compiere i passi necessari che forse mi avrebbero garantito una destinazione migliore. Un amico,  vero, poco prima della guerra, aveva cercato di farmi entrare al II ufficio del GQG, ma non fece in tempo. Fu dunque al gruppo di sottodivisioni di Strasburgo, dopo avervi seguito due brevi corsi di istruzione, che fui chiamato per la prima volta nel settembre del 1938, durante l'allarme di Monaco; poi, ancora, per qualche ora soltanto, nel marzo successivo (l'ordine mi raggiunse a Cambridge, che dovetti abbandonare precipitosamente); e infine il 24 agosto di quello stesso anno, il fatidico 1939.
Alla resa dei conti, non ho avuto troppo a dolermi di questa destinazione. Il lavoro che si richiede a uno stato maggiore di gruppo di sottodivisioni , in s, alquanto noioso. Costituisce tuttavia, nel momento in cui il paese entra in guerra, un buon osservatorio. Almeno cos fu per le prime due o tre settimane. La mobilitazione propriamente detta si svolgeva in gran parte sotto il nostro controllo. Che cosa accadde, in seguito, negli stati maggiori di questo stesso tipo in funzione all'interno del paese? Immagino che una volta smaltita la febbre iniziale essi abbiano mantenuto, malgrado tutto, una certa attivit, fatta di innumerevoli scartoffie e di tante vicende insignificanti. Il nostro, che ben presto aveva lasciato Strasburgo per ripiegare su Molsheim, ai piedi dei Vosgi, si trovava ancora una volta al centro della zona delle operazioni. Quando la sesta armata, peraltro con stupefacente lentezza, si fu decisa a costituire i propri organi di comando, il nostro ruolo, gi progressivamente sminuito, si ridusse pressoch a nulla. Si susseguirono allora torpide e interminabili giornate. Eravamo in cinque: un generale di brigata, un tenente colonnello, due capitani e un tenente. Rivedo ancora tutti noi, faccia a faccia in un'aula della scuola, aspettare con ansia un'unica eventualit: che un pezzo di carta, recapitatoci per mano di un improbabile corriere, ci fornisse alfine l'opportunit di redigere un'altra carta. Il pi giovane dei due capitani era il pi fortunato: distribuiva dei lasciapassare! Uno storico non si annoia facilmente: pu sempre ricordare, osservare, scrivere. Ma  intollerabile sentirsi inutili quando la nazione si batte.
Il nostro generale apparteneva al ruolo della riserva. Si fin per restituire il brav'uomo ai suoi studi, che consistevano a ben vedere essenzialmente nella pesca alla lenza. Il resto dello stato maggiore fu aggregato a quello del gruppo di sottodivisioni di Saverne. Quanto a me, non trascorsi che due soli giorni in questa piccola e piacevole citt, allora assai affollata. Ero riuscito ad entrare in contatto con un importante personaggio del GQG. Ottenere una destinazione migliore sfruttando le proprie conoscenze, ecco un'azione di cui  ben difficile andare fieri. Ma che potevo fare, se non mi si offriva altro modo per impegnare pi utilmente la mia buona volont? Grazie al mio potente intercessore, agli inizi di ottobre ricevetti un avviso di trasferimento. Ero destinato allo stato maggiore della prima armata, che raggiunsi senza indugi a Bohain, in Piccardia.
L'ordine del GQG mi assegnava una funzione precisa: ufficiale di collegamento con le forze britanniche. A questo titolo, avrei dovuto prestare servizio al II ufficio. Ma giunsero ben presto altri due capitani, e le comunicazioni che li precedettero specificavano senza possibilit di equivoco, parola per parola, come le loro funzioni non differissero punto dalle mie. Il capo di stato maggiore ritenne che fossimo in troppi; meglio, pens, che ciascuno dei principali organi dell'armata disponesse di propri mezzi di contatto con i nostri vicini del corpo di spedizione britannico. Ci ripart quindi tra i diversi uffici, fatta eccezione per il I, la cui funzione, sorvegliare sugli effettivi e sulla disciplina, non prevede rapporti con l'esterno. Quanto a me, fui assegnato al IV, incaricato della circolazione, della manodopera e dei rifornimenti. In linea di principio vi conservavo le stesse funzioni, a met strada tra l'informazione e la diplomazia. Ma si dir in seguito come purtroppo, contro la mia volont, queste assegnazioni abbiano finito per rivelarsi di giorno in giorno sempre pi insignificanti. Sarei dunque ricaduto nell'inattivit di cui tanto avevo sofferto in precedenza? Gi me ne affliggevo, quando l'ufficiale responsabile dei rifornimenti di benzina fu assegnato ad un nuovo incarico ed io venni designato al suo posto.
Ed eccomi dunque, dall'oggi al domani, gran maestro dei carburanti, nell'armata pi motorizzata di tutto il fronte francese. La mia prima reazione fu di terror panico: sapevo bene che tale incarico, in caso di operazioni attive, avrebbe necessariamente implicato gravissime responsabilit, e di esso ignoravo persino i rudimenti. "Purch - scrivevo a mia moglie - Hitler se ne stia buono ancora per qualche settimana!" Ma credo non vi sia compito direttivo che un uomo di spirito un po' illuminato non possa, lavorando con accanimento, mettersi in condizione di svolgere dignitosamente. Imparai come meglio potevo il mio nuovo mestiere. In questa impresa ebbi una grande fortuna: trovai nel comandante del parco carburanti dell'armata una guida quant'altri mai fidata e disinteressata. Scrivo qui, per la prima volta, il nome del capitano Lachamp. Non sar certo l'ultima. L'amarezza che mi ha lasciato questa guerra, mal condotta e conclusasi ancor peggio fa s che i pochi ricordi luminosi mi siano ancora pi cari. Incontrare un uomo che lo sia veramente  sempre una gioia; lavorare con lui in perfetta comunanza d'intenti, sentire questa collaborazione trasformarsi a poco a poco in una solida amicizia, quali pi preziose ricompense al nostro agire?
In verit, le mie nuove incombenze non mi impegnarono pi di tanto, se si eccettua il periodo dell'apprendistato. In seguito, come tutti i miei compagni, passai all'esistenza senza febbre di un burocrate d'armata. Non ero certo ozioso, ma neppure tanto occupato, e la mia attivit quotidiana non mi procurava che una flebile eccitazione cerebrale. Fortunatamente, per qualche settimana, riuscii a trovare un nuovo incarico che di mia iniziativa and ad aggiungersi ai compiti che svolgevo abitualmente. Mi ero accorto che le informazioni in nostro possesso sui depositi di carburante situati in territorio belga erano inspiegabilmente incomplete: una grave carenza per un'armata che, come tutti sapevamo, era chiamata a penetrare in Belgio non appena i Tedeschi ne avessero violato i confini. Grazie ad alcune relazioni personali riuscii a completare e a precisare notevolmente le informazioni del dossier. Dovetti compiere i passi opportuni, esperienza che molto arricch la mia conoscenza degli ambienti di stato maggiore. Fu allora, in particolare, che imparai come negli uffici, fra persone gentili, si traduce ci che in parole povere suona come "impicciarsi di ci che non vi riguarda"; perch in definitiva l'inchiesta che avevo avviato, per quanto utile potesse rivelarsi, esulava a tutti gli effetti dal mio servizio regolare. E questo, sottolineando le parole con un sorrisetto,  ci che si intende con l'espressione "avere del dinamismo".
Ma anche questa occupazione ebbe termine. Da quel momento, giorno dopo giorno, mi ridussi a registrare bidoni e a calcolare al contagocce le assegnazioni di carburante. Di nuovo, forse a torto, ebbi la sensazione che ci che potevo possedere di energie intellettuali e di spirito d'iniziativa non fosse sfruttato appieno. La noia di quei lunghi mesi - l'inverno e la primavera 1939-40 -, in cui si logorarono tante intelligenze, stringeva come in una morsa la grigia Bohain. Io stesso, non so sino a qual punto intossicato dai suoi sottili vapori, ero seriamente intenzionato, lo confesso, a cercare qualcosa d'altro, persino a sollecitare il mio ritorno alla Sorbona non appena passata l'estate. Ma scoppi allora il fulmine del 10 maggio.
Quanto giunse inatteso, nulla meglio lo prover di un piccolo ricordo personale. Mi ero recato il 9 a Parigi per essere a Meaux il giorno successivo di buon'ora. Qui, presso il Servizio carburanti dello stato maggiore generale, avrei dovuto procurarmi qualche blocchetto di buoni benzina che avrei poi distribuito alle diverse unit, affinch potessero rifornirsi regolarmente. Al mio arrivo a Meaux nulla sapevo degli avvenimenti della notte. I signori del GQG furono ovviamente assai stupiti quando, in quel frangente, si trovarono di fronte un ufficiale inviato espressamente da una delle armate situate sul fronte belga per una missione cos poco bellica. Dopo qualche minuto di qui pro quo, compresi infine i motivi di quell'accoglienza un po' imbarazzata: giusto in tempo per precipitarmi alla stazione, attraversare Parigi e da qui, preso d'assalto un treno incredibilmente affollato, raggiungere il mio posto.
 
Quanto alle tre settimane che seguirono, mi sono ripromesso di non darne, qui, un resoconto minuzioso. Verr il momento, quanto prima, di tirarne le somme. Sar sufficiente qualche immagine, tra quelle che si affollano alla mia memoria, per scandire il corso di quei giorni e di quelle notti in cui si consum la grande tragedia della campagna del Nord.
Ed ecco allora il liceo femminile di Valenciennes, designato come nostro posto di comando iniziale, prima di quello belga previsto dal piano di manovra, che mai occuperemo.
Nelle immediate vicinanze, con occhi ancora stupiti, andavamo a vedere le case crollate sotto il primo bombardamento. Per due volte riuscii ad allontanarmi e a raggiungere il Belgio, seguendo la mia indole girovaga non sempre apprezzata dai superiori. L'11 non andai oltre Mons. Il 12, invece, mi inoltrai fin verso Nivelles, Fleurus e Charleroi. Era la Pentecoste; lungo le strade, profittando del giorno di festa, i minatori del Borinage, sulla soglia delle case, acclamavano le auto francesi. Lievemente ondulate, adorne del verde primaverile, le campagne dove un tempo si era battuto l'esercito di Ney, nei pressi di Ligny e di Quatre-Bras, erano incantevoli. Ma gi lunghe colonne di civili, cacciate dal territorio di Liegi, spingevano sulle banchine, cariche del bagaglio pi eteroclito, le classiche carrozzelle per bambini degli sfollati; e, sintomo pi inquietante, soldati belgi, sbandati, iniziavano ad infiltrarsi nei villaggi. Vennero quindi, dopo le prime speranze, le prime angosce. S'inizi a parlare della breccia della Mosa. Cercammo di rifornire alcune divisioni che, gettate nella battaglia, si erano immediatamente disperse. Infine, quando l'armata fu respinta verso sudovest, lo stato maggiore ripieg il 18 maggio su Douai.
Qui, per meno di due giorni, alloggiammo ancora una volta in una scuola, alle porte della citt: votati, dunque, ai luoghi pedagogici, poich gi a Bohain eravamo stati ospiti di un istituto femminile. Intorno a noi, le bombe piovevano fitte sulla stazione, sulle vie principali, sui campi d'aviazione. Eppure, quasi ogni giorno, venivo a sapere di un altro deposito di carburante, tra quelli delle retrovie, caduto nelle mani dei Tedeschi. I nostri bei serbatoi di Saint-Quentin e di Cambrai, che avevamo custodito gelosamente e che, tramite successive spedizioni in avanti, avrebbero dovuto garantire i rifornimenti alle unit di combattimento; i nostri preziosi depositi dei paesini sperduti, dove i bidoni erano stati astutamente occultati sotto gli alberi dei parchi, sotto i tetti delle fornaci abbandonate; su nulla di tutto questo, ormai, poteva contare l'esercito. Ben presto, fu di nuovo necessario far fagotto. Si era dapprima deciso che sarei rimasto a Douai con due compagni, in avanzato posto di comando. Ma la missione - come allora tante altre, d'altronde - non dur che qualche ora; e filando velocemente per la nera campagna, tra i cumuli di scorie molti dei quali, bizzarramente squassati dalle bombe, iniziavano a perdere la nettezza geometrica dei loro contorni, raggiunsi a Lens la nostra quarta ed ultima scuola (19 maggio).
Si trattava, questa volta, di un asilo infantile. Il mobilio, pensato per bambini in tenera et, ci imponeva la scelta tra due diversi indolenzimenti: in piedi, per un tempo di cui non si intravedeva la fine, o seduti in uno spazio troppo stretto, il corpo raggomitolato, le ginocchia piegate all'altezza del ventre e scorticate dal banco. E la scelta non era poi sempre facile: ci eravamo seduti per redigere qualche nota di servizio? Solo con lunghi sforzi ci saremmo liberati dalla gogna. Questo strano supplizio, lo squallore del paesaggio, l'invadente sporcizia delle polveri di carbone, tutto, in questi tristi luoghi, sembrava intonarsi alla nostra angoscia crescente. Un posto di comando veramente terribile il gruppo alloggiato nella scuola di Lens, e quanto degno di una disfatta! Dimenticher mai la sera del 20 maggio? Sul far della notte, mentre in lontananza Arras bruciava tra le fiamme, vidi avvicinarsi il comandante del mio ufficio. Segnava con il dito la foce della Somme su una carta appesa al muro della classe: "I boches sono qui", disse a bassa voce. Mi venne vicino e mormor: "Non lo dica in giro". Avevo appena cercato un contatto telefonico con il GQG, ma fu solo dopo diversi tentativi, lo confesso, che compresi tutta la desolazione racchiusa in queste tragiche parole: "un esercito accerchiato".
Ci trasferimmo poco tempo dopo (il 22 maggio) verso Nord, a Estaires-sur-la-Lys. Era per una posizione poco sicura. Gli aviatori tedeschi non miravano certo a colpire gli stati maggiori, ma sarebbe stato troppo presuntuoso chieder loro di evitarci. Gi il primo giorno, nel pomeriggio, una bomba, senza colpire direttamente la locanda in cui alloggiavamo, ne fece tremare il camino e le mura s che gli abiti, le carte, il nostro viso si ricoprirono di una disgustosa fuligine. L'avvertimento non cadde nel vuoto. In piena notte, un ordine di partenza mi tir gi dal letto in cui per la prima volta dopo molti giorni - e per l'ultima di tutta la campagna - assaporavo il dolce sonno che sanno offrire due vere lenzuola. Ma quando ci mettemmo in marcia il giorno era gi spuntato da ore; l'arte del riposo, cos necessaria, era del tutto sconosciuta al nostro stato maggiore. In mattinata, dopo una lunga ispezione per assembrare come al solito il mio parco carburanti, raggiunsi a sud di Lilla il castello di Attiches, dove gi si trovavano riuniti i miei compagni (23 maggio).
Il castello, circondato da un bellissimo parco, era un edificio massiccio, adorno, sulla facciata, di orribili ceramiche e ammobiliato in quello stile sfarzoso, cupo e vagamente medievale che l'alta borghesia, sulla fine del secolo scorso, considerava cornice indispensabile ad un'esistenza che si pretendesse signorile. In un angolo della sala da pranzo, dove si svolgeva la nostra attivit, il castellano, dando prova di una sollecitudine che giudicammo prematura, aveva ammonticchiato un bel numero di corone funebri. E qui, sin dal pomeriggio del 23, il nostro IV ufficio si divise definitivamente in due sezioni. La prima, lo scaglione destinato alle retrovie, raggiunse immediatamente la costa per dirigervi i rifornimenti via mare. L'altra, cui appartenevo, rest sul posto con il comandante dell'armata. In realt, proprio la pi lontana dal fronte avrebbe subito i bombardamenti pi violenti. Fu questa un'ironia del destino che sul momento nessuno, io credo, aveva previsto. In tutta innocenza, ci credevamo i pi minacciati dalle bombe - che invero non smisero di cadere attorno a noi - e, soprattutto, i pi esposti al rischio della prigionia. E se nello scaglione di retroguardia confluirono uomini di indiscutibile coraggio - ma anche alcuni cui questa ritirata non parve poi troppo sgradevole - noi, pi vicini alla linea del fuoco, sentivamo di appartenere ad una piccola e scelta societ, in cui sempre regn un'atmosfera di cordialit e solidariet. Al punto che uno dei nostri compagni, un semplice tenente della riserva che era per, allo stato civile, presidente di una grande camera di commercio del Nord, si rifiut coraggiosamente di obbedire una volta destinato alla costa. Il comandante in seconda del nostro ufficio, che contravvenendo agli usi militari pi accreditati avrebbe accompagnato nelle retrovie il comandante stesso, reag assai male ad un atteggiamento tanto diverso dal proprio. Livido di collera, trascin il ribelle di fronte alla pi alta autorit dello stato maggiore per poi constatare, con grande sorpresa, che questa coraggiosa disobbedienza non aveva riscosso che approvazione.
Ancora un altro episodio, che nella mia memoria  indissolubilmente legato alla sala da pranzo di Attiches: uno dei pi tristi spettacoli umani cui invero mi sia mai capitato di assistere. Vedemmo per un'intera mattinata, accasciato su una sedia accanto alla porta, un personaggio dal viso tetro; lo sguardo spento, masticava una sigaretta dopo l'altra. Sulla sua manica non compariva l'indicazione del grado, o almeno, non risultava visibile e tutti gli passavano accanto senza badargli, come all'ultimo dei piantoni. Era invece un generale di divisione, sino al giorno prima a capo di una delle nostre pi brillanti unit. Ma era un generale da qualche ora destituito dal comando. Per ubriachezza, si mormorava a torto o a ragione. Aspettava un ultimo colloquio con il comandante dell'armata, un colloquio a lungo procrastinato. L'ottenne, infine, sul far del mezzogiorno. L'incontro non dur che qualche minuto, e mai pi rivedemmo il nostro ospite di quella penosa mattina.
Fu poi la volta (dopo il 26) del nostro ultimo posto di comando: a Steenwerk, dall'altra parte di Lilla, in direzione nordovest. Una villa piacevole, luminosa, di buon gusto. Nella casa accanto alloggiava il generale Prioux. Aveva appena assunto il comando dell'armata al posto del generale Blanchard, passato al gruppo d'armate. La stretta del nemico si faceva di giorno in giorno pi pressante, gi si profilava il problema della distruzione con il fuoco degli importanti depositi di carburante di Lilla.
Trascorsi tutta la giornata del 27 e la notte successiva nel tentativo di ottenere una decisione. Gli ordini e i contrordini che si succedettero non furono meno di quattro. L'ultimo, che ingiungeva di distruggere tutto, rischi di rimanere inevaso. Il mio motociclista part nella notte. Non arriv mai. Quale che sia stato il suo destino, non ho il diritto di avere rimorsi. Era mio compito assicurare l'invio del messaggio. Consegnandolo di persona avrei mancato ai miei doveri. Pure, come non sentire una stretta al cuore quando penso che un bravo giovane  forse andato a morire eseguendo un ordine che io avevo impartito? Qualche ricordo simile a questo gi appesantiva la mia memoria dalla guerra precedente: qualcosa che a volte, durante le veglie, si fa lancinante, finch la coscienza non mi abbandona. Fortunatamente, riuscii a rispedire l'ordine e il grande fuoco si accese in tempo.
Giusto in tempo. Perch gi l'armata si ritirava dietro la Lys e, da l, verso la costa. Non tutta, per. La sera del 28, il generale Prioux ci fece sapere che, nell'impossibilit di garantire la ritirata di almeno due delle sue divisioni, aveva deciso di restare a Steenwerk e di attendervi il nemico. Al suo fianco non sarebbe rimasto che qualche ufficiale; invit quindi la gran parte di noi a raggiungere in nottata la costa, da dove ci saremmo imbarcati. Andai a trovarlo poco dopo, perch mi confermasse l'ordine di vuotare, mettere fuori uso e abbandonare le autocisterne. Significava privare l'armata delle ultime gocce di benzina, e non ritenni di potermi assumere la responsabilit di una decisione cos grave bench implicitamente contemplata dalle disposizioni del momento. Il nostro grande capo misurava malinconicamente, a grandi passi, l'ingresso della casa in cui alloggiava. Triste destino, il suo. Era stato strappato al corpo di cavalleria, che a quanto so aveva comandato con tutti gli onori, per assumere all'ultim'ora la direzione di un'armata in rotta ed accettare, al posto del vero responsabile, un'amara prigionia.
Tornai alla nostra villa. Nel corso della giornata, conformemente alle istruzioni ricevute, avevo bruciato il mio archivio, ivi compreso il quaderno dove giorno per giorno avevo annotato la storia del mio servizio. Che cosa non darei, oggi, per riavere tra le mani quel caro quaderno verde! Gettai pure nella cucina della mensa la mia corrispondenza personale - ci era stato proibito di appesantirci di bagagli - e scelsi, nella mia cassetta d'ordinanza, qualche oggetto tra quelli pi cari o che ritenevo di particolare utilit, i tre quarti dei quali finii poi per dimenticare. Mi riusc per di cambiare la mia vecchia giubba da lavoro con una giacca in migliori condizioni, pi fortunato, in questo, del generale che comandava l'artiglieria dell'armata. Quest'uomo degnissimo, che per un punto d'onore forse eccessivo era voluto restare con il generale Prioux, non disponeva pi dei propri bagagli prematuramente spediti a Dunkerque. Non gli rimaneva che la giubba che aveva indosso, per di pi sdrucita sui gomiti. Se ne doleva aspramente: farsi catturare, passi! Ma non coperto di stracci! Si pu forse sorridere; quanto a me, confesso che non posso non vedere una certa nobilt in questo sentimento.
Partimmo nella notte: una lunga e lenta colonna di auto si insinu in territorio belga, poich le strade francesi erano gi state interrotte. All'alba, non avevamo percorso che una decina di chilometri. Come riuscimmo a sfuggire agli esploratori motorizzati del nemico? Ancora oggi non riesco a spiegarmelo chiaramente. Sta di fatto che un po' in macchina un po' a piedi arrivai nella tarda mattinata a Hondschoote. Bisognava ancora raggiungere la costa. Unii i miei sforzi a quelli del capitano Lachamp, che ritrovai sul posto, per cercare di raggiungere il grosso del parco carburanti, partito prima di noi, cui era stato indicato come punto di raduno Bray-les-Dunes. Tentammo, in macchina, la strada di Furnes. Ma trovammo dapprima dei ponti interrotti, poi, sulla carreggiata principale, un incredibile ingorgo di camion fermi, testa contro coda, disposti su tre file. Dietro, un ufficiale carrista, a quanto diceva incaricato di un'urgente missione, reclamava a gran voce il passaggio. Ci demmo da fare per pi di un'ora, nel tentativo di aprire almeno una breccia. Un generale di divisione, incontrato per caso, mi domand che cosa facessi l. Quando glielo spiegai, si un a noi per aiutarci e devo dire che ademp al suo compito con notevole zelo. Alla fine i nostri sforzi furono premiati. Ma era ormai troppo tardi per proseguire - e, inoltre, chi ci garantiva che pi avanti non ci saremmo imbattuti in nuovi ostacoli? Cos, con le pive nel sacco, non ci rest che fare ritorno a Hondschoote.
Da qui, sul far della notte, ripartimmo per un tragitto pi diretto, questa volta senza auto: a piedi era possibile penetrare l dove una macchina non sarebbe mai passata. Fu una marcia massacrante, almeno per gli ultimi dieci chilometri che percorremmo tra incredibili ingorghi di autocarri a malapena visibili nell'oscurit sempre pi fitta. Il parco era effettivamente a Bray. Mi offrirono ospitalit in una casa abbandonata. E anche da bere. Sfortunatamente - e ben lo sapevano i chirurghi del vicino ospedale di Zuydcoote - tutto quel tratto di costa, chiuso alle spalle da paludi e da polder invasi dal sale, era quasi completamente privo d'acqua in seguito alla rottura dei condotti. Placammo la nostra sete con un bicchiere di champagne. Quanto avrei preferito una sorsata di acqua fresca!
L'armata in quanto tale aveva cessato di esistere ed io non avevo alcun servizio di stato maggiore cui adempiere. Ma gli uomini c'erano ancora. Certo, non comandavo n il parco carburanti n le sue compagnie di autocisterne. Pure, per troppo tempo avevo lavorato con questi bravi ragazzi per credermi in diritto di pensare a me stesso prima di essermi occupato della loro sorte, ovvero del loro imbarco. Perch era quella, allora, la preoccupazione di tutti. Fuggire, prima che il nemico ne forzasse le ultime difese, da quella costa maledetta; sottrarsi alla prigionia percorrendo la sola via ancora libera: il mare. Un'ansia febbrile si era impadronita di quella folla di uomini, ormai quasi disarmati, che dalle rive ove si accalcavano guardavano gli Inglesi, davanti a loro, prendere il largo. Trascorsi gran parte della giornata (il 30) nel tentativo di assicurare ai miei assistiti un posto sulla tabella delle partenze. Fui per la prima parte della mattinata a Bray-les-Dunes, gremita da una folla disordinata di soldati in cerca delle proprie unit e da camion alla cui guida salivano autisti occasionali, che li abbandonavano a volte dopo poche centinaia di metri. Di nuovo mi occupai di circolazione stradale, tentando senza grande successo di impiegare in un'attivit meno inopportuna i gendarmi che a gruppi, assurdamente, affollavano gli incroci. Fui poi al cabaret Perroquet, sulla frontiera belga: il locale, per qualche ora, fu sede di un effimero comando di zona. E giunsi infine a Malo-les-Bains, dove ritrovai i principali componenti del mio IV ufficio. Passai la notte all'addiaccio, sulle dune. Le granate tedesche ritmavano il nostro sonno. Per fortuna, quei metodici artiglieri continuarono ostinatamente a colpire lo stesso punto, a sinistra dell'albergo di Malo-Terminus. I primi colpi fecero molte vittime. Poi, nessuno pass pi di l se non di corsa. Se il tiro fosse stato meno preciso, che massacro su quel letto di sabbia, tra le ammofile!
L'indomani, seppi per certo che i miei si sarebbero imbarcati. Come prevedere che una bomba avrebbe affondato la nave? Gran parte di loro - non tutti, purtroppo - furono tratti in salvo. Potevo ormai occuparmi del mio destino. Il nostro ex sottocapo di stato maggiore, da cui allora dipendevamo, non sembrava certo ansioso di vedere partire avanti a s i propri aiutanti di campo. Tuttavia mi autorizz ad arrangiarmi. L'espressione mi colp sfavorevolmente. Avrei forse preso il posto di un altro? Fortunatamente, nelle prime ore del pomeriggio, la cortesia del comandante del corpo di cavalleria mi permise di ottenere, assieme a due colleghi, un regolare ordine di missione. Non ci restava che raggiungere la nave cui eravamo stati destinati.
Per un'informazione sbagliata io e i miei due compagni di viaggio fummo costretti ad attraversare due volte Dunkerque, dapprima da est a ovest, poi in direzione opposta. Conservo un ricordo nitido della citt in macerie: le facciate degli edifici sventrati, sui quali fluttuavano fumi sottili e, per le strade, meno cadaveri che resti umani. Ancora ho nelle orecchie l'impressionante fragore che come il finale di una grande opera riemp delle sue sonorit i nostri ultimi istanti sulle rive di Fiandra: esplosioni di bombe e di granate, raffiche di mitragliatrici, tiri della contraerea e, per meglio scandire la sinfonia, il ritmo ostinato del piccolo cannone di bordo. Ma, lo confesso, quando rievoco la giornata del 31 non sono queste immagini, l'orrore, il senso di pericolo, a presentarsi per prime alla mente. Rivedo, innanzitutto, la nostra partenza dal molo. Una stupenda sera d'estate dispiegava sul mare la sua magia. Il cielo dorato, il calmo specchio delle acque, i fumi, neri e rossastri, che dileguatisi dalla raffineria in fiamme disegnavano al di sopra della bassa costa arabeschi tanto belli da dimenticarne la tragica origine, persino il nome da racconto ind (Royal-Daffodil, "La giunchiglia del re") dipinto sulla poppa della nostra nave: tutto, in quei primi momenti di viaggio, esaltava l'egoistica ed irresistibile gioia di un soldato sfuggito alla prigionia.
Poi, dopo lo sbarco a Dover, viaggiammo per un'intera giornata in treno lungo l'Inghilterra meridionale. Conservo il ricordo di un lungo torpore interrotto da un'incoerente successione di sensazioni ed immagini che, simili a frammenti di un sogno, affioravano alla coscienza solo per dileguarsi subito dopo: il piacere di divorare a quattro palmenti i sandwich al prosciutto e al formaggio che, attraverso lo sportello, ci venivano offerti da girls multicolori o da pastori dall'aria solenne, quasi stessero distribuendo la comunione; il profumo lievemente dolciastro delle sigarette, offerte con la stessa prodigalit; l'acidulo delle limonate, il gusto insipido di un t diluito da troppo latte; i dolci prati inglesi, la vista dei parchi, le guglie delle cattedrali, le siepi e le scogliere del Devon; gli "evviva" dei bambini che si accalcavano ai passaggi a livello. Di fronte a tante attenzioni, "Che gentili!", dicevano i miei compagni. Verso sera, ci imbarcammo a Plymouth per gettar l'ancora, all'alba, davanti a Cherbourg. Qui, rimanemmo per lunghe ore nella rada. "Dovete capire", dicevano gli ufficiali del piroscafo - francese, questa volta - che ci aveva trasportati, "i signori della capitaneria di porto non arrivano mai in ufficio prima delle nove". Ritrovavamo, purtroppo, la Francia militare delle retrovie. Non pi ovazioni, non pi sandwich n sigarette. Ma, una volta a terra, un'accoglienza strettamente ufficiale, secca, un po' diffidente; per riposarci, un campo inospitale e sporco, dove l'unica nota di gentilezza era costituita da alcune dame della Croce Rossa.
Poi, nuovamente sballottati all'interno di vagoni piuttosto scomodi, giungemmo in piena notte a Caen, dove nessuno sembrava aspettarci ma dove per fortuna vi sono buoni alberghi e perfino stanze da bagno.
Come si cerc di ricostruire, con i resti di un esercito, qualche cosa che potesse ancora servire; come e perch non ci si riusc; vi sar spazio, in seguito, per riflettere su questa malinconica storia. Dopo un prolungato soggiorno in Normandia, eravamo finiti, il 16 giugno, a Rennes. La prima armata non esisteva pi. Ma il suo stato maggiore, o ci che ne rimaneva, era stato messo a disposizione del generale che comandava il "raggruppamento" costituitosi allora, a quanto si diceva, per difendere la Bretagna. Il 17, Rennes fu bombardata dall'aviazione. Il nostro alloggio era assai distante dalla zona colpita; e se le violente vibrazioni prodotte dall'esplosione, purtuttavia lontana, di un deposito di cheddite poterono per un istante, quando intorno a noi tutti i vetri andarono in frantumi, ispirarmi qualche dubbio sulla mia valutazione delle distanze, ben presto mi rassicurai. " dolce - dice il poeta latino - ascoltare il fragore della tempesta al sicuro, sulla riva". Citazione banale, confessione forse odiosa: quale soldato, tuttavia, tendendo l'orecchio ad un pericolo che non pu minacciarlo, non ha sentito nel profondo di s aprirsi il cuore ad un sollievo animale?
Il 18, al mattino, si sparse la voce che il nemico si avvicinava. Il nostro ufficio si affacciava su di un viale, nella parte alta della citt. Sul lato opposto della carreggiata, una via scendeva verso il centro. L alloggiava il mio attendente. Verso le undici, andai da lui per chiedergli di preparare in tutta fretta i miei bagagli. Ci separammo, ma mentre risalivo per la stessa strada scorsi una colonna tedesca che sfilava sul viale; tra me e l'ufficio, dunque. Non uno sparo. Soldati francesi, ufficiali, stavano a guardare. Seppi poi che quando i Tedeschi s'imbattevano in un soldato si limitavano ad intimargli di spezzare il fucile e di gettare le cartucce. Da tempo, ormai, ero risoluto a tentare il tutto per tutto pur di non cadere prigioniero. Se solo avessi pensato di essere ancora utile, avrei avuto, lo spero, il coraggio di rimanere al mio posto. Ma non vi era stata resistenza, e la mia presenza appariva del tutto vana. O, piuttosto, mi sembrava evidente che l'unico mezzo per continuare a servire in qualche modo il mio paese e i miei cari fosse quello di fuggire, prima che il cerchio si chiudesse definitivamente.
Tentare la fuga verso Ovest - supponendo che fosse ancora possibile trovare una strada libera - non avrebbe sortito ad altro che a farmi catturare un po' pi lontano, nel vicolo cieco della penisola. Stessa cosa verso Sud, dove probabilmente non sarei riuscito a passare la Loira. O, per lo meno, cos pensavo allora. Perch seppi in seguito che i Tedeschi, contrariamente alle mie previsioni, avevano occupato Nantes solo il giorno successivo. Sarei d'altronde riuscito a raggiungere la citt? E come? Pensai persino che a Brest avrei forse trovato il modo di imbarcarmi per l'Inghilterra. Ma mi sarei poi sentito in diritto di abbandonare i miei figli per un esilio di cui non potevo prevedere la fine? In ogni modo, dopo qualche minuto di riflessione sul marciapiede di quella strada in salita, presi la decisione che mi parve pi semplice e, di conseguenza, pi sicura. Tornai dove alloggiavo. Mi liberai della giubba - i miei pantaloni in tela greggia non avevano nulla che evocasse in modo particolare l'uniforme. Dal padrone di casa, che con il figlio diede prova di non poco coraggio, ottenni in prestito senza difficolt una giacca ed una cravatta. Poi, dopo aver rintracciato uno dei miei amici, professore a Rennes, mi feci assegnare una stanza in un albergo. Ritenendo che il modo migliore per nascondersi sia quello di rimanere se stessi, scrissi sul modulo che mi porsero il mio vero nome e la mia professione. I miei capelli grigi erano una garanzia sufficiente perch nessuno, sotto l'universitario, cercasse l'ufficiale. Sempre che la Kommandantur non provvedesse a confrontare l'elenco degli ospiti degli alberghi con le tabelle dei quadri dell'esercito. Idea, per quanto ne so, che mai fu presa in considerazione. Di fare prigionieri, a quanto pareva, i nostri padroni si erano gi stancati.
Trascorsi cos una dozzina di giorni a Rennes. A ogni passo, per strada, al ristorante, persino in albergo, mi trovavo gomito a gomito con ufficiali tedeschi, ogni volta diviso tra la cocente amarezza di vedere le citt del mio paese consegnate all'invasore e la sorpresa di una pacifica convivenza con uomini che solo qualche giorno prima non avrei affrontato che con un'arma in pugno; e c'era, infine, il sottile piacere di prendermi gioco di quei signori senza che lo sospettassero. Ma era una soddisfazione amara. Perch non credo si possa, senza un certo disagio, vivere nella menzogna. E bench ritenessi che alla mia neppure il pi severo dei casisti avrebbe potuto negare la propria approvazione, mi sconcertava, a volte, la tenacia con cui sostenevo la mia parte.
Ristabilite le comunicazioni ferroviarie, raggiunsi Angers, dove ho degli amici; di qui, in automobile, Guret e i miei. Dei dolci momenti della revoyure, come ben si diceva un tempo nella nostra lingua, non far parola in queste pagine. Il mio cuore sarebbe troppo turbato. Cada su di essi il silenzio.
Questa  dunque la cornice entro la quale si  svolta la mia esperienza. Di questa guerra, ben inteso, poich la precedente non costituir che lo sfondo del quadro. Ho partecipato al lavoro e alla vita di stati maggiori di livello abbastanza elevato. Certo, non ero a conoscenza di tutto ci che vi succedeva. A volte, lo si vedr poi, mi  persino accaduto di ignorare un'informazione strettamente necessaria al mio stesso servizio. Ma ho potuto osservare, giorno dopo giorno, i metodi e gli uomini. Mai, invece, ho visto da vicino i combattimenti. Con la truppa non ho avuto che sporadici contatti. In merito a questo, sono dunque costretto ad affidarmi ad altre testimonianze che ho avuto l'opportunit di raccogliere e di soppesare grazie alla mia posizione. Ce n' abbastanza, non per surrogare l'esperienza diretta, l'autenticit e lo spessore umano della quale non hanno eguali, quando, ben inteso, non manchino due buoni occhi per vedere, ma almeno per giustificare certe riflessioni. Chi, d'altronde, pu sostenere di aver visto tutto, di aver saputo tutto? Dica ciascuno, con franchezza, quanto ha da dire: la verit  l, dove ognuno potr riconoscere l'autenticit della propria esperienza.
 

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Capitolo secondo


La deposizione di un vinto


 
Abbiamo appena subito un'incredibile sconfitta. Chi ha sbagliato? Il sistema parlamentare, la truppa, gli Inglesi, la quinta colonna, rispondono i nostri generali. Tutti, tranne loro. Quant'era pi saggio il vecchio Joffre! "Non so - diceva - se sono stato io ad aver vinto la battaglia della Marna, ma di una cosa sono sicuro: se l'avessimo persa, sarebbe stato per causa mia". E forse, con queste parole, intendeva ricordare che un capo  responsabile di tutto quanto accade sotto il suo comando. Poco importa se non tutte le decisioni siano state prese di sua iniziativa, se non era a conoscenza di ogni mossa. Perch  il capo, ha accettato di esserlo e su di lui, nel bene come nel male, ricade la responsabilit dei risultati. Di questa grande verit, che un uomo semplice esprimeva con tanta semplicit, solo oggi ci pare di cogliere sino in fondo il significato. Alla fine della campagna, non conoscevo ufficiale che ne dubitasse: checch si pensi delle cause profonde della disfatta, la causa diretta - che andr a sua volta indagata - fu l'incapacit degli organi di comando41.
 
Temo che questa affermazione, per la sua brutalit, possa urtare pregiudizi condivisi da molti e profondamente radicati. La stampa - con rare eccezioni - e quanto di fondamentalmente accademico vi  nella nostra letteratura hanno diffuso nell'opinione pubblica il culto di un luogo comune. Un generale , per sua natura, un grande generale; e, quando conduce il suo esercito alla sconfitta, succede che venga insignito della Legion d'Onore. Cos, stendendo un velo pudico sui peggiori errori, ci si immagina forse di non incrinare la fiducia della nazione; in realt, ci produce una profonda irritazione tra i subordinati. Ma c' dell'altro, e in definitiva di ben pi importante.
Una bizzarra legge storica sembra regolare i rapporti degli stati con i loro capi militari. Vincitori, li si tiene quasi sempre lontano dal potere; sconfitti, lo ricevono dalle mani del paese cui non hanno saputo assicurare la vittoria. Mac-Mahon malgrado Sedan, Hindenburg dopo il crollo del 1918, hanno guidato i destini di regimi nati dalle loro sconfitte. Non al Ptain di Verdun, non al Weygand di Rethondes la Francia ha affidato - o ha permesso fosse affidata - la guida del paese. So bene che tali successi sono in parte costruiti. Pure, essi rispondono ad una sorta di psicosi dell'affettivit collettiva. Agli occhi dei popoli sconfitti, queste uniformi, zeppe di stellette e medaglie, sono il simbolo dei sacrifici compiuti sul campo di battaglia ma anche delle glorie del passato e, forse, del futuro. Non credo che un'opinione in contrasto con la verit possa mai meritare di non essere contraddetta. Ma mi stupisco, con Pascal, dello zelo "che si scaglia contro coloro che denunciano i pubblici errori risparmiando invece chi li ha commessi"; "I santi non hanno mai taciuto", ha scritto ancora. Non  un motto che la censura possa far proprio. Nondimeno, esso si pone come materia di riflessione per quanti, senza per questo aspirare alla santit, abbiano a cuore la semplice moralit dell'uomo onesto. Tuttavia, poich si tratta di un sentimento sincero, impossibile liquidarlo senza un po' di tristezza.
Dicevo dunque del "comando". La parola non era ancora uscita dalla penna che gi lo storico, in me, si scandalizzava di averla scritta.  d'altronde l'abbicci del nostro mestiere: guardarsi dalle vuote definizioni per ritrovare, dietro di esse, l'unica realt possibile, quella degli uomini. Gli errori del comando furono, in fondo, quelli di un gruppo di individui.
Poco ho avuto a che fare con i pi alti comandanti, dai quali mi separavano il mio grado e le mie funzioni. Il solo che mi sia capitato di avvicinare fu il generale Blanchard. Di lui, ricordo soprattutto la grande educazione. L'ultima volta che mi fece l'onore di scambiare qualche parola fu in Normandia, al mio ritorno dalle Fiandre. Disse, cortesemente: "Bene! Anche lei, vedo,  uscito indenne da quest'avventura!" Frase, pensai, quantomeno disinvolta. "Benedetta sia la nostra felice avventura!" esclama anche Flix, nell'ultima scena del Polyeucte. E Voltaire commenta: "Queste parole, dopo aver tagliato la testa al genero, fanno un po' ridere". Quanto a Blanchard, durante l'avventura delle Fiandre aveva perso pi della met dell'armata e si era lasciati alle spalle, prigionieri volontari, il capo di stato maggiore e l'ufficiale che egli stesso aveva scelto come successore. Ma so che non si giudica un uomo per una frase detta l per l. Un giorno, al castello di Attiches, mi capit di trascorrere pi di un'ora nella stanza in cui si trovava il generale. Vi ero stato convocato all'alba, per telefonare al GQG britannico. Non una parola, forse neppure un gesto: calato in una tragica immobilit, Blanchard fissava la carta sul tavolo che ci separava, quasi a cercarvi la decisione che gli sfuggiva. Sempre ad Attiches, del tutto involontariamente, lo sorpresi mormorare alcune parole sulle quali dovr poi ritornare. Ma, invero, non l'ho conosciuto se non per i suoi atti di comandante. E in merito a questo non saprei poi distinguere con precisione tra il suo operato e quello dei suoi collaboratori.
Tutt'altra familiarit, ovviamente, ho avuto con gli ufficiali di stato maggiore miei compagni o diretti superiori, in gran parte di carriera e diplomati alla Scuola di guerra. Una familiarit tanto stretta che, lo so sin da ora, mi preserver dal tratteggiare il ritratto, certo arbitrario, dell'ufficiale di stato maggiore in quanto tale. Quando ad occhi chiusi passo in rassegna i miei ricordi, sono figure nettamente caratterizzate a presentarsi l'una dopo l'altra alla mente: alcune destinate per sempre a farmi sorridere, altre che mi saranno care sinch vivr.
Il capitano B., del III ufficio, levando al cielo la testa vuota, sembrava offrire alla perenne venerazione delle folle, quasi un santo sacramento, la scienza libresca di cui era divenuto depositario ai corsi di tattica. Il capitano X. apparteneva al nostro ufficio; facile alla parola, non altrettanto all'azione, in pochi mesi riusc ad attirarsi l'odio di tutti gli addetti alla segreteria che egli, in virt di un'innata vocazione al comando, sentiva il dovere di "mettere al passo". Quando andava a dormire in cantina, che sogghigni alle sue spalle! Come confondere con questi spacconi il nostro delizioso addetto mensa, cos gentile, schivo e coraggioso, tanto efficiente quanto discreto nell'esecuzione dei suoi compiti di vicecomandante del mio ufficio e, in seguito, di ufficiale di collegamento? Solo questo gli rimprovero, la crisi di sconforto o di prostrazione fisica che, di fronte al crollo dei suoi sogni di guerriero per immagini di pinal, lo indusse una sera, nella pesante atmosfera di Steenwerk, a lasciarsi fare inutilmente prigioniero. Quanto aveva dovuto soffrire per arrivare sino a quel punto, e quanto ancora avr sofferto al sapere, da qualche giornale tedesco, dell'armistizio. I tre che ho appena nominato, avevamo imparato a conoscerli sin dal tempo di Bohain. Ma i giorni infuocati della battaglia, nel bene come nel male, ci riservavano pi di una sorpresa.
Conoscevamo quell'ufficiale superiore che aveva fatto la guerra del 1914-18 riportandone onorevoli citazioni, ci erano noti i suoi pregi, non privi di attrattiva, quanto i suoi temibili difetti: il senso pratico, ma anche il disordine, la capacit di "arrangiarsi" come l'estrema riluttanza a prevedere alcunch; la sua cortesia e, a tratti, una certa mancanza di franchezza. Ma come avremmo potuto prevedere il suo crollo al momento dell'azione? Oggi, in tutta sincerit, ritengo che l per l fummo ingiusti nei suoi confronti. Senza pensarci troppo, e con una certa cattiveria, scambiammo per debolezza di fronte al pericolo - vi era, in lui, quell'estremo nervosismo tanto simile, esteriormente, alla paura - ci che in fondo non era che consapevolezza, quasi presentimento della catastrofe incombente, ansia sotto il peso di una responsabilit troppo greve, sentimentalit eccessiva, anche. Non mi confess forse, ad Attiches, che non se l'era sentita di designare egli stesso i suoi collaboratori, coloro che sarebbero poi rimasti nel luogo che allora si riteneva pi esposto? Ma una cosa  certa: appesantito da anni di ufficio e di pedagogia, questo soldato di carriera non aveva ormai nulla del capo, n il dominio di s n l'implacabilit.
D'altro canto, come resistere al piacere di evocare l'alta e bionda figura del caro capitano di artiglieria che nei giorni oscuri di Attiches e di Steenwerk esercit il comando dello scaglione del nostro ufficio rimasto in prima linea? Sulle prime, a Bohain, dove dirigeva la sezione rifornimenti, lo giudicammo eccessivamente pignolo, a volte scorbutico. Non brillava per prontezza di spirito, era appassionato di equitazione e spesso si vantava di detestare il lavoro intellettuale. La sua determinatezza quando si trattava di difendere le proprie opinioni, foss'anche contro i superiori, induceva alla stima. Ma indispettiva il suo carattere polemico. Il gusto, forse un po' ostentato, per il lazzo scatologico stancava anche i meno puritani. I suoi pregiudizi politici, sociali (apparteneva all'alta borghesia) e, immagino, razziali, erano quanto pi  possibile lontani dalla mia visione del mondo. Ci comportavamo correttamente, da buoni commilitoni, ma, temo, senza troppo calore da una parte come dall'altra.
E arriv la campagna del Nord. Quando tutto fu consumato, il generale Prioux stabil che ogni ufficio designasse un ufficiale che avrebbe atteso il nemico insieme a lui. T., gi lo si  detto, era allora il nostro capo. Ritenne pertanto che questa missione di sacrificio non potesse spettare che a lui. Era d'altronde profondamente convinto che consentire ad un'inutile prigionia esulasse dai doveri d'onore del soldato, e mi confid tempo dopo di aver trascorso la sera che segu con l'occhio fisso al buco della siepe attraverso il quale, all'arrivo dei Tedeschi, contava di sfuggire alle loro grinfie, pistola alla mano. E sicuramente ci avrebbe provato, se all'ultimo momento un inopinato incidente non gli avesse restituito la libert di movimento. Nella notte, comparve al posto di comando il generale che comandava il IV corpo: le unit ai suoi ordini erano quasi tutte nell'impossibilit di ripassare la Lys, ed egli aveva deciso di legare il proprio destino a quello del generale che comandava l'armata. Lo accompagnava il nostro addetto mensa che presso di lui svolgeva funzioni di agente di collegamento. Come gi si  detto, il povero ragazzo rifiut la possibilit che gli veniva offerta, raggiungere la costa. E fu la sua stanca abnegazione a salvare T. Il generale non aveva chiesto che un prigioniero per ufficio. T. fu dunque autorizzato a partire. Il mattino del giorno successivo, al nostro primo appuntamento non lontano da Hondschoote, sorpresi e felici lo vedemmo spuntare con un leggero ritardo su una bella bicicletta nuova che aveva trovato lungo il cammino, per le strade ormai deserte di Bailleul. Ma io e lui ci eravamo gi salutati, la sera, alla vigilia della partenza. Eravamo tutti e due piuttosto commossi, e se non ci confessammo a parole il rimpianto per esserci prima di allora ignorati, fu solo perch non sono, queste, cose che si dicono: basta sentirle insieme. La vita oggi ci ha separato. E ora, mentre scrivo, neppure so se egli sia ancora vivo. Se mai ci rincontreremo, temo sar solo per scontrarci di nuovo. Ma non come un tempo. Io, almeno, mai potrei cancellare quei pochi minuti carichi di elettricit umana nel giardino di Steenwerk.
E neppure ci che li aveva preceduti e giustificati. Uno dei doni del vero uomo d'azione  che al momento di agire i suoi difetti scompaiono e le virt, sino ad allora come assopite, si manifestano con forza inattesa. Fu questa la metamorfosi del nostro compagno. Coscienzioso e sincero lo era sempre stato; smise di attaccarsi alle minuzie, perse il piacere della contraddizione. Sempre disposto a dare un'informazione, una direttiva, fu il capo che sa lasciare agli esecutori la necessaria libert pur facendosi carico di ogni responsabilit. Paziente, conserv la calma nei momenti peggiori, fu prodigo della propria fatica, amministr oculatamente quella dei compagni. E poi, che bravo ragazzo! Avevo scoperto un uomo.
Ma in ogni gruppo umano gli individui non sono tutto. Le loro peculiarit tendono anzi ad attenuarsi quando essi appartengano ad una comunit saldamente costituita. Una prima formazione, i cui criteri siano stati per tutti pressoch gli stessi, l'esercizio di una medesima professione, la sottomissione a regole di vita comuni, non sono forse i vincoli pi stretti. Oltre alle tradizioni che i vecchi trasmettono ai giovani e i capi ai subordinati,  necessario il sentimento di una sorta di prestigio collettivo. Ci  particolarmente vero per quelle che potremmo chiamare corporazioni militari. Nella nazione, gli ufficiali di carriera costituiscono gi una piccola societ fortemente caratterizzata: pi di ogni altra, per via di molteplici persistenze, essa pu restituire alla nostra civilt relativamente uniforme l'immagine di ci che nella vecchia Francia non fu tanto la nozione di classe quanto di "ordine". Tra la nobilt di un tempo, al di l delle enormi differenze di rango, forte era la coscienza di una sostanziale eguaglianza di origine, tanto che lo stesso sovrano, secondo questo codice, era solo il "primo gentiluomo del suo regno". Oggi, allo stesso modo, quando un generale, foss'anche dei pi decorati, entra in una stanza dove  al lavoro un modesto sottotenente, mai potrebbe esimersi dallo stringergli la mano senza mancare alla pi elementare delle norme di cortesia. Di fronte a un sottufficiale - non parliamo poi di soldato semplice - solo circostanze del tutto eccezionali potrebbero indurlo a tale gesto. A sua volta, il mondo degli ufficiali di stato maggiore, all'interno dell'esercito, si presenta come una collettivit notevolmente omogenea.
Ed  indiscutibile che tra le sue caratteristiche una delle pi onorevoli sia il rispetto del dovere professionale, attitudine che peraltro ritengo comune agli ufficiali di ogni grado. Suppongo che tra i diplomati della Scuola di guerra, come ovunque, vi siano individui imbelli, privi di coscienza. Tranne forse che in un caso - e si trattava di un personaggio che i suoi colleghi avevano gi avuto occasione di giudicare, poi relegato in uno stato maggiore senza importanza - posso dire di non averne mai incontrati.  questa una grande virt, che oggi ben pochi altri corpi di dipendenti dello Stato possiedono, temo, in questa misura.
Si  spesso detto del disprezzo dell'ufficiale di stato maggiore nei confronti dell'ufficiale di reparto. Non nego di aver visto in alcuni, pochi, tutto sommato, i segni di un'irritante boria da Scuola di guerra. Ma, anche questo va detto, quasi tutti i diplomati che ho conosciuto esprimevano il forte desiderio di riprendere il proprio posto tra le truppe. Pu anche darsi che si trattasse, in parte, di una posa. So di alcuni che al momento buono persero molto del loro entusiasmo. Almeno tra i giovani, per, mi  parso che questa intenzione, nella gran parte dei casi, rispondesse ad un sentimento sincero. Ed  comunque significativo che le buone maniere richiedessero tale manifestazione di stima per i servizi di reparto.
Quanto ai malintesi che in tante armate, di qualsiasi nazione, sorgono tra gli esecutori e il personale dirigente, non ne  certo quest'ultimo il solo responsabile. Le difficolt, ai diversi livelli, non appaiono in un'identica prospettiva e mettersi nei panni degli altri, ai gradi pi bassi come al vertice della gerarchia, ha sempre comportato una ginnastica mentale particolarmente faticosa. Ma  innegabile che su questo punto gli stati maggiori abbiano commesso gravi errori. Non tanto per disprezzo quanto, ritengo, per scarsa immaginazione e mancanza di concretezza.
Quando ancora non si combatteva, eravamo spesso occupati a muovere le unit sulla carta: quanti di noi riuscivano a raffigurarsi con sufficiente chiarezza l'insieme dei disagi materiali o a immaginare lo scoramento della truppa quando, in pieno inverno, l'accantonamento dove gi il soldato ha ingegnosamente costruito il suo nido deve essere abbandonato per un nuovo alloggiamento che il pi delle volte pu offrirgli soltanto installazioni mediocri e disagevoli? Ma c' di peggio. Durante la precedente guerra, ho spesso constatato l'incapacit del comando nel calcolare con precisione il tempo che un ordine emanato da un quartier generale impiega, di tappa in tappa, per raggiungere il punto dove potr essere eseguito; a chi manca d'immaginazione, neppure i migliori promemoria insegneranno mai a misurare la lenta avanzata di un agente di collegamento, le sue incertezze e i suoi errori su una pista fangosa. Il 22 luglio 1918 - prestavo servizio presso l'armata Mangin, i cui metodi erano al riguardo quanto mai deplorevoli - fui assalito dall'angoscia allorch io stesso ricevetti in consegna un ordine di attacco che solo con ritardo avrei potuto trasmettere agli interessati, gi in movimento. Giunse a destinazione cos tardi che il battaglione incaricato dell'operazione non ebbe il tempo di effettuare una ricognizione del terreno prima dell'alba; part all'assalto in direzione sbagliata e quasi tutti furono inutilmente massacrati. Non sono sicuro che anche nella direzione di questa guerra non si siano verificati simili errori. E, in merito a questo, a dover essere posta sotto accusa  tutta una formazione intellettuale. Ma avremo occasione di tornare sull'argomento.
Pure, un rimedio ci sarebbe, semplice e assai noto. Basterebbe stabilire una continua rotazione, per frazioni, tra i due gruppi di ufficiali. Ma i grandi comandanti non amano cambiare collaboratori. Nel 1915 e 1916, come si ricorder, le resistenze in proposito furono cos forti che combattenti e stati maggiori finirono per guardare agli eventi da una diversa prospettiva. Quando l'avvicendamento infine s'impose, fu eseguito in proporzioni massicce giacch per troppo tempo lo si era procrastinato; e i reparti, decimati, non potevano pi fornire gli elementi adatti nel numero che sarebbe stato necessario. Non  detto, infatti, che un buon comandante di compagnia o di battaglione sia anche un buon ufficiale di stato maggiore. Non senza inquietudine, nell'inverno 1939-1940, vidi dunque riproporsi tale cristallizzazione dei quadri; cercai di segnalarne i rischi in alto loco. Tuttavia, la crisi di maggio e giugno fu troppo repentina perch gli effetti di questa cattiva organizzazione potessero manifestarsi.
Onesti, sinceramente desiderosi di agire per il meglio, profondamente patrioti, anche pi acuti, nella gran parte dei casi, della massa dei diplomati al Politecnico o a Saint-Cyr - da cui peraltro provengono - a volte persino brillanti, gli ufficiali di stato maggiore rappresentano, nell'insieme, un corpo degno di stima. Ma  indiscutibile che proprio loro o i comandanti che essi hanno espresso ci abbiano condotto alla sconfitta. Perch? Prima di abbozzare una spiegazione,  opportuno cercare di capire come si siano svolti i fatti.
 
Non pretendo di scrivere una storia critica della guerra, neppure della campagna del Nord. Non dispongo dei documenti necessari, non ne ho la competenza tecnica. Ma alcune constatazioni di particolare evidenza si impongono sin d'ora, senza attendere oltre.
Molti errori di diversa natura, i cui effetti si sono accumulati, hanno condotto al disastro le nostre armate. Ma un limite sovrastava tutti gli altri. I nostri comandanti, o coloro che agivano in loro nome, non hanno saputo pensare questa guerra. Il trionfo dei Tedeschi, in altre parole, fu essenzialmente una vittoria intellettuale ed  questo, forse, l'aspetto pi inquietante.
Ma si pu essere pi precisi. Un elemento, tra tutti decisivo, oppone la societ contemporanea a quelle che l'hanno preceduta: dall'inizio del XX secolo, la nozione di distanza  radicalmente mutata. La metamorfosi si  prodotta all'incirca nello spazio di una generazione e, per quanto rapida, si  inscritta troppo bene, via via, nei nostri costumi, perch l'abitudine non abbia potuto mascherarne almeno in parte il carattere rivoluzionario. Ma gli avvenimenti che stiamo vivendo ci hanno aperto gli occhi. Le privazioni causate dalla guerra e dalla sconfitta hanno agito sull'Europa come una macchina del tempo, riportandoci ad un genere di vita solo ieri considerato definitivamente scomparso. Scrivo dalla mia casa di campagna. L'anno scorso, quando al pari dei miei fornitori disponevo di benzina, il capoluogo di cantone, nostro piccolo centro economico, sembrava alle porte. Quest'anno, che i pi agili di noi devono accontentarsi di una bicicletta o di un carretto trainato da un asino per i carichi pi pesanti, ogni partenza per il paese ha assunto il carattere di una spedizione, come trenta o quarant'anni fa. I Tedeschi hanno fatto una guerra di oggi, sotto il segno della velocit. Quanto a noi, non solo abbiamo tentato di condurre una guerra di ieri o dell'altro ieri ma, nel momento in cui vedevamo i Tedeschi condurre la loro, non abbiamo saputo o voluto comprenderne il ritmo, scandito dalle vibrazioni accelerate di una nuova era. Al punto che, a ben vedere, a scontrarsi sui nostri campi di battaglia furono due avversari appartenenti a due diverse et dell'umanit. Abbiamo insomma rinnovato i combattimenti, noti alla nostra storia coloniale, della zagaglia contro il fucile. Ma eravamo noi, questa volta, i primitivi42.
 
Rileggete la lista dei posti di comando della prima armata durante la campagna del Nord: Valenciennes, Douai, Lens, Estaires, Attiches, Steenwerk. A ogni nuova pressione del nemico, un arretramento. Niente di pi naturale. Ma di quanto? Tra i venti e i trentacinque chilometri per volta. Mai di pi. E dunque - poich  in termini di distanze orarie che oggi conviene pensare, come gi ci insegnava Vidal de La Blache - mezz'ora d'auto al massimo. Naturalmente, gli spostamenti della posizione di resistenza avvenivano in proporzione, o per lo meno corrispondevano alla nuova linea che il comando si immaginava di poter imporre al nemico. Dalla scuola di Lens, dove alloggiavamo, sentivamo distintamente il crepitio delle mitragliatrici. Su un vecchio soldato del 1914, il richiamo a tali sonorit quasi dimenticate poteva forse esercitare qualche suggestione, ma non credo che l'intento dei nostri comandanti fosse quello di offrire tale diletto al proprio stato maggiore. Semplicemente, i Tedeschi erano avanzati pi in fretta di quanto non si fosse pensato, contravvenendo alle regole della buona creanza. E fu pi o meno sempre cos. "Strategia del giorno dopo giorno", cos definiva questi metodi uno dei miei compagni: uno di quei giovani che perlomeno appartenevano al proprio tempo e soffrivano al vedere i loro superiori ostinatamente rivolti al passato. N sarebbe stato necessario aver consumato il fondo dei pantaloni sui banchi della Scuola di guerra o del CHEM (il Centre des Hautes tudes Militaires) per comprendere una situazione ormai sin troppo evidente. Travolta l'armata della Mosa, le offensive del nemico sul nostro fronte si facevano di giorno in giorno pi pressanti. Non restava che una via di salvezza: "sganciarsi" e stabilire una nuova linea di difesa pi indietro nelle retrovie, per non rischiare di essere travolti ancor prima di esserci attestati sulle nuove posizioni. Ci si limit invece a lanciare in prima linea, una dopo l'altra, piccole unit votate al massacro, mentre d'altro canto ci si ostinava a resistere in posizione avanzata, verso Valenciennes e Denain; cosicch, quando infine ci si decise alla ritirata verso la costa, le divisioni che erano state lasciate laggi non fecero in tempo a raggiungerla. Se Joffre, dopo Charleroi e Morhange, avesse proceduto in questo modo, non avrebbe vinto la battaglia della Marna; l'avrebbe perduta presso Guisa. Eppure, a quel tempo, il nemico non avanzava che a piedi.
Non saprei dire con esattezza quale sia stata la responsabilit di questi errori ai diversi livelli del comando: prima armata, GQG e, in posizione intermedia, primo gruppo di armate. Inizialmente quest'ultimo fu comandato dal generale Billotte, poi, dal 25 maggio, dal generale Blanchard. Morto il 21 in un incidente d'auto, Billotte non pu pi difendersi. La sua opportuna scomparsa ha fatto di lui, naturalmente, un capro espiatorio. E, a giudicare da certe conversazioni che ho potuto cogliere nella nostra piccola e triste sala da pranzo di Malo-les-Bains, non si rinuncer di certo a fargli interpretare questo ruolo.
Forse, non del tutto a torto. Se i Tedeschi avessero invaso il Belgio, come avrebbero risposto le armate franco-britanniche? Per tutto l'inverno il problema aveva tenuto in agitazione gli uffici "operazioni" degli stati maggiori. Si fronteggiavano due diverse soluzioni. Gli uni proponevano di attendere il nemico a pi fermo, in Belgio, lungo la posizione segnata dal corso della Schelda e, verso Est, dalla linea sfortunatamente incompleta di fortini e fossati anticarro che seguiva pressapoco la nostra frontiera - salvo, ovviamente, lanciare in avanti qualche elemento di ricognizione e di rallentamento. Gli altri volevano la guerra immediata e totale, al di fuori del territorio nazionale; suggerivano quindi di occupare repentinamente la riva sinistra della Dyle, quella della Mosa belga e, tra i due corsi d'acqua, le posizioni sulla diagonale che congiunge Wavre a Namur, attraverso le alte pianure della Hesbaye, quasi prive di ostacoli naturali. Sappiamo che alla fine fu questa soluzione a prevalere. E sembra che in tale decisione l'influenza del generale Billotte sia stata preponderante.
Si tratt di una scelta forse imprudente, e che comunque tale si rivel non appena inizi ad esaurirsi la resistenza belga intorno a Liegi. Nelle nostre previsioni, essa ci avrebbe garantito una tregua di qualche giorno, quanto mai necessaria per organizzare ed armare il nuovo fronte. Non era stato possibile far saltare tutti i ponti tra Liegi e Maastricht al momento dovuto, e i Tedeschi, sin dall'inizio della loro offensiva, riuscirono ad accerchiare la zona; a quanto poi riferivano gli agenti di collegamento, le nostre posizioni non avrebbero retto a lungo. Nel frattempo, i primi scontri ci avevano riservato altre sorprese. I carri armati nemici erano molto pi numerosi di quanto avessero supposto i nostri servizi d'informazione, e alcuni di essi erano dotati di un'insospettata potenza. L'aviazione tedesca era spaventosamente superiore alla nostra. Il compito di stabilire il contatto, oltre la Dyle e la posizione Wavre-Namur, era stato affidato al corpo di cavalleria, interamente motorizzato malgrado la designazione tradizionale: "la sola formazione con la quale non ho mai a che fare", mi diceva un giorno il veterinario dell'armata. Il generale Prioux, che comandava allora questa grande unit, propose sin dal giorno 11 di rinunciare alla manovra prevista. Era necessario arretrare immediatamente dietro la Schelda e il confine e stabilire qui la nuova linea di difesa. Ma ancora una volta Billotte volle interferire. Quando un comandante di rango cos elevato si prende la briga di esercitare una pressione personale, difficilmente i suoi tentativi cadono nel vuoto. Ho buoni motivi per ritenere che il generale Prioux, in seguito ad un colloquio con il comandante del gruppo d'armate, abbia almeno acconsentito ad edulcorare il suo rapporto. Di quest'ultimo, d'altronde,  certo che non si tenne alcun conto.
Quale sorte sarebbe spettata alla prima armata e alle forze britanniche e francesi disposte alla sua sinistra, se sulla destra non si fosse inopinatamente aperta la breccia sulla Mosa? Non ho certo la competenza necessaria per pronunciarmi in proposito, per di pi a cose fatte. Il 14 maggio cedette un segmento del fronte che ci era stato assegnato: era difeso da una di quelle divisioni marocchine i cui elementi indigeni, soprattutto all'inizio, sembra tollerassero assai male i bombardamenti aerei e gli attacchi dei carri armati. Ma la riscossa fu abbastanza rapida.
Fu indubbiamente la disfatta delle armate della Mosa e di Sedan, che di colpo sguarn le retrovie delle truppe impegnate in Belgio, a votare ad un irrimediabile scacco la loro manovra. Come spiegare che la scoscesa vallata di un fiume cos largo sia stata difesa tanto male, contro ogni aspettativa? In merito a questo evento, uno dei pi gravi della guerra, forse il pi sorprendente, ho sino ad ora raccolto soltanto dicerie prive di fondamento. Ma so sin troppo bene che si tard a trarne le necessarie conseguenze.
 
Venimmo a sapere della breccia sulla Mosa il 13 maggio; lo stesso giorno, un ordine firmato Gamelin ci ingiungeva di resistere sulla linea Wavre-Namur. La ritirata fu decisa soltanto il 15, e gi ho avuto occasione di ricordare che venne effettuata col contagocce. N qualcosa cambi con la sostituzione di Gamelin con Weygand (il 20 maggio) o in seguito alla visita compiuta il giorno successivo dal nuovo generalissimo a lord Gort e al generale Billotte43: un viaggio drammatico, in aereo, poich le comunicazioni terrestri erano ormai state tagliate sino al mare.
 
Fu al ritorno da questo colloquio che l'auto del comandante del gruppo d'armate - si diceva viaggiasse sempre a folle velocit - si schiant contro un camion. Quale era stato il ruolo di Billotte negli avvenimenti successivi al 13 maggio? Non dispongo di informazioni particolari, ma una cosa  certa: gli errori commessi allora furono, quanto agli effetti, assai pi decisivi, persino meno giustificabili dell'adozione del primo piano operativo, per quanto temerario esso sia stato. Sono pochi, in fondo, i grandi comandanti che non siano mai incorsi in un errore iniziale; la vera tragedia comincia quando non sanno porvi riparo. Uscito di scena Billotte, nessuno sent aleggiare uno spirito diverso sugli organi di comando. Probabilmente le sue colpe, innegabili, non appartenevano a lui solo ma a tutta una scuola. Riusc, almeno, la dura lezione della campagna del Nord, a convincere i nostri capi che il ritmo della guerra era mutato? La risposta  nella storia delle ultime convulsioni nelle quali si dibatterono i tronconi d'armata sfuggiti al disastro delle Fiandre. I battelli che ci avevano permesso di sfuggire alla prigionia sbarcarono sulle coste francesi degli sbandati, uomini che avevano affrontato la ritirata, l'imbarco, a volte un naufragio; erano tutti disarmati. Bisognava ricostituire le unit, inquadrarle, riequipaggiarle da capo a piedi. Per questa operazione, delicata e necessariamente piuttosto lenta, l'alto comando scelse una zona che si stendeva all'incirca da Evreux a Caen. Il fronte gi allora mobile della Somme correva in media a 150 chilometri di distanza. Sarebbe stato molto ai tempi di Napoleone, forse sarebbe bastato nel 1915. Nell'anno di grazia 1940 si trattava di una distanza risibile, e i Tedeschi lo dimostrarono. Ben presto fummo costretti a ritirarci verso Sud, dapprima di poco, come al solito, poi ben pi lontano. Ma la grande disfatta era gi cominciata. In verit  sulla Charente, quando non sulla Garonna, che avremmo dovuto ritirarci; saldamente insediati per dirigerci da l in ogni direzione, avremmo forse avuto il tempo per renderci utili. Ancora oggi, come in quei giorni nei nostri castelli normanni, questo pensiero mi riempie di rabbia. Di questa stupefacente impermeabilit ai pi elementari insegnamenti dell'esperienza non dovevamo essere noi, d'altronde, le uniche vittime e neppure le pi sfortunate. Ai Tedeschi che avanzavano verso la pianura della Saona, il Giura ed il Reno, non fu forse lasciato tutto il tempo per accerchiare le armate francesi ad Est e - poco manc - sulle Alpi? Da un capo all'altro della guerra, il metronomo degli stati maggiori non cess di battere fuori tempo44.
 
Un episodio, di per s senza conseguenze ma significativo, fin per convincermi che questa curiosa forma di sclerosi mentale non si limitava alle autorit superiori, colpevoli di averci assegnato come asilo le immediate retrovie del fronte. Da quando il generale che comandava il XVI corpo, dopo mille peripezie, si era visto assegnare l'incarico di dirigere il lavoro di raggruppamento, lo stato maggiore della prima armata, inoperoso e poco considerato, era stato relegato in due manieri fuori mano, a sud di Caen. Infine, il 15 giugno ricevemmo l'ordine di trasferirci a Rennes. Lo spostamento sarebbe avvenuto parte su rotaia e parte su strada. Disponevamo di poche vetture, e le utilizzammo per trasportare sino alla stazione il distaccamento che avrebbe viaggiato in treno. Al termine di questo va e vieni, verso sera, io ed un mio compagno ci recammo dal tenente colonnello, l'ufficiale di grado pi elevato tra di noi. Come avevamo convenuto, gli proponemmo di partire immediatamente. Nessuno ignorava che le colonne motorizzate dei Tedeschi si erano infiltrate in Normandia e che minacciavano soprattutto le nostre comunicazioni con il Sud. In un inopinato incontro con le autoblindo-mitragliatrici nemiche, una carovana di ufficiali armata soltanto di qualche pistola avrebbe fatto una ben magra figura. Rischiavamo di farci catturare stupidamente, al volo, e la prospettiva ci risultava quanto mai sgradita. Il tenente colonnello, come suo solito, inizi col tergiversare. Era troppo scomodo arrivare a Rennes in nottata e cos decise di attendere le prime ore del giorno per levare il campo. Dir, per dovere di sincerit, che non facemmo cattivi incontri. Non per questo la sua decisione mi parve meno rischiosa. Da allora, fui meno propenso a ritenere puramente leggendaria la disavventura di quel comandante di grado assai pi elevato che sull'Oise, a quanto si raccontava, aveva visto la sua sala da pranzo improvvisamente accerchiata da un distaccamento di feldgrau.
D'altronde, quando mai, durante tutta la campagna, abbiamo saputo dove fosse il nemico? Che i nostri comandanti abbiano conosciuto in modo solo approssimativo le sue reali intenzioni e ancor pi confusamente, forse, le sue possibilit materiali, basta a spiegarlo la pessima organizzazione dei nostri servizi informativi. Ma il fatto che sempre, momento per momento, ignorassimo i suoi movimenti, dipendeva innanzitutto da un costante divario nella valutazione delle distanze. La nostra marcia era troppo lenta, il nostro animo privo di dinamismo: come ammettere che il nemico potesse avanzare tanto rapidamente? Il 22 maggio, quando partimmo da Lens, fu deciso che il quartier generale si sarebbe diviso in due gruppi: il posto di comando esecutivo si stanzi a Estaires; la parte "pesante" a Merville, pi lontano dal fronte - almeno cos si pensava. Con grande sorpresa ci accorgemmo infatti che lo scaglione "arretrato" era assai pi vicino alla linea del fuoco di quanto non lo fosse quello che si definiva "avanzato". Gi precedentemente, quando si era aperta la breccia sulla Mosa, si erano dovuti modificare in tutta fretta, strada facendo, i punti di sbarco di una divisione che ci si apprestava a gettare nelle fauci del lupo, con il pretesto di colmare la sacca.
Giunti nelle Fiandre, gli errori di questo tipo si moltiplicarono. Capit persino che un generale di divisione, avvicinandosi al luogo che gli era stato assegnato come posto di comando, scoprisse che il nemico l'aveva preceduto. Ancora mi si gela il sangue al pensiero della tragedia che io stesso rischiai di provocare; del tutto innocentemente, oso dire, poich non avrei potuto informarmi meglio n potevo ritenermi responsabile se i dati di cui disponevano gli altri uffici di stato maggiore non sempre mi venivano comunicati a tempo debito. Per motivi di sicurezza, avevo ordinato il trasferimento di una compagnia di autocisterne il cui luogo di accantonamento era ritenuto troppo vicino al fronte orientale dell'armata. Spedito l'ordine, venni a sapere che i Tedeschi, avanzando in direzione sud-ovest, avevano gi occupato il villaggio prescelto. Solo per miracolo la compagnia, bloccata in un ingorgo, non giunse mai a destinazione. Una frazione di un gruppo di autotrasporto ebbe sorte ben peggiore: nelle vicinanze del luogo di stazionamento cui l'armata l'aveva destinata, fu accolta a colpi di mitragliatrice. Chi non fu ucciso fu fatto prigioniero.
Infine, non potr mai dimenticare il modo in cui venimmo a sapere che le comunicazioni via mare, in territorio francese, sarebbero state di l a poco interrotte. Ormai da diversi giorni io e Lachamp avevamo inviato in un accantonamento vicino alla costa la gran parte del parco carburanti. I nostri depositi fissi si erano progressivamente ridotti a quelli di Lilla; quanto ai pochi autocarri carichi di bidoni ancora in circolazione, la cosa pi semplice era lasciare che le unit si rifornissero direttamente secondo il bisogno. Quasi tutto il personale addetto ai carburanti era dunque divenuto inutile. Con noi, oltre ad un piccolo distaccamento di uomini di truppa, erano rimasti soltanto alcuni ufficiali, quasi tutti incaricati dei collegamenti con i corpi d'armata. Ma, respinta da ogni parte, l'armata si stava concentrando in uno spazio sempre pi ristretto, al punto che i posti di comando dei diversi corpi, a breve distanza l'uno dall'altro, potevano tutti essere visitati in una o due tornate. Non ci parve allora ragionevole esporre al rischio della prigionia pi ufficiali di quanti ce ne servissero. Cos, la sera del 26 maggio, ordinammo ad uno di loro di ricongiungersi al grosso del parco. Il 28, in mattinata, era di ritorno a Steenwerk. Percorrendo l'itinerario indicatogli, tra Steenwerk e Cassel, aveva incontrato alcuni carri armati tedeschi. La notizia era preoccupante, e mi affrettai ad avvertire i comandanti. "Sicuro che non fossero carri armati francesi?" domand un collega del III ufficio, il primo in cui ci imbattemmo. F. replic che aveva tutte le ragioni per pensare il contrario, non foss'altro perch egli stesso era stato testimone di uno scontro a fuoco tra quegli ordigni e le nostre truppe. Il generale Prioux, a cui subito dopo lo conducemmo, fu meno incredulo; incass il colpo senza battere ciglio. Ma ancora oggi mi chiedo dopo quanto tempo ci sarebbe giunta questa informazione se quel bravo tenente non fosse passato di l per caso.
Non sarebbe giusto, per, attribuire quanto si  detto sinora ai soli gradi superiori. Neppure gli esecutori riuscirono in genere ad accordare le loro previsioni ed il loro agire alla velocit dei Tedeschi. Le due carenze erano d'altronde strettamente connesse. Non solo la trasmissione delle informazioni avveniva con grande difficolt, dall'alto al basso come dal basso all'alto, ma gli ufficiali di truppa, il pi delle volte meno sofisticati quanto a dottrina, si erano pur sempre formati alla stessa scuola dei loro compagni degli stati maggiori. Per quanto dur la campagna, i Tedeschi conservarono la fastidiosa abitudine di apparire l dove non avrebbero dovuto essere. Non stavano al gioco. A Landrecis, verso gli inizi della primavera, era stata avviata l'installazione di un deposito di benzina "semifisso", geniale trovata del GQG, in linea con una guerra che non vi fu mai, se non sulla carta. Un bel giorno, era maggio, l'ufficiale incaricato dell'installazione incontr per la strada un gruppo di carri armati. Di uno strano colore, per. Ma che! Conosceva forse tutti i modelli in uso nell'esercito francese? La colonna, poi, era impegnata in una manovra quantomeno bizzarra: sfilava verso Cambrai, in direzione opposta a quella del fronte. In una piccola citt, dalle vie un po' tortuose, non pu forse capitare che le guide perdano l'orientamento? Il nostro uomo si apprestava a raggiungere il capo del convoglio per indicargli la strada, quando un tizio, pi accorto, grid: "Attento! Sono Tedeschi!" Questa guerra  stata una continua sorpresa. Le conseguenze, sul piano morale, sono state a quanto pare gravissime. So di toccare un argomento delicato, in merito al quale, gi lo si  detto, non ho una diretta esperienza. Ma certe cose vanno dette, anche brutalmente. L'uomo pu disporre di tutte le sue energie quando si trovi ad affrontare un pericolo previsto sul luogo previsto; ben pi difficilmente potr tollerare di sentirsi minacciato all'angolo di una strada che egli presumeva tranquilla. Ricordo, dopo la battaglia della Marna, una compagnia che era andata valorosamente all'assalto durante un terrificante bombardamento; il giorno successivo, vidi gli stessi uomini in preda al panico quando tre granate, senza provocare feriti, caddero lungo una strada al cui margine erano state ammucchiate le armi durante la corv dell'acqua. "Siamo partiti perch c'erano i Tedeschi": tante volte, in maggio e in giugno, mi  capitato di sentire queste parole. Traducete: l dove non li aspettavamo, dove nulla lasciava supporre che avremmo dovuti trovarli. Sicch certi cedimenti, che temo innegabili, hanno avuto origine nel battito troppo lento cui erano stati allenati i cervelli. I nostri soldati sono stati sconfitti, si sono, in qualche misura, lasciati sconfiggere troppo facilmente, innanzitutto perch noi pensavamo in ritardo.
Gli scontri con il nemico, quanto al luogo e al momento, erano troppo spesso inaspettati. Non solo: si verificavano in gran parte, e sempre pi frequentemente si sarebbero verificati, secondo modalit alle quali n i comandanti n di conseguenza le truppe erano preparati. Potevamo immaginare di sparare per tutto il santo giorno da trincea a trincea - foss'anche, come era accaduto tempo addietro nelle Argonne, a pochi metri di distanza dal nemico. Avremmo ritenuto naturale guadagnare o perdere, ogni tanto, una piccola postazione. Ci sentivamo capaci di respingere un assalto a pi fermo, dietro a reticolati anche semidistrutti dalle Minen, o di partire noi stessi all'attacco, eroicamente, verso posizioni gi bombardate - anche solo in parte - dall'artiglieria. Seguendo, beninteso, le direttive degli stati maggiori, i piani di manovra lungamente, sapientemente meditati da una parte come dall'altra. Era terribile, invece, scontrarsi all'improvviso con qualche carro armato in aperta campagna. I Tedeschi correvano un po' dappertutto, su tutte le strade. Saggiavano il terreno, per poi fermarsi dove la resistenza si rivelava troppo forte. Se invece riuscivano a "sfondare", avanzavano a gran velocit, e a quel punto sfruttavano il proprio vantaggio per mettere a punto una manovra appropriata o, pi verosimilmente, per scegliere allora uno dei tanti piani che avevano preparato in anticipo, secondo il sistematico opportunismo tipico dello spirito hitleriano. Credevano nell'azione e nell'imprevisto. Noi restavamo fedeli all'immobilismo e al gi fatto.
A questo proposito, nulla fu pi significativo degli ultimi episodi della campagna ai quali mi fu dato di assistere, quando dunque era logico supporre che la dura lezione dell'esperienza si sarebbe infine fatta sentire. Si era deciso di difendere la Bretagna concentrandovi le forze che si ritiravano dalla Normandia e che l'avanzata del nemico, ad ovest di Parigi, aveva gi separato dalle armate ripiegate sulla Loira. E che cosa si pens di fare? Si sped immediatamente un bravo generale del genio, per individuare una "posizione" tra un mare e l'altro. Come difendersi, d'altronde, quando non sia stata preventivamente tracciata sulla carta e poi picchettata sul terreno una bella "posizione" continua, con le sue bretelle, la linea avanzata, quella di resistenza e via di seguito? Vero  che non avevamo il tempo necessario per l'organizzazione del terreno, n cannoni sufficienti per guarnire le fortificazioni future, e neppure le munizioni per tutti questi cannoni, se mai fossimo riusciti a procurarceli. Il risultato fu che dopo qualche raffica di mitragliatrice - un breve scontro che a quanto mi fu detto si verific a Fougres - i Tedeschi, senza combattere, entrarono a Rennes, che la "posizione" avrebbe dovuto difendere, e si sparsero poi in tutta la penisola, dove fecero schiere di prigionieri.
Forse che in quel momento - Ptain annunci allora che intendeva chiedere l'armistizio - ogni difesa era ormai impossibile? Pi di un ufficiale la pensava diversamente. Tra i giovani, soprattutto: con il precipitare degli eventi, un solco sempre pi profondo divideva le generazioni. Ma i nostri capi, purtroppo, non appartenevano a quella con le arterie cerebrali meno sclerotizzate. Ancora oggi, penso che i nostri jusqu'au boutistes come si diceva nel '18, non avessero torto. Sognavano una guerra modernizzata, una sorta di chouannerie contro carri armati e distaccamenti motorizzati. Alcuni di loro, se non sbaglio, avevano persino elaborato dei progetti, che ora riposano nei relativi fascicoli. La motocicletta, che il nemico usava cos tanto e cos bene, non circola velocemente e senza troppi incidenti che su carreggiate in discrete condizioni; anche i mezzi cingolati si muovono pi agevolmente sull'asfalto che in aperta campagna; il cannone o la motrice di tipo ordinario non sopportano poi che la strada.
Fedeli al loro obiettivo, la velocit, i Tedeschi lanciavano ormai sempre pi spesso i loro elementi di contatto quasi esclusivamente su strada. Non vi era quindi alcun bisogno di difendersi su posizioni che si stendevano per diverse centinaia di chilometri, quasi impossibili da guarnire e facilmente localizzabili. Quanto invece avrebbe ostacolato l'invasore qualche isolotto di resistenza strategicamente situato lungo gli itinerari stradali, ben mimetizzato, relativamente mobile e munito di qualche mitragliatrice e di alcuni cannoni anticarro, o anche di modesti 75! Quando a Rennes mi accorsi della colonna tedesca che sfilava tranquillamente lungo boulevard Svign, composta perlopi da motociclisti, sentii risvegliarsi i riflessi del fante che ero stato; ma inutilmente, perch non disponevamo che dei segretari e degli uomini del parco carburanti, gli uni come gli altri, sin dall'inizio della campagna, assurdamente disarmati. Quella maledetta colonna, avremmo per potuto aspettarla al riparo di qualche boschetto, nella Bretagna che tanto si presta alle imboscate, foss'anche con il solo e modesto armamento di una compagnia anticarro. Poi, seminato lo scompiglio tra le fila del nemico, ci saremmo rifugiati nel bled, per ricominciare un po' pi lontano. Sono certo che i tre quarti dei nostri soldati si sarebbero ben presto appassionati al gioco. Ahim, i regolamenti non avevano previsto niente di simile.
Ovviamente, questa guerra di velocit richiedeva mezzi idonei. I Tedeschi se li erano procurati. La Francia no, almeno non in misura adeguata. Lo si  detto e ridetto: non avevamo sufficienti carri armati, aerei, autocarri, motociclette, motrici e, sin dall'inizio, non riuscimmo a condurre le operazioni come sarebbe stato necessario. Questo  un dato di fatto, ed  altrettanto innegabile che le cause di tale deplorevole e fatale penuria non furono tutte di ordine specificamente militare45.
 
Anche questo argomento, al momento opportuno, non cadr sotto silenzio. Gli errori degli uni non giustificano per quelli degli altri, e l'alto comando non pu certo proclamarsi innocente.
Tralasciamo, se si vuole, il criminale errore strategico che indusse le truppe del Nord ad abbandonare sulle spiagge delle Fiandre o direttamente nelle mani del nemico l'equipaggiamento di tre divisioni motorizzate e di altrettante divisioni leggere meccanizzate, nonch di diversi reggimenti di artiglieria autotrainata e di tutti i battaglioni di carri blindati di un'armata. Il miglior materiale di cui disponeva la nazione in armi, che tanto ci sarebbe servito sui campi di battaglia della Somme e dell'Aisne! Ma in questo caso si parla ancora della preparazione della guerra. Se non abbiamo potuto disporre dei carri armati, degli aerei e delle motrici che ci servivano, fu innanzitutto perch le nostre disponibilit di denaro e di mano d'opera, certo non illimitate, furono inghiottite dal cemento, senza che peraltro si provvedesse a fortificare in misura adeguata la nostra frontiera settentrionale, altrettanto esposta di quella orientale; perch ci era stato insegnato a riporre tutta la nostra fiducia nella linea Maginot, la cui costruzione, assai dispendiosa e ampiamente pubblicizzata, non fu tuttavia completata sul lato destro, s che i Tedeschi poterono aggirarla e, sul Reno, persino aprirvi una breccia (quanto a questo sconcertante episodio, il passaggio del Reno, non so altro che ci che riport la stampa, vale a dire nulla); perch anche all'ultim'ora ci si affrett a costruire nel Nord fortificazioni di cemento munite solo sul lato anteriore di difese efficaci, che attaccate alle spalle furono poi espugnate; perch le nostre truppe dovettero impegnare ogni loro energia per realizzare uno straordinario fossato anticarro che avrebbe dovuto proteggere Cambrai e Saint-Quentin e che i Tedeschi, un bel giorno, raggiunsero partendo proprio da Cambrai e da Saint-Quentin; perch una teoria, ampiamente diffusa tra i dottrinari, ci voleva ad uno di quei momenti della storia strategica in cui la corazza ha la meglio sul cannone - in cui, cio, la posizione fortificata  praticamente inespugnabile - senza che peraltro il comando abbia avuto il coraggio, nel momento decisivo, di conservarsi fedele ad una teoria secondo la quale almeno l'avventura del Belgio era sin dall'inizio destinata al fallimento; perch molti dei dotti professori di tattica diffidavano delle unit motorizzate46, ritenute troppo lente negli spostamenti (i tempi previsti secondo i calcoli erano effettivamente assai lunghi, giacch si pensava che per motivi di sicurezza esse potessero circolare solo di notte; la guerra di velocit si  svolta invece, quasi dappertutto, in pieno giorno); perch al corso di cavalleria della Scuola di guerra era stato insegnato che i carri armati, di qualche utilit nelle operazioni difensive, avevano capacit offensive quasi nulle; perch i tecnici, o sedicenti tali, ritenevano il bombardamento dell'artiglieria di gran lunga pi efficace di quello aereo, non considerando che le munizioni dei cannoni devono spesso giungere da lontano mentre gli aerei provvedono essi stessi a rifornirsi.
 
In breve, i nostri comandanti, tra mille contraddizioni, hanno voluto combattere nel 1940 la guerra del 1915-18. I Tedeschi, invece, stavano facendo quella del 194047.
 
Si racconta che Hitler, prima di mettere a punto i piani di combattimento, si sia circondato di esperti in psicologia. Non so se sia vero, ma non mi pare improbabile. Di certo l'attacco aereo, che i Tedeschi praticavano con tanto brio, rivelava una conoscenza assai approfondita della sensibilit nervosa e dei mezzi atti a scuoterla. Chi, avendolo udito una volta, potr mai dimenticare il sibilo degli aerei in picchiata che si accingevano a ricoprire il suolo di bombe? Quel lungo grido stridente incuteva terrore, e non solo perch si associava a immagini di morte e di rovine. Qualcosa, qualcosa di propriamente acustico, oserei dire, agghiacciava e predisponeva al panico. E pare infatti che il sibilo sia stato reso intenzionalmente pi intenso utilizzando adeguati congegni vibranti. Il bombardamento aereo, per i Tedeschi, non era soltanto un mezzo per distruggere e massacrare. Per quanti siano i punti di caduta, i proiettili non colpiscono che un numero limitato di persone. Uno choc nervoso, invece, pu propagarsi a grande distanza e indebolire la capacit di resistenza delle truppe. Era questo, non vi  alcun dubbio, uno dei principali obiettivi del comando nemico che, a ondate, lanciava su di noi la sua aviazione. Il risultato corrispose sin troppo bene alle aspettative.
Ancora una volta, sono costretto ad affrontare un argomento che ho persino scrupolo a sfiorare, almeno per quanto riguarda questa guerra. Solo i veri combattenti hanno il diritto di parlare del pericolo, del coraggio e delle esitazioni del coraggio. Riferir tuttavia, con franchezza, di una mia breve esperienza. Ricevetti il battesimo del fuoco, nel 1940 (quello del 1914 risaliva alla battaglia della Marna), il 22 maggio, su una strada delle Fiandre; non considero infatti i bombardamenti, tutti relativamente lontani, di Douai o nei pressi di Lens. Quel giorno, al mattino, il convoglio in cui viaggiava la mia auto fu pi volte mitragliato da un gruppo di aerei e successivamente bombardato da altri. Le raffiche di mitragliatrice che uccisero un uomo non lontano da me non mi fecero grande impressione. Non  mai piacevole sfiorare la morte, e quando i colpi cessarono provai un sollievo del tutto naturale. Ma la mia inquietudine, dall'inizio alla fine, era stata pi ragionata che istintiva. Era una paura a freddo, niente di pi lontano dalla vera paura. Il bombardamento aereo, a quanto ne so, non provoc vittime, almeno nelle mie vicinanze. Eppure mi ritrovai tutto confuso e, rialzatomi dal fosso in cui ero rimasto accovacciato durante l'uragano, dovetti ammettere di aver poco nobilmente tremato. Verso la fine della campagna, ho subito alcuni bombardamenti dell'artiglieria di cui non intendo esagerare la portata - ne ho conosciuti di ben peggiori - ma che furono tuttavia alquanto seri. Li ho sopportati senza disagio e, credo, senza ansia. Mai, invece, se non a prezzo di durissimi sforzi, ho conservato la calma durante un bombardamento aereo.
Nel mio caso, almeno in parte, si trattava di un riflesso automatico. Dopo l'esperienza delle Argonne, nel 1914, il ronzio d'ape dei proiettili si  impresso nelle mie circonvoluzioni cerebrali come sulla cera di un disco un motivetto pronto a risvegliarsi al primo giro di manovella e non  poi cos malfatto, il mio orecchio, da aver dimenticato in ventun anni l'arte di riconoscere al suono la traiettoria di una granata e il suo probabile punto di caduta. Molto pi raramente avevo subito un bombardamento aereo, e di fronte a questo pericolo non ero che un novellino, quasi come le mie reclute. Pure, il diverso grado di intensit delle tre emozioni che ho qui descritto costituiva un fenomeno troppo generalizzato per non riconoscergli motivazioni pi profonde e meno personali. N vale a spiegarlo la quasi costante assenza dei nostri caccia nel cielo ostile e la deplorevole impunit in cui si muovevano i bombardieri nemici, fatti, questi, che pure hanno negativamente influito sul morale delle truppe.
Forse il bombardamento aereo, in s, non rappresenta un rischio peggiore di altri cui si esponga il soldato, perlomeno all'aperto. All'interno degli edifici il crollo dei muri e le vibrazioni prodotte dagli spostamenti d'aria, in uno spazio limitato, hanno sempre provocato massacri. All'aperto, invece, un tiro d'artiglieria, per quanto distanziati siano i punti di caduta dei proiettili, provoca perlopi lo stesso numero di vittime; quanto alla raffica della mitragliatrice,  la sola a non risparmiare nessuno. Sin dai primi giorni della campagna ci stup il numero relativamente basso delle perdite causate dall'aviazione nemica, la cui attivit i rapporti provenienti dal fronte descrivevano in termini assai accesi. Ma il bombardamento dai cieli ha un potere paralizzante del tutto eccezionale.
Le bombe cadono molto dall'alto e la loro traiettoria appare, a torto, perfettamente verticale. Il gioco combinato del peso e dell'altitudine imprime loro un formidabile slancio, al quale anche gli ostacoli pi solidi paiono incapaci di resistere. Vi  qualcosa di inumano in tale direzione di attacco abbinata a una simile potenza. Al suo scatenarsi, come di fronte a una calamit naturale, il soldato china la testa convinto di non avere scampo. (In realt, un fosso, anche un "ventre a terra" eseguito al momento opportuno, possono assicurare una buona protezione contro le schegge, in genere meno numerose di quelle di una granata; purch, ovviamente, non si venga colpiti dalla bomba. Ma, si tratti di aviazione o di artiglieria, c' pur sempre, come dicono i veterani, "molto spazio a fianco"). Il rumore  intollerabile, selvaggio, estenuante: sia il sibilo, come si  detto volontariamente intensificato, sia le detonazioni che scuotono il corpo fino alle midolla. La stessa deflagrazione, che smuove l'aria circostante con inaudita violenza, imprime negli animi un senso di lacerazione cui corrisponde sin troppo bene lo spettacolo dei cadaveri atrocemente dilaniati e insozzati sino all'orrore dalle tracce dei gas prodotti dall'esplosione. Sempre l'uomo teme la morte, ma mai l'idea della propria fine gli appare tanto intollerabile come quando ad essa si aggiunga la minaccia di un totale annientamento del proprio essere fisico; l'istinto di conservazione non conosce forse forma pi illogica di questa, ma neppure tanto profondamente radicata. Probabilmente, se la guerra fosse durata pi a lungo, le nostre armate avrebbero acquisito nei confronti del bombardamento aereo una certa dose di assuefazione, elemento quasi indispensabile ad ogni resistenza al pericolo. Il ragionamento avrebbe dimostrato che, per quanto terribili, gli effetti prodotti da questo tipo di attacco non sono poi, concretamente, peggiori di altri. Ma in una guerra giocata sulla velocit la strategia psicologica adottata dai Tedeschi non poteva che rivelarsi azzeccata. Che scandalo, nei nostri stati maggiori, se solo si fosse ipotizzato di far uscire dal suo laboratorio, per consultarlo sulla strategia, qualche scienziato bizzarramente occupato a misurare sensazioni!
Sino a che punto  lecito parlare del disordine degli stati maggiori? Prescindendo dal fatto che le abitudini erano ovviamente molto diverse a seconda dei gruppi e dei comandanti, il termine va usato con qualche cautela, perch non esiste un solo tipo di ordine e, quindi, di disordine. Tutti gli stati maggiori che ho conosciuto avevano il culto del bel "documento", e talora lo esercitavano con una pignoleria esasperante. Il foglio deve essere ordinato, "pulito". Lo stile, le formule utilizzate, obbediscono a criteri tradizionali e rigorosi. Nelle tabelle, le cifre devono essere in colonna, come a una sfilata. I fascicoli diligentemente classificati; i documenti, in partenza e all'arrivo, debitamente protocollati. In altre parole, la forma burocratica dell'ordine. Niente di strano che si manifestasse in uomini abituati in tempo di pace ad un genere di vita anch'esso essenzialmente burocratico. Lungi da me il disprezzarla: essa induce alla chiarezza, risparmia perdite di tempo. Peccato che questa lodevole occupazione, la pulizia, riguardi i documenti ma non sempre i locali. Mai ho visto qualcosa di pi sporco e maleodorante dell'edificio in cui si svolgeva l'attivit di un certo stato maggiore di un settore fortificato. E il sottufficiale di compagnia che avesse lasciato accumularsi nelle sue camerate la met della polvere che a Bohain ricopriva i nostri tavoli e i nostri armadi non sarebbe rimasto a lungo al suo posto. Non ignoro che non hanno un aspetto pi piacevole certe anticamere dei ministeri, luoghi civilissimi. Ma non  una scusa. Sono minuzie? Non amo la trascuratezza, che dalle cose passa facilmente agli intelletti. Ecco un'interessante riforma da proporre al "rinnovamento" francese.
Cos come veniva praticata, la lodevole regolarit amministrativa delle note e delle tabelle di stato maggiore non era priva di inconvenienti. Assorbiva troppe energie, che avrebbero potuto essere pi proficuamente impiegate. Ricordo, tra i miei compagni della riserva, alti funzionari, capi di grandi imprese private, tutti sbigottiti, come me, al vedersi costretti ad occupazioni di poco conto, scartoffie che nella vita civile avrebbero lasciato al pi modesto dei loro sottoposti. Ero incaricato del rifornimento di benzina di un'armata e per mesi, ogni sera, addizionai di persona le cifre che si riferivano alla situazione della giornata. Il tempo che impiegavo non era poi tanto, e alla resa dei conti finii per perfezionarmi in una ginnastica aritmetica che, lo confesso, almeno agli inizi mi aveva trovato un po' arrugginito. Eppure, una volta stabilite le regole della contabilit, qualsiasi scrivano se la sarebbe cavata altrettanto bene. E non era, il mio, un caso eccezionale. Non s'invochi, a questo punto, il "segreto" militare. Il mio brogliaccio veniva immediatamente ricopiato da un soldato semplice e, d'altro canto, una visita di pochi minuti al nostro ufficio, tappezzato di carte che indicavano i depositi delle munizioni dell'armata, i suoi depositi di carburante e le sue stazioni di rifornimento, sarebbe stata pi che sufficiente perch una spia - se ve ne fossero state tra il nostro personale - potesse impadronirsi di informazioni di ben altra importanza. La verit  che gli stati maggiori assomigliavano ad un'azienda che, provvista al vertice di capiservizio - rappresentati nel nostro caso dagli ufficiali - e, alla base, da dattilografi, fosse del tutto priva, al livello intermedio, di impiegati propriamente detti. Pure, tra i nostri sottufficiali della riserva avremmo potuto reclutare con grande facilit eccellenti collaboratori di questo tipo. Non  mai buona cosa che uomini cui sono affidate pesanti responsabilit e che devono dar prova di un forte spirito di iniziativa siano troppo spesso costretti ad eseguire compiti quasi esclusivamente meccanici. D'altra parte, se gli stati maggiori avessero potuto contare su un maggior numero di sottufficiali sarebbe forse stato possibile - almeno l dove le esigenze belliche erano meno pressanti - alleggerirli di qualche ufficiale da destinare poi a nuovi incarichi.
Come mai, tuttavia, a molti di noi - e a giudicare da certe confidenze che ho raccolto in primo luogo agli esecutori - il comando, una volta avviate le operazioni, diede un'indiscutibile impressione di disordine? Il fatto  che l'ordine statico dell'ufficio  per molti aspetti la negazione evidente dell'ordine attivo e creativo richiesto dal movimento. L'uno  questione di abitudine, di allenamento; l'altro discende dalla capacit di intravedere nuove soluzioni, dalla vivacit dell'intelletto e, soprattutto, dal carattere. Certo non si escludono a vicenda, ma il primo non implica necessariamente il secondo, pu anzi costituire, in certe condizioni, un ostacolo. Nel lungo periodo di attesa durante il quale, con grave danno dell'esercito francese, si conservarono immutate le abitudini del tempo di pace, l'ordine rigoroso di cui tanto andavamo fieri fu mantenuto a prezzo di una grande lentezza. Quando fu necessario affrettarsi, troppo spesso i nostri comandanti scambiarono per rapidit una febbrile agitazione.
Redigere giorno per giorno documenti formalmente impeccabili non rappresenta poi uno sforzo eccessivo. Tutt'altro dominio di s  richiesto a chi, con molto anticipo, si incarichi di redigere piani operativi minuziosi ma flessibili che, da applicarsi in un momento indeterminato, dovranno rispondere a nuove esigenze, in condizioni di emergenza. Ci che della mobilitazione avevo per la prima volta avuto occasione di vedere, nel 1939, mi aveva profondamente inquietato. Non star a parlare del sistema dei centri di mobilitazione che aveva sostituito la convocazione diretta da parte dei corpi d'origine in vigore nella guerra precedente. So che la loro istituzione aveva sollevato forti opposizioni, anche all'interno dell'alto comando; quanto a me, pensai che essa avrebbe inevitabilmente comportato ritardi e difficolt. La gran parte delle divise e dell'equipaggiamento proveniva ancora dai diversi corpi, cosicch si dovette organizzare una nuova rete di trasporti, disagevoli, necessariamente lenti, perch il materiale affluisse ai centri. Per di pi, pareva non ci si fosse accorti che pretendere di vestire i riservisti di quarant'anni con le divise dei giovani coscritti o voler bardare le pesanti cavalcature delle requisizioni con quanto era stato scartato dagli ussari significava gravare questi poveri centri, "principali" o "secondari" che fossero, di un insieme di problemi sostanzialmente insolubili. Si aggiunga poi che i loro comandanti, destinati alla grigia monotonia di una simile incombenza, non erano il pi delle volte stati scelti tra i migliori. Ne conobbi,  vero, di molto competenti; altri, per, reclutati tra i capitani o i capitani di battaglione a fine carriera, avevano tutti i difetti comunemente attribuiti ai vecchi sottufficiali. Una volta accettato il sistema, sarebbe almeno convenuto che la sua gestione - compito assai delicato, comunque andassero le cose - fosse affidata ad ufficiali rigorosamente selezionati, garantendo loro, in via eccezionale, un avanzamento di carriera per gli anni impegnati in tale servizio. Ma  ben difficile che l'esercito ammetta l'importanza o il merito di un incarico che non ha, all'apparenza, alcunch di brillante.
Buono o cattivo - e immagino che qualche pregio lo avesse - il sistema dei centri non giustifica gli errori che poi furono commessi, estranei al principio della sua istituzione. Quale ufficiale, che abbia servito in una regione militare o in un gruppo di sottodivisioni, pu ricordare senza un triste sorriso l'incredibile intrico di disposizioni previste, numero dopo numero, per tutto il periodo che fu detto "di tensione" e che doveva precedere la mobilitazione generale? In piena notte, ci strappava al sonno o, per meglio dire, al dormiveglia, un telegramma che prescriveva: "Applicate la disposizione 81". Tornavamo alla nostra "tabella", sempre a portata di mano, ed era per apprendervi che la disposizione 81 faceva scattare tutti i provvedimenti previsti dalla disposizione 49, con esclusione di quelli sino a quel momento adottati per attuazione della disposizione 93, se quest'ultima fosse entrata in vigore anticipatamente rispetto ai tempi che il suo numero d'ordine lasciava supporre; aggiungendo, per, i due primi articoli della disposizione 57. Cito queste cifre un po' a caso giacch la memoria non mi permette di essere pi preciso, ma tutti i miei compagni d'arme ammetteranno che ho alquanto semplificato. Come stupirsi, in queste condizioni, se sono stati commessi degli errori? Fu per aver letto un po' frettolosamente il nostro manualetto che nel settembre del 1939 la gerdarmeria dell'Alsazia-Lorena procedette all'intempestivo massacro di tutti i piccioni viaggiatori di tre dipartimenti. Certo gli ufficiali che in un locale mal aerato della rue Saint-Dominique, aggiungendo cifre a cifre, avevano escogitato questo rompicapo cinese, avevano, a modo loro, immaginazione, ma non quella che sa prevedere come verranno eseguiti gli ordini.
Ma non fu questo il peggio. Uno dei nostri famosi centri, a Strasburgo, in un quartiere vicino al Reno, era a portata dell'artiglieria leggera del nemico, vale a dire delle sue mitragliatrici. Un altro era all'interno di un forte situato nei dintorni, sempre vicino al fiume. Vi si accedeva attraverso un unico ponte che scavalcava i fossati. Una bomba, una granata, e si sarebbe trasformato in una trappola per topi. Non accadde niente di simile, dir forse qualcuno. E sia. Ma chi poteva prevedere che i Tedeschi non avrebbero bombardato Strasburgo? La verit  che questo dispositivo non present inconvenienti finch la testa di ponte di Kiel rest smilitarizzata; in seguito, l'alto comando dimentic di modificarlo, o lo fece solo in parte.
N potr dimenticare il vergognoso disordine della sola mobilitazione che mi sia capitato di seguire da vicino, quella degli elementi territoriali che dipendevano direttamente dal gruppo di sottodivisioni. Quando il nostro generale ne assunse il comando, scoprimmo con stupore che non disponevamo dell'elenco delle unit che sarebbero passate ai suoi ordini. Bene o male - piuttosto male, in verit - improvvisammo la tabella, dopo una serie di incursioni in archivi terribilmente disordinati. E che caos in quelle unit! Quante sovrapposizioni, sul campo, tra una e l'altra! Qui, nella nostra zona, due sezioni il cui comandante di compagnia apparteneva ad un altro gruppo, l alcune compagnie ma nessun colonnello. I nostri bravi "guardalinee" erano uomini attempati; pieni di buona volont, sapevano bene come "arrangiarsi". Se pochi di loro riuscirono a procurarsi un paio di scarpe decenti, nessuno, per miracolo, mor di fame. Mai, per, sapr come se la sia cavata una sezione che invano cercai per tutta una giornata, lungo la linea di Saint-Di. Ma non  giusto trarre conclusioni sulla base di pochi particolari. Ho buone ragioni per pensare che in questo caso la mobilitazione non sia stata organizzata nel modo migliore. Nominalmente affidata ad un ufficiale superiore che dell'educazione ricevuta presso lo stato maggiore conservava soprattutto i tratti di un'eccessiva disinvoltura, fu poi lasciata, di fatto, nelle mani dei subalterni. Si trattava, dopotutto, di un esempio inquietante. Nel 1940, constatammo che si era posto riparo ad alcuni errori. Non a tutti, per. La disposizione dei centri, in particolare, non era mutata, e i guardalinee continuarono a calcare la massicciata muniti di semplici sandali o di scarpe leggere, quando essi stessi non si fossero procurati qualcosa di meglio.
Alla prima armata, fin da prima di maggio, non occorreva uno spiccato spirito d'osservazione per accorgersi di talune crepe, allora non particolarmente temibili, che minacciavano di trasformarsi in vere e proprie falle al momento della tempesta. La cattiva organizzazione dei collegamenti, ad esempio.
A questo proposito, non ho personalmente di che lamentarmi. Per tutta la campagna ho potuto comunicare agevolmente con tutti i distaccamenti del parco carburanti e senza gravi difficolt con le unit che occorreva rifornire. Ci furono di grande aiuto, certo, l'intelligenza e l'abnegazione di Lachamp. Quando mi era possibile, cercavo di non usurpare le sue prerogative di comandante, che egli esercitava d'altronde con troppa autorevolezza e competenza perch chiunque fosse tentato di non rispettarle. Ma era inteso che, in caso di emergenza, avrei potuto io stesso, che dei due ero il pi vicino alla fonte delle informazioni e mi spostavo meno frequentemente, comunicare direttamente le istruzioni dell'armata ai suoi subordinati. Cos, saltando un gradino della scala gerarchica, ci capit a volte di risparmiare tempo48.
 
Dopo l'esperienza della precedente guerra, conoscevamo entrambi - ne eravamo ossessionati - il terribile mosca cieca cui conduce una cattiva organizzazione dei collegamenti. Malgrado i frequenti va e vieni del posto di comando dell'armata e del parco, sapevamo sempre dove rintracciarci e, al di l di ogni regolamento, riuscimmo ad allestire un sistema di comunicazione all'interno del nostro servizio.
Nel mio ufficio, ero sempre affiancato da due motociclisti, ognuno dei quali proveniva da una delle due compagnie di autocisterne. L'uno e l'altro dovevano conoscere in anticipo almeno il luogo in cui la propria compagnia ed il comando del parco si sarebbero acquartierati. Inoltre, Lachamp aveva distaccato in permanenza presso il mio ufficio uno dei suoi ufficiali. Altri quattro ufficiali del parco si occupavano dei collegamenti con i corpi d'armata. Tutti i giorni, talora pi volte al giorno, ciascuno di loro doveva recarsi al posto di comando dell'armata e successivamente al corpo che gli era assegnato. Erano brave persone, in genere non pi tanto giovani, che affrontavano lunghe galoppate su strade tutt'altro che sicure. So di un ufficiale che al tempo del nostro primo ripiegamento, dopo l'offensiva in Belgio, cerc il proprio corpo d'armata per pi di ventiquattro ore. Ma arrivavano sempre, e ci furono straordinariamente utili. Dall'11 al 31 maggio, non una volta, per inviare gli ordini o per ricevere le richieste di rifornimento, dovetti ricorrere all'ufficio del "Corriere", incaricato in via di principio di mantenere i collegamenti tra lo stato maggiore e le unit ad esso subordinate. Che ordini e richieste giungessero a destinazione, nulla mi permette di dubitarne. Per quanto ne so, mai  accaduto che le truppe durante i combattimenti siano rimaste prive della benzina di cui talora si rifornivano anche a poche centinaia di metri dalla linea del fuoco grazie ai coraggiosi "Mickeys" (cos venivano chiamate dai soldati le vetture del parco, il cui distintivo era appunto un piccolo e agile Topolino). E neppure abbiamo abbandonato nelle mani del nemico depositi ai quali egli potesse ancora attingere. Per tutta la ritirata, da Mons a Lilla, Lachamp e i suoi ufficiali appiccarono pi incendi di Attila, esaurendo con il fuoco sino all'ultima goccia di benzina, serbatoio dopo serbatoio. Esprimo un'unica riserva per i depositi di Saint-Quentin - la cui sorte ignoro ancora oggi - che subito vennero a trovarsi al di fuori del nostro raggio d'azione. I nostri comandanti, constatato che tutto andava per il verso giusto, lasciavano fare. Di questo, almeno, non posso che esser loro riconoscente.
Temo, invece, che l dove questa autonomia o questa intesa non furono raggiunte, i contatti tra i diversi livelli del comando o tra unit dello stesso rango non siano stati, spesso, altrettanto soddisfacenti. Pi volte ho sentito ufficiali di truppa lamentarsi di essere rimasti troppo a lungo senza ordini; ed  vero, come dimostrano gli esempi gi citati, che gli stati maggiori non erano informati che superficialmente e in ritardo di quanto accadeva sul fronte. Su strade ingombre - e le nostre lo furono sin da principio, soprattutto per la presenza dei profughi - non c' che un mezzo capace di infiltrarsi ovunque: la motocicletta. Ma il corriere dell'armata, se non erro, non ne disponeva, n potevamo contare su un numero adeguato di automobili, poche e mal distribuite. Eravamo in molti, sin dall'inverno, a preoccuparci di questo stato di cose, generato innanzitutto da carenze organizzative e da un insufficiente controllo. Nessuno vi pose rimedio, e gli effetti si fecero acutamente sentire durante la campagna.
Sin dall'inizio delle operazioni attive, il posto di comando dell'armata, come si ricorder, era stato trasferito da Bohain a Valenciennes: naturalmente l'obiettivo era quello di diminuire la distanza con il Belgio, dove stavano penetrando le nostre truppe. Giunto a Valenciennes nel primo pomeriggio dell'11, mi preoccupai innanzitutto di raggiungere Mons per regolare con lo stato maggiore belga della piazza la requisizione dei depositi di carburante. Nessuno dubitava che si trattasse di una missione oltremodo urgente. Ma scoprii che di tutte le nostre auto non ve n'era una che non fosse impegnata in un continuo va e vieni tra la vecchia e la nuova postazione del comando, e che dunque non sarei potuto partire. Perch mai avevamo lasciato Bohain, se ci erano precluse le strade verso il Belgio? Per fortuna, durante la giornata, ricevetti la visita di un cortese notaio di Lilla che esercitava funzioni di vicecomandante di un gruppo di trasporto. Era venuto a chiedermi della benzina. "Niente per niente, - risposi con un certo cinismo, - in cambio mi fornirete un'auto". L'accordo fu concluso e finalmente partii per Mons. Non dimenticai la lezione, e in seguito stabilii autonomamente i miei collegamenti, come ho detto prima.
Per quale miracolo gli ordini avrebbero poi dovuto arrivare in tempo, se troppo spesso l'armata non sapeva come raggiungere i suoi diversi corpi? Un giorno, saputo che il corpo di cavalleria aveva operato uno spostamento, l'ufficiale di collegamento del parco carburanti si avvi come di consueto a prendere contatto con i suoi buoni clienti. Tornato da noi, lo condussi al III ufficio. Volevo assicurarmi che i nostri grandi tattici conoscessero con precisione la sede del nuovo posto di comando. A conti fatti, constatammo una differenza di una trentina di chilometri tra l'ubicazione effettiva e il punto che gi era stato segnato a carboncino sulla carta. Risento ancora il "grazie" a denti stretti che ricompens il nostro intervento. Le stesse incertezze riguardavano i collegamenti laterali. Qualche tempo dopo, dovetti inviare Lachamp presso lo stato maggiore delle forze britanniche. Si trattava di una missione importante, nientemeno che la distruzione dei depositi di Lilla. Ma dov'era il quartier generale di lord Gort? Varcai ancora una volta la temibile porta del III ufficio e lo domandai. B., senza batter ciglio, rispose che non se ne sapeva nulla. Riuscii per fortuna a mettere le mani su un foglio volante che circolava nei paraggi, sul quale, tra altre analoghe indicazioni, trovai quella che mi interessava. I nostri colleghi disponevano di maggiori informazioni di quanto essi stessi pensassero. Ma che un ufficiale con incarichi operativi, anche solo per un istante, potesse tollerare che per mancanza di un'elementare indicazione topografica gli fosse preclusa ogni possibilit di contatto con il comando delle truppe alleate chiamate a combattere al nostro fianco, e che ammettesse poi spudoratamente la propria ignoranza, per di pi soltanto presunta, ci la dice lunga sulle condizioni di lavoro che ci erano imposte.
Con gli "Inglesi", d'altronde, quando mai siamo riusciti ad organizzare un'effettiva collaborazione? Qui, pi che mai, la fatale inefficienza dei nostri collegamenti, nel pieno senso della parola, si  rivelata in tutta la sua crudezza.
Il problema della fallita alleanza  tuttavia troppo complesso, ha suscitato polemiche troppo accese e volgari per limitarci a qualche rapido cenno. Una volta per tutte,  necessario affrontarlo direttamente, almeno per quanto lo consente la mia esperienza.
Ho in Inghilterra amici che mi sono cari. Grazie a loro  stato facile, per me, avvicinarmi ad una civilt che ho trovato ospitale e per la quale nutro da lunga data un vivo interesse. Oggi, pi che mai, mi sento vicino a questi amici che con i loro compatrioti sono i soli a difendere, rischiando la vita, la causa per la quale volentieri avrei accettato di morire. Non so se un giorno le parole che sto per scrivere cadranno sotto i loro occhi. Se ci accadr, ne saranno forse feriti. Ma sono amici sinceri, e spero sapranno perdonare la mia franchezza.
L'anglofobia di molti ambienti francesi  oggi oggetto di una miserabile speculazione. Con questo, non nego che essa esista. Le sue origini sono diverse. Alcune risalgono a riminiscenze storiche pi tenaci di quanto a volte non si creda: l'ombra della Pulzella, persino gli arcigni fantasmi di Pitt e Palmerston hanno ancora un posto nell'immaginario dei Francesi. Forse, per un vecchio popolo, sarebbe buona cosa imparare a dimenticare con maggior facilit, poich a volte il ricordo confonde il presente, e l'uomo ha soprattutto bisogno di adattarsi al nuovo. Ma l'anglofobia ha anche altre motivazioni, pi fittizie e assai pi torbide. I lettori di un certo settimanale, molto diffuso tra i militari, hanno appreso tempo addietro, durante la campagna italiana contro l'Etiopia, come il dovere li chiamasse alla "distruzione" dell'Inghilterra. L'articolo era firmato. Firmato dai suoi veri ispiratori? Tutti sanno che essi non erano tra noi. Ma c' dell'altro.  inevitabile che due nazioni profondamente diverse, al di l dei comuni ideali, abbiano difficolt a conoscersi e a comprendersi e dunque ad amarsi. Ci  vero, allo stesso modo, su entrambe le sponde della Manica, e certo non credo che per l'Inglese medio, per la piccola borghesia in particolare, i classici pregiudizi contro il dirimpettaio gaulois abbiano perduto il loro antico vigore. Ma  fuor di dubbio che taluni episodi, nel corso della nostra recente e troppo breve fraternit d'armi, non abbiano contribuito a dissipare i malintesi.
Tra le forze britanniche che per i lunghi mesi di attesa ci furono vicine nelle Fiandre, che occupavano i nostri villaggi ed effettuavano il servizio di polizia sulle nostre strade, l'esercito nazionale di coscrizione aveva un peso ancora irrilevante. La truppa, almeno, era quasi interamente costituita da professionisti. Aveva tutte le qualit, questo  certo, di un'armata di mestiere. E anche taluni dei suoi difetti. Il soldato alla Kipling sa obbedire e sa battersi; l'avrebbe dimostrato una volta di pi versando il suo sangue sui campi di battaglia del Belgio. Ma  predone e libertino. Due vizi che il nostro contadino perdona difficilmente quando siano esercitati a spese del suo pollaio e della sua famiglia. Sul continente, d'altronde, di rado l'Inglese mostra il suo volto migliore, a meno che non appartenga ad un ambiente particolarmente raffinato. Impeccabilmente cortese nel suo paese, non appena passato lo stretto  sempre un po' incline a confondere l'ospite europeo con il native - l'indigeno delle colonie, l'uomo per definizione di rango inferiore - e la sua timidezza naturale non fa che accentuarne la rudezza. Piccole cose,  vero, di fronte ai sentimenti profondi e ai grandi interessi nazionali, ma chi pu negare che abbiano avuto un certo peso agli occhi dei nostri contadini, spesso diffidenti nei confronti dello straniero e un po' chiusi in se stessi?
Giunsero, dopo aspre settimane, i giorni dell'imbarco. Che gli Inglesi abbiano espresso la ferma volont di passare per primi, senza permettere a nessuno di noi, con rarissime eccezioni, di metter piede sul ponte di una nave prima che tutte le loro truppe avessero lasciato la costa, ebbene, di questo non so rimproverarli. Fatta eccezione per le forze francesi poste a difesa del fronte marittimo, la loro armata era stata la pi vicina alla costa. Rifiutavano poi, ed era naturale, di farsi coinvolgere, uomini e cose, in un disastro di cui non si ritenevano responsabili. Quando i marinai della Union Jack si furono assicurati della salvezza dei loro compatrioti, si dedicarono alla nostra. E nei nostri confronti dimostrarono la stessa abnegazione di fronte al pericolo, la stessa amichevole sollecitudine di cui avevano dato prova con i loro primi passeggeri.
Ma, ancora una volta, sforziamoci di comprendere quella che fu un'inevitabile reazione emotiva. I nostri soldati, privati dai loro stessi capi di ogni capacit di combattere, attendevano disperatamente sulla lunga spiaggia delle Fiandre o tra le dune il momento in cui sfuggire alle prigioni del terzo Reich; sentivano che il nemico era sempre pi vicino, erano esposti a bombardamenti sempre pi violenti, sapevano che non tutti, tra loro, si sarebbero imbarcati - e non tutti, difatti, partirono. Solo un animo infinitamente caritatevole avrebbe potuto contemplare senza amarezza i battelli che uno dopo l'altro conducevano alla libert i loro compagni di una nazione straniera. Eroi quanto si voglia, non erano santi. Senza contare gli incidenti che ben difficilmente avrebbero potuto essere evitati in tale stato di eccitazione collettiva, ma che mettevano a dura prova uomini gi esacerbati. Basti la storia - assolutamente autentica, ne garantisco personalmente - di quell'agente di collegamento francese che distaccato presso un reggimento britannico, dopo lunghi mesi di cameratismo nell'accantonamento quanto sui campi di battaglia si vide abbandonato sulla spiaggia, di fronte al piroscafo sulla cui passerella sfilavano coloro che sino al giorno prima erano stati i suoi amici. Le toccanti attenzioni che tanti dei nostri uomini ricevettero una volta sbarcati sul suolo inglese poterono molto per guarire queste ferite. Ma capit anche che questo balsamo venisse a mancare. Se l'accoglienza della popolazione fu sempre cordiale, quella delle autorit non sempre seppe sbarazzarsi di una certa rudezza un po' troppo sospettosa. Il campo, qua e l, assumeva l'aspetto di un penitenziario. Manovrare delle truppe sfinite  sempre un compito difficile. Niente di strano che un'amministrazione incaricata di un'incombenza tanto delicata e preoccupata innanzitutto di mantenere l'ordine abbia a volte peccato di indelicatezza; ma  altrettanto naturale che questi errori, laddove si produssero, abbiano lasciato una traccia nella memoria.
Tante volte si  detto di come gli Inglesi ci avessero insufficientemente aiutati. Lo si  detto per giustificare le nostre debolezze, e a tal fine si  giunti sino al punto di servirsi di dati menzogneri. Ho tutte le ragioni per ritenere che le loro divisioni, nelle Fiandre, fossero ben pi di tre. Ma questa perniciosa propaganda non si  nutrita di sole falsit.
Chi non ignori completamente tradizioni politiche e sociali tanto diverse dalle nostre sa che l'istituzione della coscrizione obbligatoria rappresent in quel paese un grande atto di coraggio. Ma  difficile negare che questo coraggio sia stato un po' tardivo; n vi  poi chi possa stupirsi se il Francese tra i trenta e quarant'anni inviato al fronte si domandasse a volte il motivo per cui l'Inglese suo coetaneo fosse rimasto a casa. La Gran Bretagna, in seguito, ha colmato il proprio ritardo sin troppo bene, nel sacrificio. Ma chi poteva, allora, prevedere il futuro?
Ed  innegabile che quando la prima armata progett di aprirsi un varco in direzione nord-sud, verso Arras, mediante un'azione collegata al movimento intrapreso in senso inverso dalle truppe francesi della Somme, il comando britannico, quasi all'ultimo momento, neg il soccorso inizialmente promesso. Il gesto, ovviamente, suscit profondi rancori. Ma vi fu anche chi ne approfitt: come, un po' pi tardi, della capitolazione del Belgio, di cui uno scettico, proprio nel nostro III ufficio, ebbe a dire non appena saputa la notizia: "Ecco un'ottima occasione per il generale Blanchard!" Il nostro accerchiamento era un dato di fatto ben prima della defezione di Leopoldo III; il cerchio si era gi chiuso per pi della met allorch gli Inglesi si sottrassero all'offensiva progettata. Ai nostri errori, quale pi comodo paravento delle altrui colpe?
Fu dunque necessario rinunciare a ogni serio tentativo di far breccia, da Nord, nella "sacca tedesca". Il rifiuto inglese aveva senza dubbio contribuito a pregiudicare sin dall'inizio l'esito dell'impresa. E temo non sia stato, anche formalmente, molto elegante. Nella peggiore delle ipotesi, se, mutata la situazione strategica, era ormai impossibile rispettare il piano previsto, lo stato maggiore del corpo di spedizione meglio avrebbe fatto a non lasciare per tanto tempo - come pare abbia fatto - il comando francese nell'illusione e nell'incertezza. (Ma su questo punto, naturalmente, non ho sentito che una campana, la nostra). In fondo, la decisione di lord Gort era tutt'altro che immotivata49.
 
E lo storico, che pi che di giudicare si preoccupa di capire, non avr difficolt a darne spiegazione. A questo punto,  necessario guardare all'altro lato della medaglia.
I preparativi della nostra offensiva verso Sud procedevano con lentezza. Le ricognizioni, l'allestimento, le installazioni, la preparazione d'artiglieria, in una parola tutte le operazioni preliminari che la dottrina militare riteneva indispensabili richiedevano un grande dispendio di tempo. Gi una volta era stato necessario rinviare il momento dell'azione. I piani prevedevano una battaglia della Malmaison in sedicesimo. Non so se sarebbe stato possibile procedere con maggior celerit. Forse il dispositivo d'attacco dell'armata, che si stendeva sino alla Schelda, gi non l'avrebbe pi consentito. Ma era certo che cos rischiavamo di farci precedere dal nemico. Non gli si lasciava forse il tempo per rinforzare le proprie truppe che, poste tra la nostra armata e quella del Sud, svolgevano per il momento una semplice funzione di avanguardia, e per accentuare al contempo la pressione sugli altri nostri fronti?  probabile che i nostri alleati, anch'essi nel frattempo attaccati con grande violenza, abbiano avvertito il pericolo. Rifiutarono di intervenire per non farsi coinvolgere in un disastro che avevano previsto.
E senza tanti scrupoli, giacch da quel momento presero a giudicare i nostri metodi senza alcuna indulgenza. Ritirarono la loro fiducia e fu questa, io credo, la grande molla psicologica che determin il loro comportamento nelle ultime due settimane della campagna delle Fiandre. In capo a qualche giorno, il termometro dell'alleanza si abbass di alcune decine di gradi. Gli Inglesi, si sa, sin dall'inizio della guerra avevano accettato il comando unico. In una forma un po' incompleta, tuttavia la cui applicazione provocava effetti quantomeno bizzarri. Il GQG britannico era agli ordini del nostro generalissimo. Ma senza intermediari. Cos, il comandante del nostro primo gruppo di armate, che dirigeva le operazioni francesi dalle Ardenne sino al mare, vedeva inserirsi proprio nel mezzo delle truppe di cui era responsabile un distaccamento importantissimo, che egli non poteva manovrare direttamente. In quanto tale, la concessione del governo di Londra aveva certo ferito un orgoglio nazionale assai suscettibile; e, tra i militari, un orgoglio professionale ancora pi incline a inalberarsi. Tale concessione era forse giustificata dalla schiacciante preponderanza numerica delle nostre forze di terra, ma anche dalla stima che ispirava il nostro addestramento strategico. Foch, dopo Doullens, aveva condotto le armate alleate alla vittoria. Ci si affidava al suo successore perch lo imitasse. Di questa pretesa superiorit della nostra scienza di stato maggiore, in ogni caso, erano profondamente persuasi i nostri ufficiali. E immagino che a volte non si peritassero di nasconderlo50.
 
Ma accadde che in pochi giorni l'incredibile crollo delle nostre armate sulla Mosa venisse improvvisamente a minacciare di accerchiamento tutte le forze che combattevano pi a Nord. Di questo disastro, che rischiava di condurre alla rovina l'intero loro corpo di spedizione, gli Inglesi avevano la sensazione di non essere in alcun modo responsabili. La loro fiducia ne usc scossa. La lentezza e la goffaggine della nostra reazione fecero il resto. Il nostro prestigio apparteneva al passato, e non ce lo nascosero. Fu tutta colpa dei nostri Alleati?
Dopo il fallimento dell'azione congiunta progettata su Arras, sembra che gli stati maggiori di entrambe le parti, dominati da una sorta di mutua disillusione, abbiano rinunciato quasi del tutto a collaborare. Quanti ponti non fecero allora saltare gli Inglesi per coprire la loro ritirata, senza curarsi se stessero o no tagliando la nostra! Procedettero, malgrado le proteste dell'ingegnere, all'intempestiva distruzione della centrale telefonica interurbana di Lilla, con la quale la prima armata perdeva quasi tutti i suoi mezzi di trasmissione. Li giudicammo privi di scrupoli, e credo che in effetti la loro delusione - tutt'altro che immotivata - di fronte alle inefficienze del nostro comando abbia indotto a volte alcuni di loro a dimenticare i riguardi dovuti agli esecutori, il cui coraggio non era in discussione.
Una pi precisa definizione delle zone assegnate ad ogni armata avrebbe probabilmente evitato incresciosi incidenti. Tuttavia, non vi era pi alcun potere che avesse il diritto di imporre questi limiti. In precedenza l'incarico sarebbe spettato al GQG francese, unica comune fonte di autorit, ma esso aveva cessato di governarci da quando eravamo stati accerchiati. Un accordo amichevole era proprio impossibile? Non so se ci si sia mossi in questa direzione, ma in ogni caso non si giunse a nulla. A Lilla, in particolare, chi comandava? Nessuno l'ha mai saputo. La citt, prima del 10 maggio, apparteneva di certo alla zona britannica. Ma intorno ad essa aveva finito per concentrarsi la prima armata. E qui, in particolare, nel giro di qualche giorno attingemmo la gran parte delle nostre risorse di benzina. Quando si tratt di mettere fuori uso i depositi, risolvemmo di non abbandonare l'incarico ai nostri alleati. I loro procedimenti di distruzione - immissione di catrame o zucchero nella benzina - ci apparivano insufficienti a paragone del nostro, costituito dal fuoco. Il generale Prioux, quando gli fu esposto il problema, fece redigere una lettera e un ordine. Con la lettera, diretta a lord Gort, sembrava lasciare a lui, cortesemente, la decisione. Con l'ordine, a nostro uso, se ne attribuiva per intero la responsabilit. Sottile diplomazia, che crudamente rivelava quanto incerti fossero i diritti di ciascuno. La confusione, d'altronde, dur sino alla fine. Solo un deposito non venne incendiato. Era situato oltre un canale, e gli Inglesi avevano gi fatto saltare i ponti; non so per quale motivo, proibirono ai nostri uomini di attraversarlo in barca. Chi era responsabile di un simile caos? In parte, probabilmente, gli Inglesi. Ma a tale stato di cose noi ci adattammo con troppa facilit per proclamarci ora del tutto innocenti.
Forse la rottura sul piano morale sarebbe stata meno profonda e pi lievi le sue conseguenze se sin dall'inizio, con i nostri alleati, avessimo stabilito collegamenti pi stretti. La situazione, non si pu negarlo, era tutt'altro che semplice. Lo stato maggiore di lord Gort funzionava sia come GQG delle forze britanniche sia come GQ d'armata. Al primo titolo esso comunicava direttamente con il nostro GQG, e il generale Gamelin vi era rappresentato dalla Mission franaise, agli ordini del generale Voruz. Al secondo titolo era, o piuttosto avrebbe dovuto essere, in costanti rapporti con le nostre due armate: la prima, alla sua destra, e la settima, alla sua sinistra, situata lungo la costa. Qui la funzione della Mission franaise era pressoch irrilevante, giacch spettava alle armate organizzare i contatti al proprio livello. In verit, durante il periodo d'attesa, questi rapporti di vicinato si ridussero il pi delle volte a banali questioni di confine. Eppure, nessuno poteva ignorare che l'inizio delle operazioni attive avrebbe posto all'ordine del giorno problemi di ben altro rilievo, e che la possibilit di risolverli sarebbe allora in gran parte dipesa da ci che sino a quel momento fosse stato fatto per organizzare l'intesa e il reciproco scambio di informazioni. Gli eventi, al riguardo, avrebbero d'altronde superato ogni previsione: quando il GQG, in seguito allo sfondamento tedesco, scomparve dal nostro orizzonte, tra noi e gli Inglesi venne a mancare qualsiasi collegamento, se si eccettuano i rapporti diretti tra le armate.
Si ricorder come teoricamente fossi stato designato ufficiale di collegamento presso le forze britanniche. In quelle prime settimane, a Bohain, mi impegnai per adempiere al mio compito nel migliore dei modi. Mi si lasciava fare, senza troppi entusiasmi. Anche quando fui incaricato del servizio carburanti, non smisi di occuparmi del problema. Al quartier generale britannico, per motivi di sicurezza allora disseminato in alcuni miseri villaggi nei dintorni di Arras, visitai in particolare il "Q"51, grosso modo equivalente al nostro IV ufficio.
 
Mi recai a Douai, presso uno stato maggiore di corpo di armata. Presi contatto con la Mission franaise. Ma ben presto mi resi conto che questi viaggi saltuari, che pure all'occorrenza potevano servire alla soluzione di qualche problema di poco conto, mai avrebbero creato un effettivo collegamento.
Non si stabiliscono legami efficaci, sul piano dell'azione, senza un po' di cameratismo n vi  cameratismo senza un po' di vita in comune. Se ci  vero per tutti gli uomini, lo  a maggior ragione per gli Inglesi, affabili, fiduciosi - a volte sino al candore - non appena vi abbiano accordato la loro confidenza ma perlopi schivi con l'ospite occasionale, al di l di un'impeccabile cortesia. Qualcuno si presentava ai loro uffici? Riceveva le informazioni richieste. Tutto qui; e forse anche noi non avremmo agito diversamente. Poteva bastare? Si trattava di impadronirsi del meccanismo di una macchina da guerra diversa dalla nostra e che con la nostra avrebbe dovuto collaborare; di individuarne i punti deboli, se ce n'erano (ma quale esercito ne  privo?); di comprendere, per poi poter far comprendere, quei punti di vista che, come era naturale, a volte divergevano da quelli del nostro comando; ma soprattutto avremmo dovuto stringere dei rapporti umani, i soli che permettano da entrambe le parti suggerimenti fecondi senza che l'amor proprio ne sia ferito e che, nel momento del pericolo, preservano dalla funesta tentazione dell'"ognuno per s". Visite sporadiche non potevano bastare. Ci sarebbe voluto il t delle cinque, il whisky and soda, l'atmosfera da club che al tavolo da lavoro si prolunga naturalmente in un'amichevole collaborazione. In una parola, un ufficiale della prima armata avrebbe dovuto risiedere in permanenza presso il quartier generale alleato. Il capo di stato maggiore della Mission franaise era di questo avviso, e cos agiva la settima armata, i cui tentativi in questo senso non avrebbero purtroppo sortito risultati apprezzabili per colpa degli eventi. Il 15 o il 16 maggio, se ben ricordo, la settima armata - ad eccezione del XVI corpo, riservato alla difesa di Dunkerque - fu infatti quasi completamente ritirata dal fronte di Anversa per essere buttata nella breccia della Mosa e dell'Oise, dove avrebbe subito un quasi totale annientamento.
Alla prima armata, ci si limitava ad accogliere nel nostro III ufficio un rappresentante del quartier generale britannico. Il primo che conobbi era un ex ufficiale di carriera, divenuto poi banchiere nella City. I suoi modi, premurosi e bruschi al contempo, la sua aria da gaudente, il senso dell'umorismo, forse pi originale tra noi di quanto non sarebbe parso nel suo paese, ne avevano fatto un personaggio popolare. Assai devoto al proprio lavoro, lo si diceva geloso dell'autorit che gli veniva dalla missione assegnatagli. Forse lo zelo un po' intemperante di alcuni di noi non gli aveva sufficientemente risparmiato la minaccia di quelle usurpazioni che era ben deciso a non tollerare. Quanto ai rapporti che intrattenni con lui, furono sempre eccellenti, ma  certo che egli preferisse tenere personalmente le fila del collegamento. Temo che la sua influenza sui nostri comandanti, da questo punto di vista, non sia stata sempre positiva. Egli era, per di pi, estremamente accorto. Profondamente impregnato dei pregiudizi sociali cui di rado sfugge l'alta borghesia britannica, immagino condividesse quei preconcetti nazionali insiti anch'essi nella vecchia tradizione tory, bench il suo tatto gli impedisse di palesarli.
Ingenuo chi da lui si fosse aspettato informazioni sulle eventuali insufficienze dell'equipaggiamento o dei metodi britannici. Ci lasci, poco prima del 10 maggio, per un posto al ministero del Blocco, a Londra; troppo presto perch potesse renderci quei servigi ai quali, ne sono convinto, mai avrebbe mancato in un periodo di maggior attivit. Ho frequentato molto meno il suo successore, altrettanto cortese ma, quanto a savoir-faire, assai meno dotato. Dal punto di vista professionale, ebbi a che fare con lui soltanto una volta, a Lens; pensai, allora, che egli mirasse a schivare qualsiasi responsabilit. Ma, al di l delle idiosincrasie personali di questo o quel delegato dell'armata britannica, i migliori di loro non costituivano, a ben vedere, che la met di una rappresentanza diplomatica. Per mantenere i collegamenti con un paese amico, per essere informati di quanto vi accada e far s che l'alleanza si fondi sulla solida base di una reciproca comprensione, quale governo pu limitarsi ad accordare ospitalit all'ambasciatore della nazione straniera? E, col pretesto che tale plenipotenziario  degno di ogni lode, rinunciare poi ad inviare in quel paese un proprio rappresentante?
Cos, un giorno, afferrai il coraggio a due mani e chiesi udienza al nostro vice capo di stato maggiore, che svolgeva allora funzioni di capo. A lui, come meglio potei, esposi le considerazioni riportate in queste pagine. Non trascurai di fargli capire che non intendevo ricoprire le funzioni di ufficiale distaccato presso il quartier generale di lord Gort, che a mio giudizio spettavano ad altri, pi esperti nell'arte militare. Ma non fui sufficientemente accorto. Temendo che il mio parere apparisse di scarso conto, pensai bene di avvalermi della pi autorevole opinione del capo di stato maggiore della Mission franaise. Ahim! Il tenente colonnello cui si rivolgeva la mia perorazione era un acerrimo nemico di quel tenente colonnello che stavo invocando come garante. La mia causa non era avanzata di un passo. Le strade della Scuola di guerra sono disseminate di insidie per chi non sia stato allevato all'interno del serraglio! Il mio interlocutore mi ascolt con grande urbanit. Non l'avevo convinto: la presenza dell'ufficiale britannico presso il nostro esercito era a suo dire pi che sufficiente. Qualche tempo dopo, cercai di sottoporre il problema al GQG, ma ancora una volta senza risultati. Allora, senza che nessuno vi trovasse da ridire, smisi di impormi i va e vieni di un tempo sulla strada di Arras, che sortivano quale unico risultato qualche momento di vaga e oziosa conversazione, per consacrarmi sempre pi esclusivamente al servizio carburanti.
Durante la campagna, un ufficiale superiore del nostro stato maggiore che gi in precedenza aveva intrattenuto qualche rapporto con gli Inglesi venne inviato come agente ordinario presso il quartier generale britannico. Intelligente, di larghe vedute, ben pi della gran parte dei suoi colleghi, non solo fece del suo meglio ma, ne sono convinto, meglio di quanto chiunque altro avrebbe potuto fare. Tuttavia, mai aveva vissuto a stretto contatto con i nostri alleati e neppure allora poteva farlo, giacch passava la gran parte del proprio tempo a correre da un posto di comando all'altro. E, soprattutto, le circostanze erano quanto mai sfavorevoli all'instaurarsi di una fiducia che avrebbe potuto resistere agli eventi solo se ampiamente collaudata nel corso del tempo. Una vera alleanza  una continua creazione, non la si scrive sulla carta. Essa pu esistere solo in virt di una molteplicit di piccoli rapporti umani la cui totalit d vita ad un solido legame. Troppo spesso, alla prima armata, avevamo dimenticato questa verit. Avremmo duramente scontato il nostro errore52.
 
Raggiunta l'armata, come gi ebbi occasione di ricordare, trascorsi qualche giorno al II ufficio, il servizio informazioni. Fu allora, nel tentativo di redigere una lista precisa e aggiornata dei depositi di carburante belgi, che entrai in rapporto anche con i secondi uffici del gruppo di armate e del GQG. Sarei stato d'altronde un pessimo storico se questi problemi, relativi all'informazione e alla testimonianza, non avessero destato in me un profondo interesse. Ma proprio perch ero uno storico, fui ben presto allarmato dai metodi in uso. Si cerchi di comprendermi. Certo non intendo coinvolgere in una generica e aprioristica condanna un intero gruppo di uomini molti dei quali, del servizio attivo come della riserva, erano indubbiamente lavoratori devoti e competenti. Nel corso della mia indagine trovai presso il II ufficio del GQG, se non un valido aiuto, almeno un'affabile accoglienza; comprensione e una preziosa assistenza mi offr il gruppo di armate. All'armata non eravamo visti di buon occhio, e allo stato maggiore, quando le lingue si scioglievano, non se ne faceva mistero. L'altezzoso ufficiale che comandava il nostro II ufficio avrebbe certo ben figurato, durante una rassegna, alla testa di un battaglione tirato a lucido. E non dubito che altrettanto pregevolmente si sarebbe comportato sul campo di battaglia. Non era per all'altezza del compito assegnatogli. Ma anche in questo caso, quali che fossero le carenze della direzione, non vi erano solo ombre. Al II ufficio trovai dei validi colleghi, quasi degli amici, in particolare nella sezione interpreti, diretta con gustosa e faconda autorit da un industriale lionese. Lavoravano tutti senza risparmiarsi, con abnegazione; e nel loro ambito, necessariamente un po' ristretto, con indubbia intelligenza.
Pure, non si pu negarlo: come eravamo male informati! Ho seguito da vicino, almeno in parte, la raccolta delle informazioni relative al Belgio. Gi si  detto che quanto alla dislocazione, alla capacit e al contenuto dei depositi di carburante il GQG, sin dall'inizio, non ci aveva trasmesso che indicazioni vaghe e spesso erronee. E, soprattutto, non si curava di fornircene di migliori. Quanto all'esercito belga, cercai di appurare come fosse organizzato il servizio di rifornimento carburanti con il quale, in caso di alleanza contro un comune aggressore, eravamo chiamati a collaborare. Fu il generale Blanchard in persona a sottoscrivere la lettera con la quale si chiedevano delucidazioni in proposito. Essa non ottenne risposta. Ho buoni motivi per ritenere che tale carenza di informazioni non riguardasse soltanto il mio servizio ma dipendesse da altre ragioni.
In primo luogo, dalla pletora di organi di informazione e dalla rivalit che quasi fatalmente finiva per crearsi in omaggio ad una deplorevole tendenza sulla quale avremo a ritornare pi avanti. Gli addetti militari non dipendevano dal GQG ma dal ministero, pi che mai geloso delle proprie prerogative. In nome di un pretestuoso rispetto della neutralit, ministero e GQG si accordavano poi, a loro volta, per impedire agli stati maggiori subordinati qualsiasi ispezione diretta in territorio belga. Ciononostante, n il gruppo di armate n le armate si facevano scrupolo di agire di propria iniziativa. Numerose furono le informazioni utili che ci giunsero per questa via pi o meno surrettizia. Non sarebbe stato meglio tentare di coordinare gli sforzi?
E, anche, di dirigerli meglio, individuando pi chiaramente gli obiettivi. Un II ufficio dovrebbe essere una sorta di agenzia che ha, per clienti, i diversi organi di comando.  suo compito rispondere alle loro richieste: quelle dell'artiglieria, dell'aviazione, dei carri armati, dei servizi addetti alla circolazione ferroviaria o su strada e, infine, degli uffici di studi strategici che sovrastano tutti gli altri organi di comando. Ognuno di essi pone infatti problemi specifici, che i non specialisti rischiano sempre di trascurare. Un II ufficio dovrebbe tentare di prevedere e soddisfare in anticipo le loro esigenze, dispensando, non appena li abbia ricevuti, i dati necessari.
Quasi sempre, invece, la ricerca delle informazioni non  mai uscita dall'ambito precostituito, rigidamente condizionato da tradizioni che tenevano in ben poco conto la guerra dei materiali. Si tentava per prima cosa di ricostruire, in via ipotetica, "l'ordine di battaglia del nemico" - il dispositivo delle sue unit - presupponendo che esso lasciasse prevedere le intenzioni dell'avversario, senza considerare che oggi, in virt della grande rapidit degli spostamenti, sono possibili ogni volta almeno tre o quattro diverse interpretazioni.
Seguivano poi, in via accessoria, talune inchieste di ordine morale o politico da cui in genere trapelava una candida ignoranza di ci che si intende per analisi sociale. Ricordo un opuscolo sul Belgio i cui autori credevano di saperla lunga in merito alle capacit di reazione del paese e che, nel pi perfetto stile dell'Almanacco di Gotha, ci informava di come quel regno fosse una "monarchia costituzionale". Lo si  visto, alla resa dei conti!
Quanto alla diffusione delle informazioni, si narra tra gli stati maggiori una vecchia storiella: un II ufficio, non appena sa qualcosa, si affretta a redigere un documento, poi, in rosso, vi appone la scritta "segretissimo", infine ripone il documento in un armadio a tripla serratura cosicch nessuno cui possa interessare possa prenderne visione. Un giorno ebbi la prova che non si trattava di pura leggenda. Avevo ottenuto dal nostro II ufficio che inviasse ai corpi d'armata l'elenco commentato dei depositi di carburante del Belgio che faticosamente eravamo riusciti a compilare. Qualche tempo dopo, ci capit di trasmettere alle grandi unit un'istruzione generale relativa al loro rifornimento di carburanti in caso di penetrazione in Belgio. Essa riguardava le requisizioni e la successiva installazione, da parte dell'armata, dei propri depositi. Quanto alla geografia delle risorse locali, si rinviava alla tabella precedentemente trasmessa. Ogni stato maggiore, naturalmente, rimise l'istruzione al IV ufficio, incaricato di tutti i rifornimenti. Il giorno stesso ricevetti una telefonata di uno dei colleghi che, nei diversi corpi, dirigevano il servizio parallelo al mio. Il tono era un po' risentito: "Parlate di una tabella. Non l'abbiamo mai vista". Ci informammo. L'invio era stato eseguito; tuttavia, giacch tutto ci che proviene da un ufficio, seguendo una china inesorabile,  destinato a raggiungere, a livello inferiore, l'ufficio di identico segno, era stato il II ufficio del corpo d'armata, questa volta, il destinatario. Qui, il documento era stato speditamente archiviato nella famosa cassaforte, senza che nessuno fosse sfiorato dall'idea di trasmetterlo al solo ufficiale in grado di utilizzarlo.
Alle mie proteste, un'alzata di spalle: "Non ne fanno una giusta!" Quanto a un'eventuale nota di biasimo, ai necessari provvedimenti per evitare il ripetersi di simili errori, nessuno che ci pensasse, tanto radicate erano ormai queste abitudini.
Il nostro II ufficio, ben lo sapevamo, non poteva dirsi un modello. Ma i documenti ivi prodotti nel periodo di attesa - e, in teoria, di studio - che precedette l'offensiva tedesca finirono per stupire anche i pi imperturbabili tra noi. Fu celebre una certa carta ferroviaria: un malaugurato tracciato dei confini faceva di Aquisgrana una citt belga, mentre la via ferrata Amburgo-Berlino era classificata tra le linee di modesto traffico. Ma dopotutto, in questi casi era impossibile sbagliarsi. Ma errori concettuali pi sottili, e dunque pi insidiosi, si celavano tra le pagine del "bollettino d'informazione" distribuita con una certa frequenza. Immaginiamo un ricercatore che ogni tanto tracci il bilancio della propria indagine, un archeologo, ad esempio, che renda noti i verbali successivi a uno scavo, un medico che sottoponga ai suoi allievi le osservazioni relative a una patologia o, ancora, il famoso taccuino degli esperimenti di Pasteur. Che cosa aspettarsi da questi resoconti, se non che di volta in volta essi ci dicano: ecco una testimonianza che, sino a ieri incerta, trova oggi conferma, ecco invece un'interpretazione sulla quale non si nutrivano dubbi ma che i progressi della nostra indagine ci inducono a ritenere priva di fondamento; oppure - se la ricerca non ha per oggetto il passato ma un fenomeno osservato durante il suo corso - ecco un fatto nuovo, indizio, forse, di un radicale mutamento. In altre parole, giacch ogni conoscenza , in quanto tale, un movimento progressivo dello spirito e poich d'altro lato la conoscenza di eventi per natura mutevoli non pu che scaturire dall'analisi della loro evoluzione, il singolo resoconto di un'indagine, di per s, avr sempre scarsa rilevanza quando non si ricolleghi ai resoconti precedenti. Ebbene, i nostri bollettini si susseguivano senza che mai, o quasi mai, tra l'uno e l'altro fosse possibile individuare un collegamento. Da un confronto accurato emergevano invece patnti contraddizioni, e se comparivano dati inediti, che sembravano aprire nuove possibilit, era solo per poi lasciar cadere l'argomento senza fornire alcuna giustificazione. Forse informazioni pi recenti smentivano quanto pubblicato in precedenza? Si voleva evitare di ripetersi? La situazione era realmente mutata? Ingegno sottile chi lo avesse capito. Ho qualche timore, ora che confesso ci che ho pensato, di scivolare nella calunnia. Pure, pi di una volta mi sono domandato quale parte spettasse in questa incoerenza all'inettitudine e quale all'astuzia. Ogni comandante di un II ufficio  terrorizzato all'idea che i fatti, alla resa dei conti, possano smentire le pretese certezze di cui egli ha armato gli organi di comando. Offrir loro una vasta gamma di informazioni contraddittorie non  forse il mezzo per garantirsi una via d'uscita? Qualunque cosa accada, si potr sempre dire, con aria di trionfo: "Se mi aveste creduto!"53.
 
Una volta iniziate le operazioni attive, quale vantaggio arrecarono i servizi del II ufficio, giorno dopo giorno, agli strateghi dello stato maggiore? Su questo punto,  assai difficile pronunciarsi: non seppi infatti pressoch nulla di ci che l'ufficio informazioni facesse o dicesse. Ma una cosa  certa: da quel momento, i famosi "bollettini" si chiusero in un silenzio tanto ostinato quanto prudente, sicch gli ufficiali che svolgevano funzioni analoghe alle mie sapevano, del nemico, solo ci che riuscivano a cogliere da qualche fortuita conversazione o in circostanze del tutto casuali. Cio, quasi nulla. N mi riferisco soltanto all'insieme degli interrogativi che ciascuno si poneva, a volte curiosit forse oziose, ma a quanto era necessario conoscere per svolgere adeguatamente il proprio servizio. Se per caso eravamo noi a raccogliere un'informazione di qualche importanza, succedeva (come nell'esempio sopra citato) che in mancanza di un centro di informazioni cui poterla immediatamente trasmettere ci si riducesse, come ultima risorsa, a spedire in tutta fretta l'informatore presso il comandante dell'armata in persona. Come se a un capo oberato da tante e gravose responsabilit dati di questa natura non avessero dovuto pervenire gi assemblati e filtrati! D'altronde, la creazione di questi centri, di queste "agenzie", come prima le abbiamo definite, incaricate di dare ma anche di ricevere informazioni, avrebbe dovuto essere prevista, in forma di II ufficio, non soltanto all'interno dello stato maggiore nel suo complesso. Era altrettanto opportuno, a mio giudizio, che ogni ufficio destinasse uno dei suoi ufficiali a questo unico compito, pi che sufficiente ad impegnare le energie di un singolo individuo. Non si creda sia stato facile rifornire le nostre unit di munizioni, viveri, materiali del genio o carburante e fissare l'ubicazione dei depositi di munizioni, delle stazioni di rifornimento viveri, dei parchi del genio e delle autocisterne ignorando, per i tre quarti del tempo, dove fossero queste unit e dove si trovasse il nemico54.
 
Nella gran parte dei casi, gli errori di metodo del nostro II ufficio e di tanti altri servizi delle armate francesi non erano ignorati dai superiori, e sono convinto che tra loro, o tra i loro pi stretti collaboratori, vi fossero uomini troppo ragionevoli per non condannarli con severit, nel fondo della propria coscienza. Come mai, allora, a queste mancanze quasi mai si rispose con una sanzione, e neppure con un semplice trasferimento? "L'esercito francese non sa pi punire", dicevano a volta i miei giovani compagni del servizio attivo. Un giudizio un po' brutale, ma che esprimeva il senso di un'indiscutibile crisi di autorit. E, a questo punto, si impongono alcune considerazioni.
Ho frequentato assiduamente, in passato, gli ufficiali di reparto. Non dubito che oggi, come allora, molti di loro sappiano dirigere le proprie unit con equanime e duttile fermezza, spregiando il disordine - ne aborro la sola idea - quanto le inconcepibili angherie del leggendario "mastino da caserma". Quella del comandante di compagnia, di battaglione o di reggimento  un'ottima occupazione quando sia esercitata con nobilt, alla francese, e pi di una volta mi  capitato di osservare come un brav'uomo sviluppi, in tale veste, talune virt umane che destano tutta la mia ammirazione. Riconoscevo queste qualit, e ci mi confortava, nel brillante ufficiale di stato maggiore che, prima di essere avviato a pi alti destini, fu per qualche tempo vice comandante del nostro ufficio. "Da quando non c' pi lui nessuno si occupa di noi", dicevano con aria mesta i nostri segretari. Solo gli incapaci temono che la simpatia possa confondersi con la familiarit.
Che non dappertutto il comando si esercitasse con altrettanta moderazione e umana sensibilit, lo testimoniano taluni rapporti degni di fede che mi capit di leggere. Vi sono due espressioni che vorrei fossero radiate dal vocabolario militare, "ammaestrare" e "mettere in riga". Buone, forse, per l'armata del Re Sergente, nulla hanno a che vedere con un esercito nazionale. Anche qui, e forse pi che altrove - sarei l'ultimo a negarlo -  necessaria una disciplina e, dunque, il suo apprendimento. Ma essa non pu che essere il prolungamento delle virt civili o, per riprendere la bella definizione del coraggio coniata da Pierre Hamp, "una forma della coscienza professionale". Un ufficiale, un giorno, si mostr assai sorpreso al vedere come le telefoniste impiegate alla centrale dell'armata svolgessero impeccabilmente il proprio lavoro: "Proprio come dei soldati", diceva con tono inimitabile, pi scandalizzato che stupito. Era forse in virt di un simile orgoglio di casta se egli si trovava al comando di truppe arruolate in ogni strato sociale per la difesa del nostro paese, uomini, nella gran parte dei casi, che gi la vita aveva abituato all'indipendenza dal focolare?
"Mettere in riga", il pi delle volte, significa poi imporre il rispetto di forme esteriori il cui valore  innegabile quando siano espressione di una disciplina non puramente convenzionale, e che  dunque vano pretendere quando non si sia stati capaci di creare, al contempo, una corrente di fiducia abbastanza forte perch il rispetto di questi gesti di deferenza nasca pressoch in tutti da un moto spontaneo. Ammetto che l'uomo possa essere "ammaestrato", ma ci accadr solo quando lo si consideri nella sua globalit, come ben sa ogni capo degno di questo nome. Era forse uno di loro il colonnello - l'episodio  realmente accaduto - che degrad un sottufficiale sorpreso in una rigida giornata invernale con le mani nelle tasche del cappotto? Era un vero capo colui che per tutto il santo giorno distribuiva note di biasimo, lasciando poi le sue truppe a gelare in pieno inverno, in accantonamenti male organizzati?
Ho assistito di persona agli effetti di un simile tentativo di "riammaestramento". Fu in Normandia, quando ci ritrovammo dopo la campagna delle Fiandre. Quanta buona volont, che gentilezza nei nostri soldati! Tutti ne fummo toccati, anche i pi insensibili. Scendevano dal treno stremati dal lungo viaggio, spesso affamati, a volte bizzarramente vestiti dei poveri stracci distribuiti dagli Inglesi dopo lo sbarco. Avevano perduto le loro unit, i diretti superiori, i compagni. Per raggiungere l'accantonamento dove ritrovare quel clima di mutua solidariet tanto necessario al soldato, avrebbero il pi delle volte percorso chilometri e chilometri a piedi. Ma non un lamento; un grazie per ogni attenzione fosse loro rivolta. Contenti di essere almeno per il momento al sicuro, ma anche di rivedere sano e salvo questo o quell'ufficiale per la cui sorte avevano temuto. Qualche stretta di mano mi scald il cuore. Se mai ne fossi tentato, sar il ricordo di quelle giornate ad impedirmi di disperare del popolo francese.
Venne a comandarci un generale animato delle migliori intenzioni e da una sincera fede militare, duro con se stesso come con gli altri, ma il cui senso psicologico non eguagliava le altre qualit. Pens che l'atmosfera non fosse precisamente quella di una caserma degna di questo nome e decise di porvi rimedio. Si moltiplicarono le ronde degli ufficiali, piovvero da ogni parte osservazioni sulle divise che presentassero qualche irregolarit. Scampati a ci che gi allora i giornali enfaticamente ma non senza qualche fondamento definivano l'inferno delle Fiandre, molti di noi avevano pensato di farsi raggiungere dalla moglie nei paesini dove alloggiavamo; i soldati come gli ufficiali, non si trattava di un privilegio. Il generale infier. Un soldato, se gli garba, pu andare al bordello; gli abbracci coniugali sono invece prova inequivocabile di mollezza. E poich il nuovo generale era a suo modo un uomo giusto, cominci con l'infliggere quindici giorni di arresti di rigore al vecchio generale dei quadri di riserva che ci aveva comandati prima del suo arrivo. Non l'aveva forse incontrato, una sera, a braccetto con la sua veneranda sposa? Si rise dell'episodio, ma i soldati non si consolarono facilmente. In capo a qualche giorno il clima morale era mutato. Sintomo significativo: il saluto agli ufficiali, offerto sino ad allora con pronta sollecitudine, fu da quel momento eseguito con gesti parsimoniosi e visibilmente forzati. Uno pseudo-ammaestramento, in men che non si dica, aveva guastato il sano buon umore di una truppa reduce dalla linea del fuoco e che, a quanto si riteneva, era destinata a farvi ritorno.
Tra coloro che avevano vissuto l'occupazione tedesca nel 1914-18 e che l'hanno nuovamente subita nel corso di queste ultime settimane, molti, in pi occasioni, mi hanno riferito un'osservazione che mi ha fortemente colpito: in confronto all'organizzazione dell'armata imperiale, quella dell'esercito nazista  apparsa loro "pi democratica". La distanza tra ufficiale e soldato sembra meno invalicabile (bench, come abbia potuto constatare di persona, gli ufficiali continuino a trascurare di rendere il saluto). Dall'alto al basso,  possibile percepire pi distintamente l'accordo che nasce da una comune buona volont. Sarebbe disastroso se in Francia il rispetto tributato a vecchie tradizioni di stampo prussiano, tutt'altro che consone al nostro spirito nazionale e forse desuete persino in Prussia, compromettesse l'unione che un misticismo quanto mai grossolano ma non per questo meno potente ha saputo creare.
A torto o a ragione, l'esercito francese non aveva dunque dimenticato, o forse non sufficientemente, la vecchia arte di punire.  certo, invece, che il comando non seppe approfittare, come avrebbe dovuto e potuto, dei lunghi mesi di attesa concessigli dal nemico per rivedere - come era necessario - la formazione dei quadri. Qualche clamoroso siluramento segn, alla prima armata, l'inizio delle operazioni. Ma era ormai troppo tardi. Pure, certe insufficienze erano da lungo tempo sotto gli occhi di tutti. Un altro esempio? Il comando del nostro quartier generale d'armata era nelle mani di un vecchio ufficiale cordiale e bonaccione ma, non v'era chi lo ignorasse, totalmente inetto. "Sono trentadue anni che non capisco", ripeteva compiaciuto. Sarei molto sorpreso se di bocca in bocca la sua candida confessione, sulla quale erano nati tanti pettegolezzi, non fosse giunta alle orecchie del pi alto in grado dei nostri comandanti. A dire il vero, le funzioni di questo degno emulo del capitano Bravida non erano, finch restammo a Bohain, di importanza decisiva. Ma tutti sapevamo che una volta iniziate le operazioni attive avrebbero assunto tutt'altro spessore. In particolare, come prescriveva il regolamento, avrebbero comportato la direzione di quel servizio automezzi dello stato maggiore che prima come dopo il 10 maggio lasci purtroppo tanto a desiderare. La sostituzione di un ufficiale di questo rango non avrebbe d'altronde implicato le difficolt suscitate dall'allontanamento di un generalissimo o di un comandante d'armata. Ciononostante, ci tenemmo il nostro insignificante comandante di battaglione per l'intero inverno e, ancora, per tutto il tempo che dur la campagna - durante la quale, peraltro, non lo vedemmo quasi mai - finch, sul punto di imbarcarci, non scomparve misteriosamente a Dunkerque. Che ne fu di lui? La leggenda s'impadron della sua fine. Meglio confessare che non ne sapemmo mai niente e supporre, come d'altronde  assai probabile, che sia semplicemente morto per la Francia o, per sua sventura, fatto prigioniero. Che colpa ne aveva, se continuava ad occupare una posizione che richiedeva capacit di molto superiori alle sue? N si tratt di un caso isolato. Ci era mancata la mano pesante di un generale quale era stato Joffre nel 1914, e avremmo avuto tanto bisogno di qualcuno dei suoi Giovani Turchi. Alcuni di loro vivevano ancora, ma erano ormai vecchi, carichi di onori, viziati da una lunga vita di ufficio e diplomazia.
Ritengo infatti che la debolezza del nostro comando dipendesse innanzitutto dalle abitudini contratte in tempo di pace. La mania delle scartoffie fece la sua parte. Si pensi a quel comandante di un II ufficio che trascur di trasmettere al solo ufficiale che avrebbe potuto occuparsene un'informazione di cruciale importanza. Immaginiamolo per un istante a capo di un grande servizio di un'impresa privata. Che sarebbe accaduto? Il padrone, immagino, lo avrebbe convocato e, dettogli a quattr'occhi il fatto suo, l'avrebbe rispedito al lavoro con un severo "che non si ripeta pi". Probabilmente qualcosa sarebbe cambiato. Consideriamo invece ci che realmente successe. Se avessi ritenuto di poter ottenere dal mio immediato superiore, poi dal capo di stato maggiore e infine dal generale d'armata in persona che l'ufficiale in questione fosse raggiunto da una comunicazione, avrei dovuto presentar loro una nota scritta. Non solo: in virt delle inviolabili regole gerarchiche, il destinatario del mio esposto altri non sarebbe stato che il comandante del corpo d'armata, giacch di livello in livello non si comunica che tra capi. Il caso avrebbe assunto tale gravit che tutti mi sconsigliarono di intervenire. Quand'anche il mio esposto, di edulcorazione in edulcorazione, avesse superato tutte queste strettoie, era in fondo destinato a giacere su qualche augusta scrivania. Senza considerare la paura delle "grane", lo scrupolo diplomatico che in uomini desiderosi di far carriera  quasi una seconda natura, il terrore di scontentare un potente di oggi o di domani. Su mia proposta, un giorno, decidemmo di diminuire l'assegnazione di benzina di un corpo d'armata e di aumentare in proporzione quella di un altro. Furono redatte contemporaneamente due note di servizio. Il vice capo di stato maggiore, che ricopriva allora funzioni di capo, fece sottoscrivere dal generale Blanchard l'avviso che prescriveva una riduzione dei rifornimenti; si cur invece di apporre la propria firma al documento che annunciava al secondo corpo d'armata un pi agevole approvvigionamento. Quasi egli fosse il fautore del secondo provvedimento e non c'entrasse invece con il primo. Cos si cura una carriera. La si compromette, invece, avanzando critiche, o almeno cos crede, qualche volta a torto, chi non abbia un animo temprato. La routine, infine,  per sua natura accomodante. Erano trascorsi lunghi anni di burocrazia, ci si era abituati all'inefficienza e alla mediocrit, le cui conseguenze raramente erano state drammatiche. I tempi cambiarono, non le abitudini. Per farla breve, baster dire che gli stati maggiori del periodo prebellico non erano una buona scuola per la formazione del carattere. Lo si  visto sin troppo bene, in ogni senso55.
 
Un vecchio proverbio militare descrive i reciproci sentimenti di due ufficiali che insieme percorrano i diversi gradi della scala gerarchica: "Tenenti, amici. Capitani, compagni. Comandanti, colleghi. Colonnelli, rivali. Generali, nemici". Quanto alle discordie dei grandi capi, argomento che in mia presenza si riduceva a qualche frase sibillina, il lettore pu facilmente immaginare come la posizione che occupavo non mi consenta di parlarne con cognizione di causa. Fomentate dalle clientele che fatalmente ordiscono intorno ad ogni "patrono" una rete di intrighi e di lealt personali, esse trovavano un terreno sin troppo propizio nella deplorevole proliferazione degli organi di comando. Mai, nell'esercito francese, si  compreso che l'ordine o l'informazione che debba percorrere una serie di passaggi obbligati rischia di non giungere in tempo quanto pi numerose siano le tappe previste dal suo percorso; o, peggio ancora, che laddove all'autorit di un capo si sovrapponga quella di troppi altri individui, la responsabilit finisce per essere di tutti e di nessuno. Questa pecca della nostra burocrazia militare provocava effetti devastanti ad ogni livello. Gi si  detto, a proposito del servizio carburanti, che se avessimo osservato il regolamento alla lettera, tre livelli gerarchici avrebbero separato gli esecutori dal rappresentante dell'armata. Fra il comandante di un reggimento di fanteria e la divisione, si interpone lo stato maggiore della fanteria divisionale: "organo di rallentamento", cos lo si chiamava quando anch'io ero in fanteria, e mi stupirei se l'appellativo avesse perduto la sua ragion d'essere. Pi in alto c'era l'armata; poi il gruppo d'armate, semplice strumento di coordinazione strategica, in teoria, ma che tent spesso di sconfinare dal proprio ruolo: veniva poi il Comando del teatro d'operazioni del Nordest, incaricato della conduzione della guerra lungo tutto il fronte francese, eccettuate le Alpi; infine, il Comando in capo delle forze di terra. Quando si giunse ad una divisione delle competenze tra gli ultimi due livelli - o, per parlare in termini di uomini, tra lo stato maggiore Georges e lo stato maggiore Gamelin - sentii illustrare la nuova organizzazione del GQG. Bench il conferenziere si esprimesse con grande chiarezza, al termine del suo discorso non ero il solo ad averne tratto un'unica conclusione certa: ci si avviava inesorabilmente verso il caos, verso le solite sovrapposizioni. Pi di una voce, giunta poi alle mie orecchie, mi conferm che non ci eravamo ingannati. E allora neppure consideravamo quel terzo embrione di stato maggiore celato nei recessi pi inaccessibili del tempio: il gabinetto militare del generalissimo!
Tutto ci accadeva lontano da me. Spesso, invece, ebbi occasione di osservare da vicino le rivalit tra i diversi uffici e l'antagonismo che, in prossimit dei vertici, opponeva lo stato maggiore generale (alias GQG) allo stato maggiore dell'esercito (cio il Ministero).
Uno dei pi notevoli ufficiali che mi sia mai stato dato di conoscere - il tenente colonnello di cui prima ricordavo la sollecitudine nei confronti dei nostri segretari - mi disse un giorno: "In uno stato maggiore non dovrebbero esservi uffici". E intendeva con ci che qualsiasi frammentazione, per quanto inevitabile,  gravida di rischi. Ogni parte del tutto, quasi ineluttabilmente, tende a considerarsi essa stessa un tutto, e ogni piccola societ chiusa finisce per credersi una patria. Ricetto degli strateghi, il III ufficio, che da noi le male-lingue avevano soprannominato "trust dei cervelli",  in genere considerato il Sancta Sanctorum. Fieri di un ruolo che  certo tra i pi importanti e delicati, gli ufficiali che ne fanno parte non sempre accettano di buon grado di collaborare fianco a fianco con quei colleghi che sono meno prossimi alla vera fonte dell'arte militare. A volte si ha l'impressione che nutrano un certo disprezzo per attivit senza le quali, peraltro, anche le pi belle frecce tracciate sulla carta delle operazioni non sarebbero che inutili segni. Per altre ragioni le cose non vanno diversamente al II ufficio, ossessionato dal culto del segreto. Ad eccezione di qualche individuo scorbutico, l'urbanit domina incontrastata: un ottimo sistema per mantenere le distanze. Questi compartimenti stagni esistono ovunque, ma mai come ai vertici del comando - mi riferisco al GQG - ne percepii la rigidit.
L, un giorno di gennaio, persi un intero pomeriggio nel vano tentativo di convincere il II e il IV ufficio ad un'azione comune. Il problema, come si potr facilmente immaginare, aveva a che fare con la benzina e non era, lo si vedr, di poco conto. Poich tuttavia vi erano implicati dei terzi, uomini che ancora oggi non ho il diritto di compromettere, sar costretto ad usare qualche perifrasi.
Vi era dunque da qualche parte, in un piccolo paese neutrale, pressoch ad eguale distanza dalla frontiera francese e da quella tedesca, un certo deposito di carburanti. Il mio informatore abituale non si era limitato a comunicarmi i dati sulla capacit - tutt'altro che irrilevante - dei serbatoi: "Se lo riterrete opportuno - aveva aggiunto - posso tenerli sempre pieni per facilitarvi nei rifornimenti qualora le vostre forze siano un giorno chiamate a penetrare in questo territorio. Oppure, non lasciarvi che il carburante strettamente necessario alle esigenze commerciali, per non rischiare di abbandonare ai Tedeschi risorse preziose. Decida lo stato maggiore. Quale che sia la decisione, sar attuata non appena ne sar a conoscenza". Il problema, in sostanza, consisteva nel sapere chi, secondo il nostro comando, avrebbe raggiunto per primo questa localit in caso di violazione della neutralit da parte della Germania: noi o il nemico? La sua soluzione non oltrepassava soltanto, e di molto, le mie competenze. L'armata attestata lungo questa zona del confine non era la mia, e neppure apparteneva al nostro gruppo di armate. Non vi era altro da fare se non chiedere ordini in proposito al GQG.
Mi recai dapprima al II ufficio, al quale avevo altre informazioni da comunicare. Quando arrivai al punto e accennai l'argomento, mi sentii dire da quei signori, non senza ragione: "Siamo qui per informare, non per decidere. Andate al IV ufficio". Non si offrirono per di accompagnarmi, e probabilmente sapevano bene perch. D'altro canto, sarebbe stato forse pi naturale rivolgersi direttamente all'aiutante maggiore generale incaricato delle operazioni o ai suoi rappresentanti. Ma pu mai, il non iniziato, bussare di propria iniziativa alla porta del santuario? Eccomi dunque in viaggio, sulla lunga strada gremita di gendarmi di La Fert-sous-Jouarre, diretto al IV ufficio, i cui sagrati, va da s, mi erano gi familiari. Vagai di stanza in stanza. Il ritornello era sempre lo stesso: "Il nemico? Non si sa. Noi mettiamo dei rifornimenti, francesi, a vostra disposizione. E questo  tutto. Del resto, siamo certi di poterci fidare del vostro informatore? Se ci tendesse una trappola?" "Della veracit delle informazioni garantisce il II ufficio". "Oh, il II ufficio! E da quando, poi, si occupa di carburante? Se ha preso a cuore il vostro caso, non ha che da continuare". "D'accordo. Per, se questo  il suo parere, gradirei fosse lei, con una telefonata, a comunicarlo al II ufficio".
Ottenni almeno questa soddisfazione. Da un capo all'altro del filo, il tono della conversazione mi parve alquanto sostenuto. Dopo qualche minuto, il II ufficio tagli corto con un secco: "Ci non ci riguarda". Due proprietari che discutano di un muro divisorio non si sarebbero comportati diversamente. L'unico interesse che nessuno sembrava considerare era quello dell'esercito francese. Ma sono ostinato, e continuai la conversazione con il IV ufficio. Di gradino in gradino, fui condotto alla presenza di due tenenti colonnelli. Mi espressi con calore. Troppo, forse, per il modesto grado cui appartenevo. Mi accorsi in tempo che stavo per travalicare i limiti del rispetto gerarchico, e poich uno scandalo non sarebbe servito che a decretare il fallimento della mia iniziativa, mi fermai di colpo. Ero ormai in preda allo scoramento. Tutto ci che ottenni furono vaghe promesse: la questione sarebbe probabilmente stata sottoposta all'aiutante maggiore generale dei servizi, e questi, a sua volta, avrebbe forse ritenuto opportuno informarne il collega delle operazioni... Come sbarazzarsi di un seccatore o di un pazzo senza far finta di assecondare in qualche modo le sue ubbie? Difatti, non sentii pi parlare dell'argomento.
Non riuscivo per a tollerare l'idea di lasciare senza risposta il "simpatizzante" che dall'altra parte del confine, del tutto disinteressatamente e non senza qualche rischio per la sua persona, ci aveva offerto il suo aiuto. N era in gioco soltanto il concreto interesse della sua proposta, per quanto vantaggiosa. Il nostro silenzio avrebbe denunciato ad uno straniero le incertezze del comando francese. Era gi troppo che ne fossimo a conoscenza noi stessi! D'accordo con l'amico francese di cui mi ero servito come intermediario e che non portava l'uniforme, mandai dunque a dire: "Non riempite i vostri serbatoi". Un terribile abuso di potere, per il quale d'altronde gli avvenimenti successivi mi impedirono di provare troppi rimorsi. Come avevamo previsto, quando scoppi l'uragano i Tedeschi arrivarono per primi.
E fu ancora una volta dalle mie indagini sulle risorse di carburante che appresi come, ai margini della guerra che conducevamo o preparavamo contro i Tedeschi, stesse divampando un altro grande conflitto, all'interno delle nostre stesse mura. Vedeva schierati il GQG contro l'EMA56, La Fert-sous-Jouarre contro Parigi, e la tradizione risaliva forse ai lontani giorni di Chantilly, di Joffre e di Gallieni.
 
Un primo sondaggio non aveva sortito che informazioni ancora incomplete in merito ai depositi belgi. Il nostro informatore non chiedeva di meglio che fornircene altre. Ma come, attraverso quale canale fargli sapere le nostre esigenze? Quanto a chiamarlo a Parigi, neppure da pensarci. Non desiderava entrare in contatto con l'addetto militare, la cui visita avrebbe rischiato di comprometterlo, n con gli agenti del servizio segreto che, pi abituati a trattare con informatori prezzolati che con rispettabili commercianti, erano d'altronde poco competenti in materia di benzina. Pensai che la soluzione pi semplice fosse quella di domandare al nostro intermediario francese di recarsi egli stesso a Bruxelles, con il pretesto pi che plausibile di un viaggio di affari. Era di questo avviso anche il II ufficio del gruppo d'armate, che seguiva da vicino la questione. Non restava che procurare a questo disinteressato missionario i visti necessari e fare in modo che li ottenesse senza che alla perdita di tempo prevista per il viaggio, che egli accettava con grande abnegazione, si aggiungessero lunghe ore di attesa nelle anticamere di polizia o delle ambasciate. L'impresa non lasciava prevedere difficolt di sorta; avevo i miei buoni motivi per poter rispondere di quest'uomo, che era uno dei miei collaboratori. Non solo: lui stesso era assai conosciuto e stimato a Parigi, nel mondo commerciale, e intratteneva rapporti costanti con la Difesa per via della sua attivit professionale. Da ultimo, garantivano per lui il gruppo d'armate e, pi in alto, il GQG. Ma era necessario passare per il II ufficio del Ministero. Malgrado l'esplicita raccomandazione del gruppo d'armate, che parlava anche a nome del GQG - o, forse, proprio per questo - quei signori non vollero intendere ragioni. "Non conosciamo quest'uomo. Non sappiamo che cosa voglia fare". (Inutile dire che erano stati perfettamente informati). "Non intendiamo assumerci alcuna responsabilit. Si arrangi". Si arrangi, infatti, sobbarcandosi noiose pratiche burocratiche che le sue conoscenze personali per fortuna abbreviarono un po'. In questa occasione mi convinsi che non esisteva, a ben vedere, un esercito francese ma che vi erano, nell'esercito, pi riserve di caccia.
L'avrei constatato ancor pi chiaramente e in circostanze ben pi tragiche quando in Normandia, con i superstiti delle Fiandre, si cerc di ricostituire qualcosa che avesse la parvenza di un esercito. Passammo allora da un generale all'altro, cambiavano a volte nel corso di una stessa giornata; tutti, non appena assunto il comando, si affrettavano a disfare ci era stato iniziato dal loro predecessore. Sopra le nostre teste e a nostre spese, o meglio, a spese del paese, l'aspra contesa tra il GQG e il Ministero non accennava a placarsi. Eravamo in teoria alle dipendenze del secondo, almeno agli inizi; la Normandia, ritenuta tra le province lontane dal fronte - che gi allora, tuttavia, si trovava sulla Somme - non apparteneva alla zona delle armate. Era per il GQG che doveva utilizzarci. Pur senza dilungarsi oltre,  facile immaginare come questo conflitto non abbia certo accelerato il raggruppamento ed il riarmo delle nostre forze. Il nemico era gi alle porte della citt, le aveva quasi varcate, e le discordie tra i partiti non erano state tacitate. Non parlo di partiti politici. Partiti militari, e dunque pi colpevoli ancora.
 
Di tutte le virt professionali, il coraggio  certo la pi indispensabile a chi abbia scelto la carriera delle armi,  anzi buona norma considerarla come ovvia, tanto essa  necessaria alla buona coscienza del gruppo. Sono certo che la gran parte degli ufficiali di carriera sia rimasta fedele a questa valorosa tradizione. Se vi sono state, qui e l, delle eccezioni - di un caso o due fui testimone nell'ultima guerra, ritenni di ravvisarne qualche altro nel corso di questa - esse non pregiudicano in alcun modo l'onore della collettivit. Provano, semplicemente, che non sempre l'abito pu fare il monaco, e che ovunque esistono individui cos privi di immaginazione da scegliere un mestiere senza rendersi conto di ci che esso comporti: quello di soldato, ad esempio, senza pensare che un giorno la vita di guarnigione dovr forse cedere il passo alla guerra. Questi individui, a ben vedere, sono innanzitutto dei poveretti che si sono sbagliati. Resta il fatto che anche nello sprezzo del pericolo vi siano gradi e sfumature. Ma come soffermarsi su questo argomento senza ferire, nelle nostre memorie, segreti pudori? Chiunque abbia visto il fuoco da vicino sa bene che anche gli animi pi temprati, a volte, dominano a stento la paura; in altre occasioni, invece, senza il minimo sforzo, lo stesso individuo sperimenta una sorta di indifferenza, quasi si trattasse di una reazione spontanea di fronte alla necessit di agire, del prodotto dell'abitudine o, pi semplicemente, di un buon equilibrio cerebrale.
Il coraggio non  d'altronde questione di carriera o di casta. L'esperienza di due guerre - della prima soprattutto - mi fa piuttosto affermare che non esiste, tra gli uomini in buone condizioni fisiche, disposizione d'animo altrettanto diffusa. Perlomeno tra la nostra gente, provvista nella gran parte dei casi di un buon cervello e di un corpo vigoroso. Molti ufficiali ritengono, a torto, che i soldati pi coraggiosi siano da annoverarsi tra i violenti, gli avventurieri o i teppisti. Ma sempre mi  capitato di osservare che gli individui dal carattere brutale mal tollerano il pericolo che si protrae nel tempo. Per un soldato, dar prova di coraggio non significa altro che fare il proprio mestiere. Un bravo ragazzo, nella vita di ogni giorno,  solito assolvere nientemeno che ai suoi doveri quotidiani: al tavolo da lavoro, nei campi, dietro al banco di un negozio e, oserei aggiungere, alla scrivania dell'intellettuale. Con altrettanta naturalezza, sotto il fuoco delle bombe o delle granate, adempir al compito del momento, soprattutto quando all'innata esigenza di svolgere coscienziosamente il proprio dovere si aggiunga l'istinto collettivo. Quest'ultimo pu assumere colori diversi, dallo slancio non del tutto razionale che spinge il soldato a non abbandonare il compagno, sino al sacrificio di s alla comunit nazionale. Ma  quasi impercettibilmente che dalle forme pi elementari si passa a quelle pi elevate. Tra il 1914 e il 1918 non conobbi soldati migliori dei minatori del Nord o del Pas-de-Calais. Con una sola eccezione, che non cess di stupirmi sino al giorno in cui per puro caso non venni a sapere che quell'uomo pavido era un "giallo", un operaio non sindacalizzato abitualmente assoldato come crumiro. Non si tratta di un pregiudizio politico. Chi in tempo di pace aveva ignorato ogni solidariet di classe mancava della capacit di elevarsi al di sopra dell'interesse personale immediato anche sul campo di battaglia. Nella fanteria di Verdun e della Somme i ranghi, come gran parte dei quadri, erano costituiti da riservisti. E riservisti, in un pi recente passato, erano i miei leali amici del parco carburanti e delle autocisterne che tante volte, incuranti delle fiamme, appiccarono il fuoco ai serbatoi il cui contenuto non doveva cadere nelle mani del nemico; rifornivano i carri a breve distanza da una mobilissima linea del fuoco, s che spesso erano costretti ad allontanarsi senza neppure avere il tempo di riportare a bordo delle autocisterne i tubi di alimentazione che come un lungo strascico ondeggiavano dietro alle vetture. Eppure, annoverati tra i "servizi di retrovia", nella gran parte dei casi non disponevano di armi! Era un modesto autista di professione il soldato dal grande cuore che, ferito a morte nel corso di uno di questi rifornimenti, rifiut il soccorso dei compagni: "Sono spacciato. Andate, non voglio che un compagno ci lasci la pelle per causa mia". Durante i quattro anni della mia precedente campagna, quella vera, pi di una volta ho assistito ad atti di coraggio simili a questo. Mi fermo. Se mi abbandonassi ai ricordi, continuerei sino a domani.
Eppure tanto si  detto, questa volta, sulle incapacit della truppa, e in particolare dei suoi ufficiali. Storie di fughe in cui l'auto del capo avrebbe preceduto, e di molto, il panico dei soldati a piedi. Posizioni abbandonate, "si salvi chi pu" pronunciati in alto loco. Non c'ero. Ma non  necessario avere assistito di persona agli eventi per attribuire a leggenda gran parte di queste voci: ogni popolo sconfitto cerca il proprio Ganellone o, quanto meno, fa ricadere la responsabilit della disfatta su qualche testa di turco. Ma ammettiamo, come temo, che in queste voci ci sia anche del vero, che l'esercito abbia effettivamente conosciuto la "crisi dei quadri"57 di cui a volte sentivo parlare taluni colleghi degli stati maggiori.
 
Anche in questo caso, sull'alto comando ricade una pesante responsabilit.
I quadri subalterni o medi delle truppe erano in buona parte costituiti da vecchi ufficiali di guarnigione. Checch se ne pensi in certi ambienti,  un grave errore immaginare che l'abitudine alle rassegne delle armi, alle esercitazioni sul campo di manovra o alle piccole vicende relative alla disciplina interna costituisca una buona scuola per chi  destinato ad assumere il diretto comando degli uomini tra le mille traversie della guerra, con la quale viene a cadere, di colpo, il sostegno del regolamento. Per sviluppare le capacit richieste da circostanze tanto insolite, miglior preparazione offrono tante altre professioni civili, almeno quelle che richiedono taluni elementi di responsabilit umana o la capacit di agire in situazioni mutevoli. Si aggiunga poi la debilitante atmosfera che accompagna la carriera dei piccoli funzionari scarsamente occupati, perch  questo, prestigio a parte, l'abituale trantran di tanti capitani o comandanti di battaglione in tempo di pace. Gli animi realmente appassionati o sostenuti da un forte senso del dovere sfuggono a questi veleni. Non tutti, per, arrivano a tanto. Il periodo di attesa, sino al 10 maggio, avrebbe permesso la necessaria epurazione e, cosa non meno indispensabile, l'inserimento di individui pi giovani; contro l'anchilosi del carattere, niente di meglio di un cervello ancora duttile, irrigato da un sangue generoso. N il capitano Coignet n i suoi emuli delle guerre napoleoniche erano dei geni, ma avevano da poco superato la giovinezza. L'esercito tedesco, persino a chi non l'abbia che intravisto, comunica in confronto al nostro un'innegabile impressione di giovinezza. La potatura, come sappiamo, non ebbe luogo. N, d'altronde, ci si cur a sufficienza di promuovere al grado di sottotenente o tenente, a prezzo, forse, di un ulteriore periodo di formazione, quei sottufficiali di riserva i cui ranghi offrivano - non v'era chi potesse dubitarne dopo l'esperienza del 1914 - ingenti risorse di autorit, competenza e devozione. So di alcuni che non frequentarono il corso aspiranti perch il colonnello sosteneva di non poter fare a meno di loro, o che dovettero rinunciarvi poich, ahim, non sufficientemente raccomandati. Si pensava forse di vagliarli sotto al fuoco nemico? Ci significava ignorare che non necessariamente la guerra sarebbe durata quattro anni e neppure, come difatti si verific, per il tempo che era intercorso tra i primi combattimenti dell'agosto 1914 e la corsa al mare.
Ho gi insistito a sufficienza sugli effetti della sorpresa, attribuendo al termine un significato puramente strategico. Le peggiori paralisi del carattere originarono dallo stato di sbigottimento e indignazione che un conflitto dal ritmo imprevisto provoc in uomini preparati, dai loro istruttori, a tutt'altro genere di guerra. Lo shock psicologico non risparmi gli ufficiali di truppa, ma gli effetti pi devastanti si produssero in certi servizi di avanzata retrovia: tappe, piazze, stati maggiori territoriali. Qui, come ovunque, alcuni individui dall'animo energico si irrigidirono per fronteggiare la prova: so di un comandante di tappe, mutilato nell'altra guerra, che si offerse volontario per sbloccare un distaccamento di carri. Altrove, purtroppo, la ritirata, forse inevitabile, assunse troppo spesso i colori della fuga, anticipando talora gli stessi eventi. Il GQG dovette rimandare al suo posto il generale che, a capo di una regione militare, aveva abbandonato di propria iniziativa la citt poich a suo dire il nemico non era pi molto lontano. Debolezze come questa - l'episodio riportato non fu certo l'unico - sono indubbiamente da condannarsi. Forse, risvegliano in noi qualche piet. In un diverso clima morale, gli stessi personaggi si sarebbero forse comportati con onore. L dove la sorte li aveva destinati, i compiti di ogni giorno non si differenziavano molto dalle occupazioni in tempo di pace, e l'atmosfera in cui operavano aveva l'odore della polvere degli uffici e dei distretti. Soprattutto, era stato convenuto che quello non era il fronte. Il nemico non rispett questo patto. Perch nessuno aveva spiegato a questi onesti servitori, per la verit un po' troppo invecchiati sotto l'armatura, che in una guerra di velocit le retrovie possono, in men che non si dica, diventare fronte?
 
La cosa pi terribile fu che questo smarrimento raggiunse coloro sui quali gravavano responsabilit pi pesanti. In molti constatammo con orrore, quasi giorno dopo giorno, lo spaventoso progredire del male in alcuni degli ufficiali che occupavano le cariche pi importanti dello stato maggiore; in particolar modo negli uomini cui spettava, in proprio, il comando delle operazioni. I primi sintomi erano tutti esteriori: occhi smarriti, barbe mal rasate, il nervosismo che dall'agitazione febbrile per cose di poco conto trascorre bruscamente all'ostentazione di un'impossibile serenit. Quando un capo dice: "A che pro?", guai agli esecutori! Poi, la marea montante di una disperazione che anzich spronare all'azione sembrava cercare rifugio in un'indolente pigrizia. Mai spettacolo fu per me pi desolante della vista di certi ufficiali del III ufficio accasciati sulle loro poltrone. A tratti,  vero, ci si aggrappava alle pi illusorie speranze, soprattutto se l'iniziativa della salvezza sembrava non dipendere da noi. Per un'intera giornata, ad Attiches, ci inebriammo dell'immagine di una caritatevole armata che, cos si diceva, avanzava "a marce forzate" su Arras e Bapaume. Per ripiombare subito dopo, e pi profondamente, in una sorta di paralisi della volont. L'esempio veniva dall'alto. "Fate ci che volete, generale, ma almeno fate qualcosa". Queste le parole, poi riferitemi da un compagno, che uno dei generali di corpo d'armata, a Lens, aveva rivolto al generale Blanchard.
A me tocc udirne di peggiori. Fui forse indiscreto, ma non di proposito. Tutto accadde a causa delle mie abitudini notturne: sempre, durante la campagna, mi ero rifiutato di dormire in cantina, e non certo per millanteria. Pi semplicemente, il mio rifiuto poggiava su un'applicazione ragionata e, credo, ragionevole, del calcolo delle probabilit. Soffro per mia sventura di dolori reumatici. La probabilit che dopo una notte all'umido mi svegliassi tutto indolenzito raggiungevano, secondo una mia stima, il 90 per cento. Quanto contava, in confronto, l'eventualit statisticamente irrilevante di una bomba che colpisse proprio il posto di comando? Non sempre, per, riuscivo a trovare un rifugio di mio gradimento. Al posto dei letti, dopo Lens, usavamo delle barelle. Al castello di Attiches, in un primo tempo, avevo fatto installare la mia nel nostro stesso ufficio, al pianterreno. Una scelta che alla luce dell'esperienza si rivel infelice. Bench non fossi di servizio, capit che per due notti di seguito alcuni generali entrassero nella stanza e mi strappassero al sonno per domandarmi un'informazione o per chiedermi di far loro da guida tra i dedali dell'edificio che ci ospitava. Difficile rispondere, senza alzarsi: "Svegli il compagno qui accanto, oggi non sono di guardia".
Per la terza notte, tra il 25 e il 26 di maggio, decisi di cercare qualcosa di meglio. Al primo piano vi era una lunga fila di stanze riservate ai gradi superiori al mio, separate da un lungo corridoio che a quanto pareva non era stato occupato. Chiesi che vi portassero il mio letto e una volta terminato il mio lavoro al piano terra, come al solito a tarda ora, mi presi qualche ora di riposo.
Fui svegliato all'alba dal rumore di una porta che si chiudeva. Qualcuno era entrato nella stanza a fianco e discuteva con chi la occupava; nessuno dei due sembrava preoccuparsi in alcun modo di abbassare la voce. Non ho mai saputo chi fosse il visitatore; forse qualche personaggio di alto grado, ma la sua voce non mi era familiare. Riconobbi invece sin troppo bene quella del suo interlocutore: apparteneva al generale Blanchard. I termini della conversazione, d'altronde, sarebbero bastati a fugare qualsiasi perplessit. Del tutto inconsapevolmente, con l'unica preoccupazione di trovare un posto nel corridoio al riparo delle correnti d'aria, ero finito proprio sulla soglia della stanza che avrei dovuto evitare come il fuoco. Quando mi resi conto di ci che stava succedendo era ormai troppo tardi per rivelare la mia presenza. Potevo forse confessare di aver in parte ascoltato quanto i due si erano detti? Per quanto forte sia l'orrore che mi ispira ogni sorta di menzogna, dovetti rassegnarmi e fingere di dormire. Nessuno d'altronde mi scopr. Il dialogo, per, non era terminato. Non compresi tutto, n cercai di riuscirvi. Quanto mi giunse alle orecchie fu poi in gran parte dimenticato, ma vi  una cosa di cui sono certo, assolutamente certo, al di l di ogni possibile smentita: il generale Blanchard, con un sangue freddo che mai avrei ritenuto possibile, disse queste parole: "Ci aspetta,  chiaro, una doppia capitolazione". E non era che il 26 maggio! Avevamo ancora i mezzi, se non per salvarci, almeno per batterci a lungo, eroicamente, disperatamente, come nel luglio 1918 sulla linea avanzata del fronte della Champagne, quando i nostri isolotti di combattimento erano stati accerchiati; come allora, potevamo tenere in scacco davanti a noi, logorandole, molte divisioni tedesche. Queste parole, le portai con me per tutti i giorni che seguirono. Come un pesante segreto, ancora pi pesante perch non volli condividerlo con nessuno. Mi fecero rabbrividire. Hanno ancora oggi questo potere.
Come non riconoscere in questa espressione, per una volta almeno esplicita, lo spettro che ha gettato un'ombra spaventosa sull'agonia delle nostre armate delle Fiandre? Peggio: sull'agonia di tutte le armate francesi. Capitolazione: parola che un vero capo non pronuncia mai, nemmeno in confidenza. Che neppure pu pensare. Non pi di quanto egli possa - come avrebbe fatto il 17 giugno un maresciallo sino a quel giorno ricoperto di gloria - annunciare la propria intenzione di sollecitare la "cessazione delle ostilit" prima, molto prima di essersi accertato che sarebbe riuscito ad ottenerla, sia pure a qualsiasi condizione. Mi disse un collega di grande coraggio, che come me aveva ascoltato quel discorso tristemente famoso: "Forse abbiamo entrambi sufficiente fiducia in noi stessi. Ma sappiamo bene che d'ora in avanti solo a prezzo di duri sforzi riusciremo a non ascoltare l'istinto che ci spinger, ben pi che in passato, ad evitare di esporci. Morire l'ultimo giorno di guerra: c' pensiero pi fastidioso?
Con che animo, ormai, potranno battersi i nostri soldati?" Un vero capo, ed  questa, forse, la prima delle sue qualit, sa stringere i denti; infonde negli altri quella fiducia che nessuno pu dare quando egli stesso non la possegga; rifiuta, sino all'ultimo, di disperare del proprio genio; accetta infine, per i suoi sottoposti e per s, un fecondo sacrificio pur di evitare un'inutile vergogna. In passato, uomini non sciocchi e neppure vigliacchi si sono lasciati troppo rapidamente travolgere dalla sventura. Alla loro memoria, la storia militare non riserva che disprezzo. "Da quando mi sono guardato attorno, ho compreso lo stato d'animo di Dupont a Baylen". A pronunciare queste terribili parole, verso la fine di maggio, fu un giovane ufficiale di carriera. Ma forse era piuttosto Bazaine che avrebbe dovuto citare, se, come sembra testimoniato dagli eventi, in quest'ultima e totale rinuncia la sfiducia ebbe per compagni lo spirito di parte e le basse ambizioni politiche. Nel 1940, Bazaine l'ha spuntata.
 
Per poter far fronte alle avversit, un capo deve anzitutto poter disporre di un cervello sano in un corpo non esausto. Bazaine non era soltanto un politicante, era anche un uomo logorato. Nel nostro comando, molto contribu al rapido crollo di ogni energia morale una cattiva igiene del lavoro. Sin dai primi giorni di Valenciennes, quando la situazione, bench seria, non era certo tale da giustificare lo smarrimento, osservammo non senza timore che molti ufficiali, tra quelli chiamati ai pi gravi compiti decisionali passavano notti in bianco, mangiavano alla bell'e meglio, senza orari fissi e, nel corso del giorno, erravano di ufficio in ufficio o passavano da un'occupazione all'altra, incuranti di riservarsi quei momenti di pacata riflessione dai quali forse avrebbe potuto nascere la salvezza. Forse, martirizzando il proprio corpo, credevano di dar prova di stoicismo e correndo a destra e a sinistra si illudevano di agire. Dimenticavano che il corpo si vendica sempre, e che non vi  attivit veramente produttiva in mancanza di un uso ben regolato del tempo.
Sempre, fin dai periodi di maggior tranquillit, si  lasciato che negli stati maggiori imperasse un clima di perpetuo disordine. Avremmo invece dovuto addestrarci sin da allora ad una rigorosa organizzazione dei tempi che, destinata a mutare quando si combatte, deve tuttavia, almeno idealmente, costituire la norma. Tante volte, negli ambienti militari, si  sentito evocare il leggendario sonno di pap Joffre. Perch non si  cercato di imitarlo?
E tuttavia ritengo che i cedimenti del carattere dipendessero innanzitutto dall'intelletto e dalla sua formazione.
Per due volte, in due diverse campagne e a pi di vent'anni di distanza, ho sentito ufficiali di carriera lamentarsi dell'insegnamento che era stato loro impartito: "La Scuola di guerra ci ha ingannati". Pure, da una guerra all'altra non si insegnavano certo le stesse cose. Nel 1939, niente era pi estraneo allo spirito dei nostri capi delle dottrine di Grandmaison - quel "criminale", lo apostrofava uno di loro - tanto care agli strateghi del 1914. Il disprezzo per l'artiglieria pesante, la celebrazione dell'assalto alla baionetta contro posizioni fortificate, il dogma dell'offensiva ad ogni costo: niente di pi distante dalla loro visione della guerra. Ma i metodi, pi importanti del contenuto stesso delle lezioni, non erano cambiati.
Il capitano T., quant'altri mai incline alla critica ma dotato del temperamento di un vero capo, aveva l'abitudine di screditare scherzosamente le "idee generali" per le quali i suoi maestri della Scuola di guerra si erano sforzati di inculcargli il rispetto. "Le idee generali non esistono". Non intendo associarmi a questa condanna, ma  vero - e questo in fondo T. voleva dire - che un'idea, nel campo delle scienze positive o della tecnica, non ha valore che come immagine o compendio di fatti concreti, senza i quali essa si riduce al mero simulacro di se stessa, per non ricoprire che un po' di vuoto. Ora, come ben sa ogni insegnante - e nessuno, forse, meglio di uno storico - il peggior rischio di ogni pedagogia  quello di insegnare parole al posto delle cose. Niente  pi deleterio, giacch la mente dei giovani  gi sin troppo incline a inebriarsi di parole e a scambiarle per cose.
Proprio perch i diplomati alla Scuola di guerra sono gli intellettuali dell'esercito e dalla consapevolezza di tale ruolo traggono il senso della propria superiorit, li ho sempre trovati, nella gran parte dei casi, straordinariamente sensibili alle formule. "Che tristezza combattere nel proprio paese", ci disse un giorno, nel 1916, il nostro colonnello, un brillante allievo della Scuola di guerra, mentre salivamo verso le trincee di partenza della Somme dalle quali egli non avrebbe fatto ritorno. Ma subito si riprese: "Che importa! La strategia ci insegna che l'unica cosa che conti  vincere l'esercito nemico, ovunque esso sia". Le messi devastate, le fabbriche in mano al nemico, il nostro ferro che forgiava cannoni tedeschi: tutto questo non contava pi niente, se l'animo poteva rifugiarsi in una frase da manuale. In alcune pagine che restano tra le pi valide di un'opera quanto mai diseguale, Taine ha spiegato come il tratto forse pi caratteristico del genio napoleonico sia stato la capacit di scoprire ogni volta, dietro ai segni, la realt delle cose. Temo che di quest'arte suprema molto si sia perso con gli attuali successori di Napoleone. A Rennes, il 17 giugno, forse che non ci si inebriava ancora di questa bella parola, posizione?
Ogni insegnamento recepito passivamente rischia sempre di non lasciare che labili tracce. Ci che invece impariamo da soli segna ben pi indelebilmente lo spirito. Fra i nostri capi o colleghi non ve n'era uno che dopo essere stato allievo non fosse a sua volta, in un modo o nell'altro, salito in cattedra. Di tutti gli sport praticati dall'esercito, quello pedagogico  infatti tra i pi in voga: dall'insegnamento teorico impartito agli allievi caporali alle dotte lezioni del CHEM, l'esercito appare come un immenso alveare scolastico. E poich anch'io appartengo alla corporazione dei professori e non figuro, ahim, tra i pi giovani, posso ben dirlo: bisogna sempre diffidare un po' dei vecchi pedagoghi. Nel corso della loro vita professionale si sono necessariamente costruiti tutto un arsenale di schemi verbali ai quali la loro intelligenza ha finito per impigliarsi come a tanti chiodi, a volte piuttosto arrugginiti. Inoltre, essendo uomini di fede e di dottrina, tendono, in genere senza rendersene conto, a favorire gli allievi pi docili anzich i pi polemici. Pochi sono coloro che sino alla fine conservano una mente sufficientemente duttile e, di fronte ai propri pregiudizi, il senso critico necessario per sfuggire ai peccati del mestiere. E il rischio  ben pi forte laddove gli allievi siano anche dei subordinati e la critica, necessariamente, tenda a configurarsi come indisciplina. Gli alti ranghi degli stati maggiori erano popolati di maturi professori, e i terzi uffici, in genere, di coloro che essi stessi avevano selezionato come migliori allievi. Forse non erano queste le condizioni ottimali per adattarsi al nuovo.
So bene che agli allievi della Scuola di guerra ci si sforzava di insegnare delle cose, molte cose. Ho avuto tra le mani parecchi dei loro promemoria, zeppi di cifre, di calcoli orari, di dati sulle portate di tiro e sui consumi di munizioni e benzina. Tutto, va detto, utilissimo e bene appreso. Ma oltre a ci vi era il Kriegsspiel, l'indispensabile e pericoloso Kriegsspiel. Bastava guardarli, maestri e discepoli, mentre manovravano le unit sulla carta a forza di frecce multicolori. Quale potente immaginazione avrebbero dovuto avere, gli uni come gli altri, per richiamare alla mente momento per momento la realt che quei segni nascondevano! La penosa avanzata delle colonne, i frequenti incidenti stradali, i bombardamenti, gli inevitabili ritardi, la zuppa che non  pronta all'ora prevista, l'agente di collegamento che si smarrisce o il comandante che perde la testa. E, soprattutto, quale ginnastica mentale avrebbe mai permesso di assegnare lo spazio dovuto all'imprevisto, e dunque, per prima cosa, al nemico?
Di questo nemico, vero guastafeste della strategia, non vi era chi non si fosse sforzato di indovinare in anticipo le mosse per poi organizzare una risposta. Purtroppo in questa guerra, come d'altronde nell'agosto del 1914 o nella primavera del 1917, prima dell'offensiva Nivelle, quel maleducato, il nemico, non fece mai ci che da lui ci si aspettava. Non credo che l'errore, a ben vedere, sia stato quello di non prevedere a sufficienza, anzi, le nostre previsioni erano sin troppo dettagliate. Ogni volta, per, non si applicavano che ad un ristretto numero di possibilit. La "manovra Dyle"! Dio sa se non era stata studiata e ristudiata nei minimi particolari! Io stesso, se non avessi bruciato il mio archivio, potrei ancora dire come avrebbero dovuto essere organizzati i miei rifornimenti in Belgio il giorno X 9. Ahim! Quel giorno - e non senza motivo - non avevo pi alcun deposito in Belgio e quasi nessuno nelle retrovie. Nelle scuole, in tempo di pace, ci si era soprattutto abituati ad accordare un'eccessiva fiducia al tema della manovra, alle teorie tattiche - alla carta, in una parola - inconsciamente convinti che gli avvenimenti si sarebbero svolti cos come era scritto. Quando i Tedeschi rifiutarono la parte loro assegnata dalle regole della Scuola di guerra, fummo pervasi dallo stesso smarrimento che coglie il cattivo oratore di fronte ad una domanda non contemplata dalla relazione che egli ha preparato. Tutto era perduto - si pens - e di conseguenza tutto fu lasciato perdere; per dirigere l'azione, sino ad allora frenata dal verbo o dal dogma, non vi erano infatti altre risorse se non quelle che scaturiscono da uno spirito realista, capace di decisione ed improvvisazione, cui purtroppo un insegnamento troppo formalista non aveva predisposto le nostre menti.
 nella storia che la strategia, cos come in genere la si studia in ogni paese, cerca quella sostanza concreta di cui essa avverte la necessit e che non sempre, tuttavia, riesce a darsi. E come potrebbe essere diversamente? L'arte militare  una di quelle tecniche alle quali non  concessa la sperimentazione diretta. Un fabbricante d'auto, se concepisce l'idea di una nuova vettura, non ha che da costruirne il modello per valutarne il funzionamento. Che accade, invece, quando uno studioso di scienze belliche intenda esaminare il probabile comportamento di due armate di un certo tipo sul campo di battaglia? Difficile immaginare che reclutate alcune migliaia di uomini e inquadratili a suo modo li costringa poi ad ammazzarsi a vicenda. Ci sono,  vero, le "grandi manovre" ma, proprio perch non si spara davvero, le "piccole guerre", come un tempo venivano chiamate, non danno della guerra reale che un'immagine singolarmente deformata e a volte, nel suo proporsi come verosimile, persino grottesca.  dunque inevitabile rivolgersi agli esempi del passato, che sono per noi altrettanti esperimenti naturali.
Accuseremo dunque la storia delle carenze della nostra preparazione strategica? Vi fu chi lo pens: "La storia ci ha dunque traditi?" Prima di lasciare la Normandia, in quelle ultime ore gi incupite dalla disfatta, colsi questo dubbio sulle labbra di un giovane ufficiale appena uscito dalla Scuola di guerra. Se con questo egli intendeva gettare un'ombra di sospetto sullo pseudoinsegnamento della storia che gli era stato impartito, niente da eccepire. Ma quell'insegnamento non era la storia, era anzi agli antipodi della scienza che esso credeva di rappresentare.
Perch la storia , essenzialmente, scienza del mutamento. Essa sa ed insegna che mai si ripresentano due eventi del tutto simili, poich le condizioni non sono mai esattamente le stesse. Certo la storia riconosce nell'evoluzione umana alcuni elementi che, se non permanenti, possono definirsi di lunga durata, ma solo per confessare subito dopo la variet quasi infinita delle loro combinazioni. Ammette, certo, da una civilt all'altra, il riproporsi di taluni fenomeni che a grandi linee sembrano evolvere in una stessa direzione. E nota allora come da entrambe le parti sussistessero condizioni fondamentali simili. Pu tentare di avventurarsi nel futuro, non credo ne sia incapace. Ma non per insegnarci che il passato si ripete, che ci che era ieri sar anche domani. Esaminando come il recente passato differisca da ci che lo ha preceduto e perch, essa trova in questo confronto la capacit di prevedere in che senso anche domani si opporr a ieri. Sui fogli del ricercatore, le linee che individuano un tracciato a partire dai fatti accaduti non sono mai delle rette; lo storico non vede che curve, e curve, ancora, sono quelle che per estrapolazione egli cerca di proiettare nell'incertezza del futuro. Poco importa che la natura del suo oggetto gli impedisca di modificare a piacere gli elementi del reale, come  concesso alle scienze sperimentali. Per scoprire i rapporti che legano le variazioni spontanee dei fattori a quelle dei fenomeni, l'osservazione e l'analisi costituiscono strumenti sufficienti. Da qui, la storia giunge alla ragione delle cose e dei loro mutamenti. Essa , in una parola, un'autentica scienza dell'esperienza, poich attraverso lo studio delle realt, che riesce a scomporre per astrazione e comparazione, giunge ad individuare in modo sempre pi preciso i paralleli andirivieni della causa e dell'effetto. Un fisico non direbbe mai: "L'ossigeno  un gas poich come tale si presenta intorno a noi". Dir, piuttosto: "L'ossigeno, a determinate condizioni di temperatura e pressione che sono intorno a noi le pi frequenti, si presenta allo stato gassoso".
Allo stesso modo, lo storico sa bene che una guerra non sar mai come quella che l'ha preceduta quando nell'intervallo tra l'una e l'altra siano mutate la struttura sociale, le tecniche, la mentalit.
Non vi  accusa pi terribile, contro l'insegnamento della storia quasi sempre impartito nelle Scuole di guerra, di questa semplice ma irrefutabile constatazione: i nostri comandanti, nel 1914, erano convinti che la loro guerra fosse quella di Napoleone e nel 1939 credevano di combattere quella del 1914. Sfogliai, tempo addietro, i testi delle celebri conferenze di Foch, tenute se non m'inganno intorno al 1910. Raramente una lettura ha provocato in me tanto sbigottimento. Oggetto, certo, di un'analisi articolata, la strategia napoleonica veniva additata ad esempio, trascurando tutto ci che nel frattempo era cambiato. Immagino che qui e l, quasi di sfuggita, facessero capolino talune osservazioni in merito al diverso armamento o alla mutata preparazione del campo di battaglia. Poteva bastare? Sarebbe stato necessario, prima di ogni descrizione, mettere il lettore sull'avviso, spiegare: "Attenzione, le battaglie di cui si parler si svolgevano in paesi in cui diversamente da oggi non vi erano che poche vie di comunicazione; i trasporti procedevano allora con una lentezza quasi medievale; infima, in confronto all'attuale, era la potenza degli armamenti degli eserciti coinvolti; la baionetta era ancora la regina del combattimento, ma solo perch la mitragliatrice e il filo spinato non esistevano ancora. Se malgrado tutto potrai trarre qualche insegnamento dalla storia di queste battaglie, sar solo a condizione di non dimenticare che laddove siano intervenuti questi nuovi fattori l'esperienza passata, alla quale essi erano estranei, non ha pi alcun valore". Con le opere o i corsi degli attuali successori di Foch confesso di non aver avuto che rapporti pi indiretti, ma i risultati stanno a testimoniare che lo spirito non era cambiato.
Eppure il comando del 1914 era divenuto quello del 1918. Malgrado i sanguinosi errori commessi, esso seppe modificare i propri schemi e adattarli alle mutate esigenze. Un giorno, si era agli inizi del 1918, il generale Gouraud, appassionato e ingegnoso pedagogo, present ad un gruppo di ufficiali tra i quali anch'io mi trovavo due compagnie di fanteria: la prima, il cui equipaggiamento era quello previsto nel 1914, effettuava le manovre seguendo uno schema tradizionale; la seconda rivelava invece caratteristiche inedite per composizione, armamento, articolazione della manovra. Il contrasto era sorprendente. E non si trattava che di un esempio marginale, giacch ad aver subito una profonda trasformazione era stata pressoch tutta la conduzione della guerra. Come fu che i comandanti del 1940 non si rivelarono altrettanto sensibili alla lezione degli avvenimenti?
Un ruolo decisivo ebbe forse la diversa durata dei conflitti. Una guerra di velocit non consente certo di riparare agli errori iniziali. Se gli stati maggiori del 1914-18 ebbero quattro anni di tempo, noi non disponemmo che di quattro settimane. Solo capacit eccezionali ci avrebbero concesso di operare la conversione nel pieno della battaglia, e forse le condizioni del nostro equipaggiamento l'avrebbero permesso sino ad un certo punto. Avremmo invece dovuto saper analizzare i nuovi dati strategici prima che gli eventi seguissero il loro corso. Ma sapersi adattare in anticipo ad una realt soltanto prevista o analizzata dalle sole forze dell'intelletto  forse, per la gran parte degli esseri umani, un esercizio ben pi arduo che non modellare il proprio agire sulla base della diretta osservazione dei fatti.
E tuttavia queste osservazioni non spiegano tutto n costituiscono una giustificazione sufficiente.  impensabile che negli anni precedenti la guerra tutto si ignorasse dei metodi dell'esercito tedesco e delle sue dottrine. Sin dall'estate, in particolare, avevamo avuto sotto gli occhi l'esempio della campagna di Polonia, la cui lezione era abbastanza evidente e la cui strategia, nelle linee essenziali, i Tedeschi si sarebbero limitati a riprodurre ad Ovest. Ci regalarono otto mesi di attesa che avremmo potuto impiegare per riflettere e per operare le necessarie riforme. Perch non ne approfittammo? Occorre, a questo punto, accennare ad un fattore umano e psicologico di considerevole importanza.
Chi erano i nostri capi nel 1940? Generali di corpo d'armata o d'armata che avevano combattuto l'ultima guerra come comandanti di battaglione o colonnelli. E i loro aiutanti? Comandanti di compagnia del 1918. Tutti, chi pi chi meno, dominati dal ricordo del precedente conflitto. E come stupirsene? Quelle gloriose esperienze, infinite volte rievocate con la parola o lo scritto, non soltanto avevano plasmato l'insegnamento che essi stessi impartivano ma aderivano alla loro coscienza con la tenacia che possiedono le immagini della giovinezza. Conservavano la vivacit delle cose viste, toccavano la corda pi intima della memoria affettiva. Un episodio qualsiasi, per altri non diverso da uno dei tanti esempi citati a un corso di strategia, evocava in loro e in tutti noi, vecchi combattenti, immagini indimenticabili: il pericolo affrontato con coraggio, il compagno caduto al proprio fianco, la rabbia per un ordine mal impartito, l'ebbrezza alla fuga del nemico. Molti di loro, nel 1915 o nel 1917, erano partiti alla testa delle loro unit, all'assalto di trincee ancora intatte; se chiudevano gli occhi, rivedevano i corpi dei loro uomini falcidiati dalle mitragliatrici tra il filo spinato. Poi, negli stati maggiori, avevano collaborato alla stesura di piani di battaglia studiati nei minimi particolari, lenti, che un giorno avrebbero condotto alla vittoria: la conquista dell'altipiano della Malmaison, saggio di una tattica ancora recente, la resistenza in profondit dell'armata Gouraud, il 15 luglio 1918. L'insegnamento che avevano ricevuto e che essi stessi impartivano non li aveva certo preparati a cogliere, d'istinto, l'irresistibile legge del mutamento; di quale elasticit mentale avrebbero dovuto dar prova, per svincolarsi dai lacci del gi visto e del gi fatto! Tutto, invece, li induceva a credere che per vincere la guerra bastasse evitare gli errori per i quali si era rischiato di perdere la precedente, replicando quei metodi che gi una volta avevano decretato il successo dell'esercito francese. Scrivevo a un amico, verso il mese di febbraio: "Una cosa  sicura: per quante sciocchezze possa commettere il nostro comando, non figureranno tra queste gli attacchi della Champagne e l'offensiva Nivelle". Ahim! La possibilit di sbagliare non conosce limiti, e ci che ieri era saggezza potr essere follia domani.
Forse la fascinazione del passato non sarebbe stata altrettanto forte su menti meno anchilosate dall'et. Nel corso della campagna, avrei constatato sempre pi chiaramente come la visione delle cose dei giovani ufficiali, la maggior parte dei quali non aveva preso parte all'ultima guerra, fosse in genere meno viziata in confronto a quella dei loro capi. Gli allievi pi zelanti, in verit, rimanevano ostinatamente fedeli alle dottrine apprese e purtroppo occupavano i posti pi influenti. Tanti altri, in compenso, dopo aver pi o meno giurato sulla parola del maestro, iniziavano a liberarsi dalle pastoie intellettuali di una formazione che tendevano a giudicare con severit. Anche tra gli ufficiali pi maturi, che avevano combattuto nel 1914 o nel 1918 ma che non per questo erano prossimi alla vecchiaia, molti erano coloro cui non faceva difetto la capacit di rinnovamento. Eppure, il nostro era un comando di vegliardi.
Le norme di avanzamento del tempo di pace, secondo le quali si  comandanti di battaglione a quarant'anni, ci hanno dato generali sessantenni. E come comunemente succede questi personaggi incanutiti, carichi di onorificenze e in qualche caso di vecchie glorie, dimentichi, ormai, di aver compiuto le loro passate imprese quando ancora erano giovani, ad altro non miravano che a sbarrare la strada a chi aveva meno anni di loro. Scarsa attenzione ha destato nell'opinione pubblica la legge emanata poco prima dell'inizio della guerra, con la quale la gerarchia militare si  dotata di due nuovi gradi. Per molto tempo non era esistito nell'esercito un grado superiore a quello di generale di divisione. Bastava una lettera di servizio, a discrezione del governo o del GQG, per definire le prerogative degli ufficiali generali di tale rango: poteva abilitarli al comando di un'armata o di tutte le armate come a quello di un corpo d'armata o, semplicemente, di una divisione. Ma che paradiso  mai quello cui non si acceda sino al trono celeste tramite una lunga successione di scalini? Un bel giorno, da semplici funzioni, le prerogative di generale d'armata e di corpo d'armata assursero a gradi. Innocua concessione all'amor proprio di qualche individuo dominato da un'ansia di distinzione un po' puerile, dir forse qualcuno. No. L dove i gradi differiscono, la disciplina, inevitabilmente, prescrive che il pi elevato comporti l'esercizio del diritto al comando. Impossibile, da allora, che un giovane generale di divisione assumesse il comando di un'armata qualora dapprima non fosse stato almeno formalmente promosso a generale di corpo d'armata: difatti, una volta a capo della sua nuova unit, avrebbe avuto ai suoi ordini, per definizione, dei subordinati a tale grado. E naturalmente il passaggio da un grado all'altro  soggetto a regole o a consuetudini che lo rendono ben pi lento e difficoltoso di un semplice cambiamento di destinazione. I membri del Consiglio superiore di guerra, tutti, tramite la riforma di cui forse erano stati ispiratori, elevati alla nuova dignit di generali d'armata, potevano ormai a buon diritto sperare di perpetuarsi alla direzione della nazione in armi, qualsiasi cosa accadesse. In verit, se questo sistema fosse esistito nell'ultima guerra, dubito che un tenente colonnello - si chiamava Debeney - avrebbe mai potuto condurre nel 1918 la prima armata alle vittorie di Montdidier e di Saint-Quentin, n credo che il colonnello Ptain - il Ptain della nostra giovinezza -, percorsi, bruciando le tappe, tanti e gloriosi gradi gerarchici, avrebbe infine sfilato una chiara mattina d'estate sotto l'Arco di Trionfo, alla testa di tutte le truppe francesi.
Quando, sin dai primi rovesci, ci si rese conto che il nostro comando non era forse privo di pecche, a quali giovani forze ci si rivolse per ridargli vigore? Alla testa delle armate fu collocato il capo di stato maggiore di uno dei generalissimi della guerra precedente; come consigliere tecnico del governo, si scelse un altro di questi generalissimi. Il primo era stato d'altronde vice presidente del Consiglio superiore, il secondo, pressoch nello stesso periodo, ministro della Guerra. Erano dunque entrambi in larga parte responsabili, a diverso titolo, di quei metodi i cui difetti risaltavano agli occhi di chiunque. Sino a questo punto, negli ambienti militari e persino tra i nostri governanti, imperavano la superstizione dell'et, il rispetto di un prestigio certo venerabile ma che - non foss'altro che per difenderlo - avrebbe pi convenientemente avvolto il purpureo sudario degli di morti e, infine, il falso culto di un'esperienza che, desunti dal passato i suoi pretesi insegnamenti, non poteva che indurre ad un'errata interpretazione del presente. Per la verit, un generale di brigata di nuova nomina fu chiamato a prender parte ai consigli di governo. Che cosa fece? Non saprei dire. Ma temo che tra tante costellazioni le sue due povere stellette abbiano contato assai poco. Il Comitato di salute pubblica avrebbe fatto di lui un generale in capo. Sino all'ultimo, la nostra  stata una guerra di vecchi, di pedanti invischiati negli errori di una storia letta alla rovescia: una guerra impregnata dall'odore di muffa che sale dalla Scuola da guerra, dall'ufficio di stato maggiore del tempo di pace, dalla caserma. Il mondo  di coloro che amano il nuovo. Cos, posto di fronte al nuovo ormai non pi evitabile e incapace di affrontarlo, il nostro comando non si  limitato a subire una disfatta; l'ha accettata, come un pugile torpido e appesantito che il primo colpo imprevisto lascia in preda allo sconcerto.
Ma lo scoramento, che una saggia teologia annovera tra i peggiori peccati, non avrebbe forse avuto la meglio sui nostri comandanti tanto irresponsabilmente arrendevoli, se soltanto essi avessero nutrito qualche dubbio sulle loro capacit. In fondo all'animo, sin dall'inizio, erano pronti a disperare del paese che pure erano chiamati a difendere come del popolo dalle cui fila provenivano i soldati. Non , questo, un problema esclusivamente militare. Oltre, e pi in profondit, dovremo individuare le radici di un malinteso troppo gravido di conseguenze per non essere annoverato tra le principali cause del disastro.
 

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Capitolo terzo


Esame di coscienza di un francese


 
Non vi  corpo professionale, all'interno di una nazione, che sia interamente responsabile dei propri atti. Troppo forti sono i vincoli della solidariet collettiva perch si realizzi tale autonomia morale. Gli stati maggiori hanno lavorato con gli strumenti che il paese aveva messo loro a disposizione, hanno vissuto in un'atmosfera psicologica che non da soli avevano creato. Erano ci che di essi avevano fatto gli ambienti umani da cui traevano origine, ci che la nazione francese aveva loro permesso di essere. E quindi un uomo onesto, dopo aver denunciato attingendo alla propria esperienza quelli che egli ritiene siano stati i difetti del nostro comando militare e la parte che essi ebbero nella disfatta, non potr fermarsi a questo senza sentirsi colpevole di una sorta di tradimento. Giustizia vuole che la testimonianza del soldato prosegua nell'esame di coscienza del francese.
Non  a cuor leggero che intraprendo questa parte del mio compito. Francese, non potr parlare sempre bene del mio paese, ed  penoso dover svelare le debolezze di una madre che soffre. Storico, conosco meglio di chiunque altro le difficolt di un'analisi che, per non essere troppo imperfetta, dovrebbe risalire alle ramificazioni causali pi remote e complesse e, allo stato attuale delle scienze umane, pi nascoste. Ma quanto possono valere, ora, i piccoli scrupoli personali? I miei figli, che leggeranno questo bilancio, gli ignoti amici sotto ai cui occhi forse un giorno esso cadr, come tollerare che possano accusare questi fogli di essere scesi a patti con la verit, di aver condannato con severit taluni errori e di averne taciuto tanti altri, nei quali ogni cittadino ebbe la propria parte di responsabilit?
 
 difficile che i combattenti non si lamentino delle retrovie. Ci vuole un grande cuore, quando si dorme sulla nuda terra, per perdonare ai compagni di un tempo i loro comodi letti e per ricordare senza amarezza, sotto ai colpi della mitraglia, la prospera sicurezza delle botteghe non disertate dai clienti e il tranquillizzante richiamo del caff di provincia, i cui tavolini non conoscono, della guerra, che le discussioni sulla strategia. La battaglia finisce in un disastro?  allora che la divisione tra le due parti della nazione minaccia di irrigidirsi. Il soldato di truppa, consapevole dei propri sacrifici, rifiuta di sentirsi responsabile della loro inutilit. I comandanti, che paventano il suo giudizio, lo spingono a cercare i colpevoli ovunque purch non nell'esercito. Nasce cos la fatale leggenda della pugnalata alle spalle che si presta ai raddrizzamenti alla rovescia e ai pronunciamenti. Le pagine precedenti hanno ampiamente dimostrato come non tutti i combattenti del 1940 siano disposti a porgere orecchio a questi seminatori di discordie. Ma non si pu negare che anche le retrovie abbiano commesso molti errori.
C'erano, d'altronde, o potevano esservi delle retrovie vere e proprie, nel senso che istintivamente si attribuiva a questo termine? La Francia in armi del 1915-18 era suddivisa in pi fasce territoriali che si allungavano in profondit, ognuna delle quali si tingeva di un diverso colore in rapporto alla gradazione del pericolo. Veniva, dapprima, la zona calda del fronte: mobile, certo, ma il cui arretramento sarebbe parso gravissimo se solo dai dintorni di Saint-Quentin essa si fosse spostata nei sobborghi di Noyon. Una mezz'ora di automobile, per intenderci. Un po' pi lontano, piuttosto limitata in larghezza, si stendeva la zona delle retrovie avanzate, destinata agli acquartieramenti di riposo e ancora relativamente esposta. Infine, le retrovie propriamente dette, che si prolungavano all'infinito nella tranquillit dei campi e delle citt. Forse, di tanto in tanto, un allarme improvviso, eventualit quasi scandalosa, si permetteva di turbare per un momento la calma di questo felice asilo: uno Junker sorvolava Parigi; uno Zeppelin sganciava alcune bombe; la Bertha lanciava inopinatamente i suoi obici, ora nella vasca di un giardino pubblico, ora, pi sciaguratamente, contro il pilastro di una chiesa. Si fremeva, nelle trincee, pensando alle nostre famiglie. Pure, che era mai tutto questo di fronte ai nostri pi recenti ricordi?
Il bombardamento aereo e la guerra di velocit hanno sconvolto il bell'ordine in cui anche il pericolo trovava una propria collocazione. Non vi  pi cielo che non sia minaccioso, e la forza di penetrazione dei mezzi motorizzati ha annullato la distanza. In pochi minuti, centinaia di persone hanno trovato la morte a Rennes, dove sino a ieri chiunque si riteneva tanto sicuro quanto nel cuore dell'America. Le strade del Berry hanno conosciuto le mitragliatrici, che non distinguono tra il soldato e il bambino. Ma questi orrori, in verit, erano poi cos imprevedibili come taluni hanno creduto? Non vi  dubbio che il bombardiere alato, quanto a intensit e soprattutto a rapidit, non abbia precedenti come mezzo di distruzione. Eppure non  poi cos lontano il tempo in cui le vittime di guerra si contavano pi nelle campagne razziate e ridotte alla fame o lungo le strade delle citt saccheggiate che tra i ranghi dei combattenti. Ma chi se ne ricordava? Solo qualche lettore di vecchi scartafacci. Il recente passato  per l'uomo medio un comodo schermo, nasconde le lontananze della storia e la tragica possibilit del loro ripetersi. Lungi, ormai, da queste epoche barbare, quando il soldato non era il solo a farsi ammazzare! Tra la popolazione delle retrovie, ma anche negli uffici d'intendenza o di guarnigione, era alla distinzione dei generi che si voleva credere.
Ma ci sarebbe stato anche qualche buon motivo per dubitarne: e forse, in fondo in fondo, non ci si credeva poi cos tanto. Gli avvertimenti non erano mancati. Quante volte, al cinema, ci erano passate sotto agli occhi le atroci immagini della Spagna in macerie? Quanti servizi giornalistici ci avevano raccontato il martirio delle citt polacche? In un certo senso, eravamo stati sin troppo informati. Ne sono convinto: alla subdola insistenza sul tema del bombardamento aereo non fu estranea la propaganda nemica. Parigi, forse, sarebbe stata difesa, la superstizione delle citt aperte non avrebbe reso tanto difficoltose le operazioni, se l'opinione pubblica si fosse rappresentata con minor vivacit la sorte di Madrid, di Nanchino, di Varsavia. Ne sapevamo abbastanza per avere paura; non a sufficienza, per, e non nei termini adeguati perch il sentimento comune accettasse l'inevitabile e, di fronte alle nuove o gi sperimentate condizioni di guerra, accettasse di ridisegnare la morale del civile.
Non penso di essere insensibile alla piet, bench il mio animo si sia forse un po' indurito in seguito a ci che ho visto nel corso di due guerre. Vi  una scena, per, alla quale so con certezza che mai mi abituer. Sono i volti dei bambini di un villaggio bombardato che fuggono terrorizzati. Quell'immagine, prego il cielo i miei occhi non debbano mai pi rivederla, e che neppure si ripresenti tanto spesso ai miei sogni.  un'atrocit che le guerre possano non risparmiare l'infanzia, non solo perch essa  il nostro avvenire, ma soprattutto perch la sua debolezza indifesa, la sua inconsapevolezza, cercano con tanta fiducia protezione in noi. Forse la leggenda cristiana non sarebbe stata altrettanto severa nei confronti di Erode se a lui avesse imputato la sola morte del Precursore. Il crimine inespiabile fu la strage degli innocenti.
Di fronte al pericolo nazionale e ai doveri che esso impone, tutti gli adulti sono invece uguali e non so per quale oscuro malinteso ad alcuni di loro si pretenda di riconoscere una sorta di privilegio di immunit. Chi  un "civile", a ben vedere, nel senso che il termine assume in tempo di guerra? Nient'altro che un uomo cui l'et, la salute, a volte la professione, pi di altre necessaria alla difesa, impediscono di portare utilmente le armi. Non poter servire il proprio paese nel modo in cui ogni cittadino deve augurarsi di fare  una disgrazia; n si capisce perch ci conferirebbe il diritto di sottrarsi al pericolo comune. Tra pochi anni non potr pi essere richiamato. I miei figli prenderanno il mio posto. Forse che la mia vita sar divenuta pi preziosa della loro? Meglio, molto meglio conservare la loro giovinezza a spese, se occorre, dei miei vecchi anni. L'ha gi detto Erodoto, tanto tempo fa: la grande empiet della guerra  che sono i padri a condurre alla tomba i figli. Lamenteremo dunque il ritorno ad una legge di natura? Quanto alla nazione, nessuna tragedia  peggiore di dover sacrificare le esistenze sulle quali riposa il suo destino. Paragonate a queste giovani forze, le altre non hanno che scarso peso. N faccio eccezione per le donne, se non per le giovani madri la cui salvezza  indispensabile ai loro bambini. Le nostre compagne si fanno beffe dei deliqui delle loro ave. E giustamente, dal momento che non vedo perch il coraggio, per loro, debba essere meno naturale di quanto non sia per noi o meno necessario. Al tempo degli eserciti di mestiere, il soldato professionale, fosse un signore o un mercenario, versava il proprio sangue per conto di un mandante. In cambio le popolazioni non combattenti gli assicuravano una rendita o gli versavano una paga. Se egli trascurava di proteggerli, avevano il diritto di esprimere le proprie rimostranze. Era una vera rottura di contratto. Ai nostri giorni, in cui chiunque ne abbia la capacit si fa soldato, nessuno, quando il paese  minacciato, sfugge alla mobilitazione di massa, alle sue difficolt come ai suoi rischi. Questa  l'unica cosa certa, il resto sono solo cavilli o vigliaccherie.
Sono, queste, verit tanto semplici che si prova qualche pudore a rammentarle. Furono tuttavia unanimemente comprese, nel corso di questi ultimi mesi? Si sono visti troppi amministratori convinti di adempiere al dovere della propria carica supplicando che la loro citt non venisse difesa, troppi capi, civili o militari, ottemperare a questa falsa concezione dell'interesse pubblico. Forse, su queste anime timorate, non agiva soltanto la preoccupazione, in s commovente, di risparmiare vite umane. Le terribili distruzioni di beni che avevano accompagnato la guerra del 1914-18 erano ancora un cocente ricordo. Si sapeva che avevano crudelmente mutilato il patrimonio artistico del paese, che soprattutto ne avevano compromesso la prosperit. Si pens fosse saggio accettare ogni cosa, piuttosto che subire ancora una volta questo duplice impoverimento. Saggezza davvero singolare, che non si domandava affatto se possa esservi, per una civilt come per un'economia, catastrofe peggiore che lasciarsi vincere da una nazione predatrice.
Venne il giorno in cui si decise di dichiarare citt aperte tutte quelle che contavano pi di ventimila abitanti. Passi - sembravano pensare questi buoni apostoli - se ad essere bombardato, devastato, incendiato,  un villaggio di bifolchi. Ma una citt della buona borghesia! E fu cos che mentre i cadetti di Saumur si facevano massacrare sulla Loira, il nemico, alle loro spalle, aveva gi oltrepassato i ponti di Nantes, negati al combattimento.
Bisogna avere il coraggio di ammetterlo: questa debolezza collettiva  stata forse, il pi delle volte, la somma di molte debolezze individuali. Si  saputo di funzionari datisi alla fuga senza un ordine. Di ordini di partenza concessi con molto anticipo. Il paese fu percorso da una folle ansia di fuga. Chi di noi non ha incontrato, tra le fila degli evacuati, gruppi di pompieri issati sulle loro pompe municipali? All'annuncio dell'avanzata nemica, correvano a mettere in salvo le loro persone ed i loro beni. Perch, voglio crederlo, avevano ricevuto un ordine. Laggi tutto avrebbe potuto perire tra le fiamme, purch, lontano dal fuoco, si conservasse ci che avrebbe potuto estinguerlo... Delizie della burocrazia, dir forse qualcuno. Ahim, il male aveva radici pi profonde. So di un centro industriale in cui, all'avvicinarsi delle colonne tedesche, i maggiori imprenditori abbandonarono precipitosamente le fabbriche senza neppure curarsi di distribuire la paga agli operai. Sotto le armi, immagino avrebbero compiuto sino in fondo il loro dovere. Rimasti "civili", avevano dimenticato - non lo si era sufficientemente ribadito - che in tempo di guerra non vi  pi alcun mestiere. La nazione in armi non conosce che posti di combattimento.
Mi sbaglio? Indulgo anch'io alla tentazione cui sempre soccombono gli uomini che gi stanno invecchiando, sempre pronti, di fronte ai ricordi della propria giovent, a sminuire le generazioni successive? Persino tra coloro che avrebbero potuto essere mobilitati, mi parve che qualcosa si fosse perso di quel formidabile slancio all'uguaglianza di fronte al pericolo che nel '14 aveva contagiato la gran parte dei miei coetanei. Troppe volte, forse, certe esenzioni dal servizio erano state presentate al nostro popolo non tanto come fastidiose e un po' umilianti necessit, quanto come favori se non diritti. Ai contadini, non si era fatto che ripetere: "Perch gli operai e non voi?", ai padri di famiglia: "I vostri figli vi reclamano", ai vecchi combattenti: "Due volte,  veramente troppo". Quando il ministero dell'Armamento si fu riorganizzato ed ampliato, la corsa di tanti ufficiali della riserva verso i loro pacifici uffici provoc in noi una certa nausea. Partivano tutti lagnandosi: "Che peccato! Ma c' bisogno di me..." Erano tutti cos indispensabili? Non sarebbe stato possibile, a volte, mettere al loro posto i pi vecchi? Mi  anche capitato di sentire persone in buona fede esprimere la speranza che la fatale ecatombe della guerra precedente fosse almeno risparmiata ai nostri giovani intellettuali. Un sentimento che a mio avviso suonava falso. Certo,  terribile che sulla Marna, sull'Yser o la Somme tante speranze si siano perse. Le nostre forze spirituali per lungo tempo sono rimaste impoverite. Ma, di fronte alla sorte delle armi, c'era, ancora una volta, qualcosa di pi importante? La nostra libert intellettuale, la nostra cultura, il nostro equilibrio morale, che cosa, pi della disfatta, li avrebbe irrimediabilmente compromessi? Cos, di fronte al sacrificio, non  possibile concepire eccezioni. Nessuno ha il diritto di ritenere la propria vita pi utile di quella del suo vicino, giacch ciascuno di noi, nel suo ambito, piccolo o grande che sia, trover sempre dei motivi tutt'altro che illegittimi per ritenersi necessario.
Ignoro quanto la preoccupazione di risparmiare il sangue dei giovani abbia influito sui tempi particolarmente lunghi dell'arruolamento e dell'istruzione delle reclute. Al momento del disastro, gran parte della classe 1940 era stata appena chiamata e, praticamente, non aveva ancora ricevuto alcuna istruzione. Quanto ai pi giovani, che in quasi tutte le citt non chiedevano altro che di seguire le orme dei pi grandi, nulla fu fatto per la loro preparazione militare. Chi furono i responsabili di tale inconcepibile negligenza? Il comando o il governo? (Ma, certo, se gli stati maggiori avessero insistito, la loro opinione avrebbe finito per imporsi). N ho migliori informazioni sui motivi. Si deve forse pensare che l'interminabile periodo di attesa, quasi senza perdite, abbia fatto dimenticare ai nostri comandanti la necessit di tenere pronti i rinforzi di cui avrebbero poi avvertito la tragica mancanza nel corso dei combattimenti? Anche in questo caso, non si tratterebbe che di uno degli effetti - e dei non meno disastrosi - di quella lunga "putrefazione della guerra", cos la definivano i Tedeschi, di cui il nemico ci aveva offerto l'illusorio beneficio. "Abbiamo troppi uomini", diceva un ufficiale a uno dei miei compagni che, padre di famiglia, non desiderava essere congedato. Si temeva forse di non avere armi a sufficienza? O, come pensai sul momento, ci si abbandonava ai consigli di una piet un po' molle perch ossessionati dal ricordo della sventurata classe '16, ragazzini, quasi bambini che avevamo visto precipitare nel rogo della Somme? Ci che  certo  che ai nostri comandanti, come probabilmente alle nostre classi dirigenti, qualcosa  mancato dell'implacabile eroismo richiesto dalla patria in pericolo.
 
Per la verit, l'uso di questo termine, "classi dirigenti", non  esente da equivoci. Nella Francia del 1939, l'alta borghesia lamentava spesso di aver perduto ogni potere. Esagerava, e molto. Sostenuto dalla finanza e dalla stampa, il regime dei "notabili" era tutt'altro che "finito". Ma  certo che i padroni di un tempo non erano i soli, ormai, a manovrare le leve di comando. Accanto a loro, se non le masse dei salariati, almeno i dirigenti dei principali sindacati costituivano una delle potenze della Repubblica. Lo si era visto nel '38, quando un ministro, monachese tra i monachesi, seppe avvalersi della loro mediazione per indurre nell'opinione pubblica una reazione di panico quanto mai opportuna alle proprie debolezze. Gli errori del sindacalismo operaio, in questa guerra, non sono meno evidenti di quelli degli stati maggiori.
Mi accingo a parlare di cose che non ho visto con i miei occhi. La fabbrica del periodo bellico o dell'anteguerra era, come si pu immaginare, lontana dalla mia esperienza. Pure, sull'argomento ho raccolto troppe testimonianze, e tutt'altro che omogenee quanto alla provenienza - dagli ingegneri agli stessi operai - per poter dubitare di ci su cui esse concordano. Non si  lavorato abbastanza, nell'industria bellica, non si sono prodotti aerei, motori e carri armati a sufficienza. Di questo, credo, i salariati non furono certo i soli n, forse, i principali responsabili. Dimentichi di essere, bench a modo loro, dei soldati, cercavano innanzitutto di vendere la propria fatica al prezzo pi alto; lavorare quanto meno potevano, per il minor tempo possibile, spuntando il prezzo pi alto. Niente di pi naturale, in tempi normali. "Sordido materialismo", aveva un giorno esclamato un politico che nessuno immaginava tanto incline alla pura spiritualit. Cercava di darcela a intendere bene! L'operaio  venditore di forza lavoro. I mercanti di tessuti, di zucchero o di cannoni avrebbero torto a scandalizzarsi, dal momento che seguono anch'essi la grande legge del commercio, dare poco per ottenere molto. Tuttavia, bench in altri momenti legittimo, tale comportamento si rivel tragicamente inopportuno di fronte ai pericoli che sovrastavano un intero popolo e ai sacrifici dei combattenti. Uno dei miei vicini di campagna, un idraulico mobilitato in una fabbrica, mi ha raccontato come i suoi compagni gli nascondessero gli attrezzi da lavoro per impedirgli di fare di pi o pi in fretta di quanto prescrivesse la legge non scritta dell'officina. Ecco, dalla vita stessa, un terribile atto di accusa.
Sarebbe forse ingiusto attribuire a tutta una classe un simile disprezzo degli interessi nazionali. So che vi furono delle eccezioni. Ma si trattava di un atteggiamento assai diffuso, e ci bast perch le sue conseguenze influissero pesantemente sul bilancio della guerra.  dunque necessaria una spiegazione.
Si  detto e ridetto come questa guerra abbia fatto appello ai sentimenti profondi della nazione assai meno della precedente.  stato, credo, un grave errore. Non  nel temperamento del nostro popolo augurarsi la guerra, mai. Nessun francese, nel 1939, voleva "morire per Danzica", come nessuno, nel 1914, voleva "morire per Belgrado"; e la cricca che tesseva le sue trame intorno ai Karageorgevic non era pi conosciuta dai nostri contadini e dai nostri operai di quanto non lo fosse venticinque anni dopo il governo corrotto dei "colonnelli" polacchi, n pi si prestava, se mai avesse potuto, a destare l'entusiasmo delle folle. Quanto all'Alsazia-Lorena,  vero che l'immagine delle province martiri sorse all'improvviso, sin dai primi combattimenti dell'agosto 1914, dall'ombra discreta in cui fino a qualche giorno prima era rimasta celata, ma si tratt di una reazione che, a quel punto, appariva dettata dalla necessit. Una volta imbracciate le armi, si immagin che non fosse pi possibile deporle prima di aver liberato i fratelli perduti. In tempo di pace, ben poco avrebbero potuto i begli occhi delle alsaziane delle litografie perch un'opinione pubblica ansiosa innanzitutto di mantenere la propria sicurezza accettasse di buon grado, al solo scopo di cancellarne le lacrime, di precipitare il paese verso i pericoli pi atroci.
La verit  che in entrambe le guerre lo slancio popolare ebbe la stessa origine. "Non la smettono di provocare. Vogliono tutto per s. Pi cederemo, pi aumenteranno le loro pretese. Questa situazione deve finire". Cos diceva uno dei miei vicini, al villaggio della Creuse, poco prima che partissi per Strasburgo. Un contadino del 1914 non si sarebbe espresso diversamente. Ma se delle due guerre una, pi dell'altra, doveva rispondere alle pi profonde inclinazioni delle masse, e soprattutto delle masse operaie, questa era senza alcun dubbio la seconda, e proprio in virt di quel carattere "ideologico" che tanto le fu rimproverato e che nondimeno rendeva ancor pi nobile il sacrificio. Come nel 1914 per la liberazione dell'Alsazia-Lorena, i Francesi delle fabbriche e delle campagne, nel 1939, non avrebbero accettato di versare spontaneamente il proprio sangue per abbattere le dittature. Ma una volta impegnatisi nel conflitto che esse stesse avevano scatenato, avrebbero acquisito la consapevolezza di servire una grande causa umana; dubitarne, significherebbe misconoscere quanto di nobile, bench inespresso, celi un vecchio popolo civilizzato come il nostro. L'assurdit della nostra propaganda ufficiale, il suo irritante e grossolano ottimismo, la sua pavidit e, soprattutto, l'incapacit dei nostri governanti nel definire lealmente i loro scopi di guerra, finirono poi, durante i troppo lunghi mesi di inazione, per oscurare un po' queste prime e vivide certezze. Nel maggio del 1940, lo spirito della mobilitazione non era morto. Negli uomini che ne avevano fatto il proprio canto di adunata, la Marsigliese non aveva cessato di infondere, con la stessa energia di un tempo, il culto della patria e l'esecrazione dei tiranni.
Tra i salariati, tuttavia, altre tendenze meno radicate nella coscienza collettiva combattevano questi impulsi ancora fortissimi, che un governo meno pavido avrebbe saputo alimentare. Nel sindacalismo, gli uomini della mia generazione, al tempo della giovinezza, avevano riposto grandi speranze. Non avevamo fatto i conti con quel funesto restringersi degli orizzonti che avrebbe a poco a poco esaurito lo slancio dei tempi eroici. Fu forse l'effetto di una politica salariale che quasi necessariamente porta ad ingigantire oltre ogni misura i piccoli interessi del momento? O, piuttosto, della sottile diplomazia, delle astuzie elettorali, degli intrighi tra clan in cui finirono invischiati i dirigenti dei gruppi? Della burocrazia che non risparmi le amministrazioni operaie? Ci che  certo  che la deviazione, prodottasi in quasi tutti i paesi, sembr caratterizzata da una sorta di ineluttabile fatalit.
Conosciamo il termine usato da Marx per stigmatizzare i movimenti sociali di breve respiro: Kleinburgerlich. Vi  stato forse qualcosa di pi "piccolo borghese" dell'atteggiamento adottato in questi ultimi anni e persino durante la guerra dalla maggior parte dei grandi sindacati, in particolare da quelli dei funzionari? Mi  capitato, a volte, di assistere alle assemblee della mia professione. Questi intellettuali discutevano, e non di danari, ma di una manciata di spiccioli. Il ruolo della corporazione nel paese, il suo stesso futuro materiale sembravano non avere alcuna importanza. I vantaggi del momento offuscavano impietosamente i loro sguardi. E temo che altrove le cose non siano andate diversamente. Ci che ho visto durante la guerra, e ci che so ora, a guerra finita, degli impiegati delle poste e soprattutto dei ferrovieri, mi  parso tutt'altro che edificante. Brava gente, nella quasi totalit, non se ne discute; persino eroi, alla prova dei fatti, come alcuni di loro hanno dimostrato. Ma siamo certi che la massa e in particolare i suoi rappresentanti abbiano compreso gran che in merito all'estensione del dovere che un'epoca come la nostra prescrive cos imperiosamente? Mi riferisco all'esercizio quotidiano del proprio mestiere, che resta dopo tutto la pietra di paragone della coscienza professionale. In giugno, in molte citt dell'Ovest, ho visto vagare per le strade delle povere donne che di tappa in tappa, trascinando a forza di braccia pesantissimi fardelli, cercavano di raggiungere le loro case. La ragione? Per paura di infliggere agli impiegati qualche ora di lavoro supplementare o pi intenso del solito, le ferrovie avevano pensato bene di chiudere i loro depositi. I paraocchi, la goffaggine amministrativa, le rivalit tra individui e infine questa mancanza di respiro tanto lontana dal dinamismo di un Pelloutier spiegano il molle cedimento dei sindacati in tutta Europa e persino da noi, di fronte ai primi colpi dei poteri dittatoriali. La loro condotta, durante la guerra, non ha avuto altra origine e a poco  valsa qualche saltuaria dichiarazione altisonante diretta ad impressionare il pubblico. Le folle sindacalizzate non hanno compreso sino in fondo come ormai pi nulla contasse quanto ottenere nel pi breve tempo possibile, oltre alla vittoria della patria, una definitiva sconfitta del nazismo e di tutto ci che esso avrebbe necessariamente offerto ai suoi imitatori, qualora avesse trionfato. Non si era loro insegnato, come sarebbe stato dovere di capi degni di questo nome, a guardare lontano, pi in alto, oltre la preoccupazione del pane quotidiano con la quale si pu compromettere il pane dell'indomani. Oggi  suonata l'ora del castigo. Raramente l'incapacit di capire sar stata punita con altrettanta durezza.
Vi era poi l'ideologia internazionalista e pacifista. Sono orgoglioso di essere un buon cittadino del mondo e il meno sciovinista degli uomini. Da storico, non ignoro quanto di vero vi sia nel famoso appello di Karl Marx: "Proletari di tutto il mondo, unitevi!" Ho visto troppo della guerra, infine, per non sapere che essa  orribile e al contempo stupida. Ma la grettezza di cui parlavo non  stata altro che il rifiuto di accordare questi sentimenti ad altri slanci non meno rispettabili. Non ho mai creduto che amare la patria impedisse di amare i propri figli, n riesco a capire come l'internazionalismo di spirito o di classe sia inconciliabile con il culto della patria. O, meglio, se interrogo la mia coscienza, so con chiarezza che questa antinomia non esiste. Un povero cuore, quello che non pu ospitare pi di una tenerezza! Ma non parliamo di sentimenti. Nessuno che abbia un po' di pudore e rifugga dalle grandi parole, troppo logore per tradurre come si dovrebbe realt spirituali tanto intime, pu soffermarvisi a lungo senza provare disagio. N, d'altronde, era su questo terreno che i nostri pacifisti ci chiedevano di seguirli.
 
Invocavano innanzitutto l'interesse; e avevano, di questo presunto interesse, un'immagine quanto mai lontana da ogni vera conoscenza del mondo, e che tanto avrebbe influito nell'indurre in errore coloro che con fiducia un po' acritica li seguivano come maestri.
Dicevano che il capitalismo francese era duro con i suoi servi, e non avevano torto. Ma dimenticavano che la vittoria dei regimi autoritari si sarebbe necessariamente conclusa con l'asservimento quasi totale dei nostri operai. Non vedevano, intorno a loro, i futuri profittatori della nostra disfatta gi pronti ad impadronirsene, quasi la invocassero? Insegnavano, non senza ragione, che la guerra accumula inutili devastazioni. Non distinguevano, per, tra la guerra che un popolo decide volontariamente di combattere e quella che gli  imposta, tra l'omicidio e la legittima difesa. Dovevamo dunque consegnarci al carnefice? Rispondevano: "Nessuno vi sta attaccando". Perch amavano giocare con le parole e, ormai avvezzi a non guardare nel fondo dei propri pensieri, erano forse rimasti impigliati nella rete dei loro stessi equivoci. Il ladro di strada non urla alla vittima: "Dammi il tuo sangue", le propone invece una scelta: "O la borsa o la vita". Cos, al paese che cerca di asservire, parla il popolo aggressore: "Rinuncia alla tua libert o accetta il massacro". Dichiaravano che la guerra  affare dei ricchi e dei potenti, che il povero non deve immischiarsene. Come se all'interno di un'antica collettivit cementata da secoli di comune civilt il pi umile, volente o nolente, non fosse sempre solidale con il pi forte. Mormoravano - li ho sentiti io stesso - che gli hitleriani non erano poi cos cattivi come li si dipingeva, che tante sofferenze sarebbero state risparmiate se invece di rispondere all'invasione con la violenza avessimo loro spalancato le porte. Che pensano oggi nella zona occupata, tiranneggiata, affamata, questi falsi profeti?
 
E poich la parola che predicavano era un vangelo di apparente comodit, i loro discorsi trovarono facile eco negli istinti indolentemente egoistici che, accanto a pi nobili virtualit, riposano in ogni cuore umano. Entusiasti, spesso non privi di coraggio, non sapevano di forgiare dei vigliacchi. A prova del fatto che la virt, quando non si accompagni ad una rigorosa critica dell'intelligenza, rischia sempre di compromettere ci cui essa aspira maggiormente. Maestri, fratelli miei, che in tanti, alla resa dei conti, vi siete battuti con onore; voi che a prezzo di un'immensa buona volont avevate saputo creare, nel nostro paese dai licei sonnolenti, dalle universit prigioniere delle peggiori abitudini, il solo insegnamento di cui forse potevamo essere fieri; presto verr un giorno, lo spero, di gloria e di felicit, in cui la Francia finalmente liberata dal nemico e spiritualmente libera come mai lo  stata ci vedr di nuovo insieme a discutere di idee. Quel giorno, edotti da un'esperienza acquisita a tanto caro prezzo, non vorrete forse cambiare qualcosa di ci che ieri insegnavate?
La cosa pi strana era che questi intransigenti amanti del genere umano non si stupivano se sulle strade della capitolazione si trovavano fianco a fianco con i naturali nemici della loro classe e dei loro ideali. In verit, per strana che potesse sembrare, l'alleanza vantava a volte radici pi antiche, almeno spiritualmente, della stessa inimicizia. Difatti, tra gli uomini che tante volte erano stati loro avversari sui campi di battaglia elettorali e che essi ora accettavano come alleati nell'impresa della pace ad ogni costo, molti erano quelli che gi erano usciti dai propri ranghi per involarsi verso destini pi vantaggiosi. Si erano spogliati, questi transfughi, di ogni segno dei rivoluzionari ardori del passato, quasi si trattasse di uno scomodo travestimento. Del loro passaggio nelle sette, di cui avevano fatto un utile trampolino di lancio, conservavano nondimeno un'indelebile impronta: avevano perduto il senso dei valori nazionali e non l'avrebbero mai pi ritrovato. Non  un caso se la disfatta ha portato al potere un ministro che a suo tempo era stato a Kienthal, o se i Tedeschi riusciranno forse ad innalzarvi un agitatore di strada che negli anni dell'anteguerra, prima di rivestire i falsi panni del patriottismo, era stato uno dei capi del comunismo. Quale condanna pi irrevocabile, contro una certa scuola politica? Chi ad essa si sia formato pu dimenticare tutto ci che vi ha appreso: di bello, spesso, e di nobile. Tutto, tranne una negazione: quella della patria.
Cos, bench mai come allora le esigenze della difesa nazionale coincidessero con gli interessi specifici dei salariati, le pi immediate necessit del paese trovarono una classe operaia tristemente incerta sulla via da seguirsi. A questo smarrimento, le incredibili contraddizioni del comunismo francese aggiunsero poi ulteriori elementi di inquietudine. Ma tocchiamo qui un altro ordine di problemi, che riguarda specificamente la sfera del pensiero.
 
Le cause intellettuali della disfatta non vanno ricercate soltanto sul terreno militare. Non eravamo forse troppo abituati, come nazione, ad accontentarci di conoscenze incomplete e di idee poco chiare, per poter essere vincitori? Il nostro ordinamento governativo si fondava sulla partecipazione delle masse. Ma che cosa mai fu fatto affinch questo popolo, cui affidavamo i nostri destini e che, in s, non ritengo incapace di una scelta avveduta, disponesse di quel minimo di informazioni chiare e sicure senza le quali  impensabile qualsiasi comportamento razionale? Nulla, in verit. Questa, certo,  stata la grande debolezza del nostro sistema che si diceva democratico, questo il peggior crimine di tutti i nostri pretesi democratici. Pazienza non avessimo avuto a lamentare che le omissioni e le menzogne suggerite da un dichiarato spirito di parte, riprovevoli, certo, ma in definitiva facilmente individuabili. Succedevano cose peggiori. La stampa che si professava di pura informazione, persino certi fogli tra quelli che dichiaravano di obbedire unicamente a consegne di ordine politico servivano in realt interessi nascosti, spesso sordidi e a volte originariamente estranei al nostro paese. Forse il buon senso popolare trovava qui una rivincita, espressa nella crescente diffidenza verso ogni forma di propaganda, scritta o radiofonica. Sbaglia infatti chi pensa che l'elettore voti sempre "come vuole il suo giornale". Conosco pi di una persona, di umile estrazione, che ogni giorno riceve il quotidiano locale e vota quasi immancabilmente contro. Ed  forse tale impermeabilit a direttive insincere a costituire oggi, nelle condizioni in cui versa la Francia, uno dei nostri migliori motivi di consolazione, quasi una speranza. Ma era questa, lo si ammetter, una ben misera formazione intellettuale quando si trattasse di individuare gli obiettivi di una immensa lotta mondiale o di prevedere l'uragano e di armarsi adeguatamente, e in anticipo, contro i suoi fulmini. Deliberatamente - si leggano Mein Kampf e le conversazioni con Rauschning - l'hitlerismo rifiuta alle sue folle ogni accesso al vero. La persuasione  sostituita dalla suggestione emotiva. Quanto a noi, la scelta s'impone: faremo anche del popolo francese la tastiera vibrante del magnetismo di qualche capo (ma quali? gli attuali non suscitano fremiti) o ne faremo il collaboratore cosciente dei rappresentanti che esso si  dato? Allo stadio attuale della nostra civilt, non vi pu essere risposta equivoca a questo dilemma. Le masse non obbediscono pi. Seguono, perch suggestionate o perch sanno.
 
Le nostre classi agiate e relativamente colte si sarebbero dunque rifiutate, per disprezzo o per diffidenza, di illuminare l'uomo della strada e dei campi? Forse questo atteggiamento  esistito, era tradizionale. Non  certo a cuor leggero che le borghesie europee hanno lasciato che le "classi inferiori" imparassero a leggere, e molti sono i testi che uno storico potrebbe citare in proposito. Ma il male era penetrato pi a fondo. La curiosit mancava anche a coloro che avrebbero potuto soddisfarla. Si confrontino questi due giornali quasi omonimi, il "Times" e il "Temps". Al servizio di interessi non dissimili, si rivolgono a un pubblico ugualmente distante dalle classi popolari e la loro imparzialit appare in entrambi i casi sospetta. Chi legga il primo, tuttavia, ne sapr infinitamente di pi, sul mondo, dell'abbonato al "Temps". Stesso contrasto, d'altronde, tra la stampa francese che pi vanta la sua presunta "levatura" intellettuale e la "Frankfurter Zeitung", per non fare che un esempio; e mi riferisco alla "Frankfurter" di prima dell'hitlerismo, quando non a quella attuale. Il saggio, dice il proverbio, si contenta di poco. E, per riprendere il sobrio Epicuro, nel campo dell'informazione la nostra borghesia ha invero dato prova di grande saggezza.
Un sintomo, questo, che trova cento altre conferme. Nel corso di due guerre ho frequentato molti ufficiali, di riserva come di carriera, di origini quanto mai diverse. Tra coloro che leggevano un po', ed erano rari, non ricordo di averne mai visto uno con in mano un libro che, sia pure tramite il passato, potesse aiutarlo a meglio comprendere il presente. Fui il solo a portare al IV ufficio il testo di Strasser su Hitler, e uno solo dei miei compagni me lo chiese in prestito. Si  spesso lamentata la miseria delle nostre biblioteche comunali; consultate i bilanci delle nostre grandi citt e vi accorgerete che  piuttosto di indigenza che bisognerebbe parlare. E non soltanto all'arte di conoscere gli altri abbiamo acconsentito a divenire estranei. Che ne  stato della vecchia massima: "Conosci te stesso"? Mi  stato raccontato che un giorno, in una commissione internazionale, il nostro delegato si fece canzonare da quello polacco: eravamo quasi gli unici, tra tutte le nazioni, a non poter produrre una statistica attendibile sui salari. I nostri imprenditori hanno sempre riposto la loro fiducia nel segreto che protegge i piccoli interessi privati anzich nella trasparenza che incoraggia l'azione collettiva. Nel secolo della chimica, la loro  ancora una mentalit da alchimisti. Si pensi poi ai gruppi che nel nostro paese hanno fatto della lotta al comunismo la propria missione.  evidente che solo un'indagine condotta con onest e intelligenza ed estesa al territorio nazionale avrebbe loro permesso di comprendere le cause di un successo che tanto li inquietava e, di conseguenza, di ostacolarlo. Chi mai, tra le loro fila, vi ha pensato? Non  qui in discussione il disegno politico. Lo si approvi o lo si condanni, il sintomo veramente inquietante  che la tecnica intellettuale di queste potenti associazioni di interessi si sia rivelata inadeguata sino a questo punto. Come stupirsi, poi, se gli stati maggiori non hanno saputo organizzare i propri servizi di informazione? I loro uomini appartenevano a quegli ambienti nei quali il gusto di informarsi era progressivamente venuto a mancare; qui, pur potendo sfogliare Mein Kampf, si poteva ancora dubitare dei veri obiettivi del nazismo e qui, schermando l'ignoranza di una bella parola, "realismo", pare possibile dubitarne ancora oggi.
La cosa peggiore  che la pigrizia intellettuale induce quasi necessariamente ad una funesta condiscendenza nei confronti di se stessi. Ogni giorno, alla radio, sento predicare il "ritorno alla terra". Si dice al nostro popolo, mutilato e sgomento: "Hai ceduto alle lusinghe di una civilt troppo meccanizzata; accettando le sue leggi e le sue comodit, ti sei allontanato dagli antichi valori che costituivano la tua originalit; al diavolo la grande citt, la fabbrica, persino la scuola! Ci che ti occorre  il villaggio o il borgo rurale di una volta, le sue arcaiche fatiche, le piccole societ chiuse governate dai notabili; qui ritroverai le tue forze e te stesso". Certo non ignoro come questi bei discorsi dissimulino - piuttosto male in verit - interessi completamente estranei alla felicit dei Francesi. Tutto un partito, oggi in possesso delle leve di comando o che tale si ritiene, mai ha cessato di rimpiangere l'antica docilit che si vuole innata nei semplici contadini. Eppure potrebbero sbagliarsi. Non da ieri i nostri croquants58, come si legge nei vecchi testi, hanno "la testa dura".
 
Soprattutto la Germania, che alla macchina deve il proprio trionfo,  intenzionata a conservarne il monopolio. Collettivit esclusivamente agricole e quindi costrette a scambiare i propri grani o latticini, a prezzi imposti, con i prodotti della grande industria: questo il ruolo delle altre nazioni, ridotte alla stregua di servi, di cui la Germania sogna di raggruppare intorno a s l'umile corporazione. Da qui viene la voce che ai microfoni parla la nostra lingua.
N questi bucolici consigli rappresentano una novit di oggi. A essi, ben prima della guerra, ci aveva abituati quella vasta letteratura della rinuncia che stigmatizzava l'"americanismo", denunciava i pericoli della macchina e del progresso e vantava, per contrasto, la placida dolcezza delle nostre campagne, la grazia della nostra civilt fatta di piccoli centri, l'amabilit nonch la segreta forza di una societ che si voleva fedelmente ancorata a modelli di vita del passato. Proposito di un accademismo un po' lezioso, che avrebbe strappato un sorriso anche ai nostri antichi cantori della vita agreste, un Nol du Fail o un Olivier de Serres. Il lavoro dei campi sa pi di stoicismo che di dolcezza, e solo nelle egloghe il villaggio  un asilo di pace. Pure non tutto era falso in questa apologia della Francia rurale. Sono fermamente convinto che ancora oggi, per un popolo, sia un grande vantaggio mantenere un profondo legame con la terra. In tal modo esso garantisce alla propria struttura economica una rara solidit e, soprattutto, si assicura una riserva di risorse umane effettivamente insostituibili. So, per averlo visto vivere giorno per giorno, per aver combattuto al suo fianco ed essermi tanto occupato della sua storia, quanto valga il vero contadino francese, ne conosco il vigore e la finezza priva di vacuit. Non sfuggo, come chiunque altro, al fascino discreto dei nostri vecchi borghi n ignoro che essi costituirono il crogiuolo in cui per lungo tempo si  formata la parte pi attiva della collettivit francese.
Dovremo dunque rassegnarci a che la Francia non sia altro che questo, un "museo di anticaglie" quale gli stessi Italiani hanno proclamato non voler pi essere? Inutile nasconderlo, persino la scelta non ci  pi concessa. Conosciamo sin troppo bene, per ritenerla ancora possibile, la sorte che i nostri nemici riservano ai musei. Vogliamo vivere e, per vivere, vincere. E ci che di noi  stato sconfitto, si abbia il coraggio di confessarlo,  appunto la nostra cara piccola citt. Le sue giornate dal ritmo troppo fiacco, la lentezza dei suoi autobus, le amministrazioni sonnolente, la perdita di tempo ad ogni passo intimata da una molle noncuranza, l'indolente pigrizia dei suoi caff di guarnigione, le mene di una politica dal corto respiro, l'artigianato scarsamente redditizio, le biblioteche dagli scaffali vuoti, il gusto del gi visto e la diffidenza nei confronti di ogni novit che possa turbare comode e consolidate abitudini: ecco ci che  stato travolto dalla folle velocit, dal famoso "dinamismo" di una Germania dagli alveari ronzanti. Non fosse che, al fine di preservare quanto pu e deve essere conservato del nostro antico patrimonio,  necessario che esso si adegui alle esigenze di una nuova epoca. Il calesse ad asino era forse un mezzo di trasporto rassicurante e piacevole, ma se ci rifiutassimo di sostituirlo con l'automobile, quando ve ne sia la necessit, verremmo persino privati dei nostri somari. Certo, per fare qualcosa di nuovo  necessario innanzitutto istruirsi. Se gli ufficiali francesi non hanno saputo comprendere come la realt attuale richiedesse nuovi metodi di guerra, ci si  verificato principalmente perch la nostra borghesia, da cui essi provenivano, chiudeva troppo pigramente gli occhi. Saremo perduti, se ci ripieghiamo su noi stessi; salvi solo a condizione di lavorare alacremente con il nostro cervello, per sapere di pi e immaginare pi in fretta.
E, anche, per ritrovare la coerenza intellettuale di cui, quasi colpiti da una strana malattia, paiono privi da qualche anno a questa parte tutti coloro che tra noi, poco o tanto, si piccavano di fare politica. Che i partiti definiti "di destra" siano oggi cos pronti a inchinarsi di fronte alla disfatta, di questo, invero, uno storico non pu stupirsi pi di tanto. Tale  stata, per tutto il corso della nostra storia, la loro tradizione, dalla Restaurazione all'Assemblea di Versailles. Per un momento, certo, gli equivoci suscitati dall'affaire Dreyfus parvero imbrogliare le carte confondendo militarismo e patriottismo.  naturale che gli istinti pi profondi abbiano ripreso il sopravvento; e va bene cos. Ma che gli stessi uomini, di volta in volta, abbiano potuto esprimere la pi assurda germanofobia e spingerci a entrare, come vassalli, nel sistema continentale tedesco, che si siano erti a difensori della diplomazia alla Poincar per poi vituperare il preteso "bellicismo" dei loro avversari elettorali, ebbene, queste palinodie sembrano supporre nei nostri comandanti, in quelli in buona fede, beninteso, una singolare instabilit mentale; e, nei loro seguaci, una non meno stupefacente insensibilit alle peggiori antinomie del pensiero. Non ignoro che la Germania di Hitler suscitava simpatie cui non poteva aspirare quella di Ebert. La Francia, almeno, restava sempre la Francia. Si vuole poi trovare, a tutti i costi, una giustificazione a queste acrobazie? Pur professando opinioni radicalmente opposte, i loro avversari non erano pi ragionevoli. Rifiutare i crediti militari e reclamare, l'indomani, i "cannoni per la Spagna"; predicare l'antipatriottismo e, un anno dopo, caldeggiare la formazione di un "fronte dei Francesi"; poi, alla resa dei conti, sottrarsi al dovere di prestare servizio e incitare le folle a fare altrettanto: serpeggiante, sgraziata, ecco la linea tracciata davanti ai nostri occhi meravigliati dai funamboli del comunismo. So bene che al di l della frontiera un homo alpinus bruno, di media statura, il cui principale portavoce  un piccolo gobbo castano, ha potuto fondare il suo dispotismo sulla mitica supremazia dei "grandi Ariani biondi". Ma dei Francesi, sino ad ora, si diceva fossero menti sobrie e logiche. Perch, secondo le parole di Renan, possa compiersi, dopo una nuova disfatta, la riforma morale e intellettuale di questo popolo, bisogner per prima cosa insegnargli di nuovo il vecchio assioma della logica classica: A  A; B  B; A non  B.
Sulle cause profonde di tante e tali debolezze molto,  naturale, vi sarebbe da dire e da indagare. La nostra borghesia, che resta malgrado tutto il cervello della nazione,  oggi forse meno incline allo studio di quando un tempo era in larga misura costituita da redditieri. L'uomo d'affari o di legge, il medico, svolgono oggi un'attivit faticosa; al termine della giornata, non nutrono altro desiderio che non sia quello di svagarsi. Forse una migliore organizzazione del tempo, senza nulla togliere all'intensit del lavoro, riserverebbe loro maggiori spazi di libert. Quand'anche, per puro caso il divertimento assuma forma intellettuale,  raro che si colleghi all'azione, persino indirettamente. Una vecchia tradizione ci ha infatti insegnato ad amare l'intelligenza per l'intelligenza, come l'arte per l'arte, e a separarle dall'azione. Disponiamo di grandi scienziati, ma non esistono tecniche meno scientifiche delle nostre. Leggiamo, se leggiamo, per sapere, e ci  bene; ma il pi delle volte dimentichiamo che  possibile, che anzi si deve ricorrere alla nostra cultura quando agiamo.
Sar poi necessario che questo popolo torni alla scuola della vera libert di pensiero. " bene che vi siano degli eretici": non solo tra i militari si era perduto di vista il significato di questa saggia massima. E pazienza non si fosse trattato che dell'opinione tradizionalista, giacch ci corrispondeva alla sua natura. Ma che dire dei cosiddetti partiti "progressisti"? Nutro per l'opera di Karl Marx la pi viva ammirazione. L'uomo era, temo, insopportabile e il filosofo forse meno originale di quanto alcuni abbiano preteso. Come studioso di scienze sociali, invece, niente di pi potente della sua analisi. Se mai gli storici, seguaci di una scienza rinnovata, decidessero di dotarsi di una galleria di antenati, al busto barbuto del vecchio profeta renano spetterebbe un posto in prima fila nella cappella della corporazione. Basta, questo, perch le sue lezioni costituiscano l'eterno modello di ogni dottrina? Eccellenti scienziati, che nei loro laboratori non prestavano fede che all'esperienza, hanno redatto trattati di fisiologia o scritto capitoli di fisica "alla luce del marxismo". Che diritto avevano, poi, di farsi beffe della "matematica hitleriana"? Partiti che professavano la mutabilit delle forme economiche fulminavano gli incauti che si rifiutavano di giurare sulla parola del maestro. Come se teorie nate dall'osservazione delle societ europee quali si presentavano negli anni Sessanta del secolo scorso, e nutrite delle conoscenze sociologiche di un dotto di quell'epoca, potessero continuare a dettar legge nel 1940!
Quanto era pi saggio Condorcet, che, impregnato del rigido razionalismo del XVIII secolo, affermava nel suo famoso rapporto sull'istruzione pubblica: "N la Costituzione francese n la Dichiarazione dei diritti dovranno essere presentate a qualsiasi classe di cittadini come tavole discese dal cielo, oggetto di adorazione e di fede".
So perfettamente, senza che altri me lo suggerisca, che nel loro intimo i dirigenti dei gruppi non erano poi cos fedeli a questa ortodossia di facciata. Ma non ritroviamo forse qui, in una stessa e fatale combinazione, i vizi intellettuali che tanto hanno contribuito alla nostra disfatta, il gusto dell'equivoco e, anche, la mancanza di un'acuta percezione del mutamento? Contro gli uomini di estrema sinistra come contro gli stati maggiori - pu infatti capitare che in una nazione siano proprio i pi irriducibili avversari politici, senza sospettarlo, a condividere una stessa atmosfera mentale - Hitler, bisogna confessarlo, aveva ragione. Non l'Hitler che arringava le grandi folle, ma quello delle confidenze, che disse un giorno a Rauschning, proprio parlando del marxismo: "Quanto a noi, sappiamo che non vi  nulla di definitivo... ma una perpetua evoluzione. Il futuro  il fiume inesauribile delle infinite possibilit di una creazione sempre nuova".
Si   dovr perdonare all'universitario di attribuire una larga parte di responsabilit all'insegnamento; e al pedagogo di esporre con crudezza i difetti dei nostri metodi pedagogici. Perpetuamente oscillante tra un umanesimo di vecchio stampo sempre fedele al proprio valore estetico e il gusto spesso intemperante per le novit, incapace di salvaguardare i valori estetici e morali della cultura classica come di crearne di nuovi, il nostro insegnamento secondario fa molto poco per sviluppare l'energia intellettuale. Come l'universit con i suoi studenti, sovraccarica di esami i propri alunni. Accorda scarso rilievo alle scienze d'osservazione, cos adatte a stimolare l'intraprendenza degli occhi e del cervello. D spazio, a ragione, alla fisiologia animale, ma commette l'errore di trascurare quasi del tutto la botanica. Mentre le scuole inglesi si sforzano di incoraggiare gli hobbies, le piccole manie intellettuali (erbari, collezioni di pietre, fotografia e quant'altro ancora), le nostre distolgono pudicamente lo sguardo da queste "stravaganze" o le abbandonano allo scoutismo il cui successo, forse pi di ogni altro sintomo, denuncia con chiarezza le carenze dell'educazione "nazionale". Ho conosciuto pi di un bravo studente che, una volta uscito dal liceo, non ha mai pi letto un libro degno di questo nome; molti somari o mezzi somari, invece, che esprimono oggi profondi interessi culturali. Nulla di cui scandalizzarsi, se questi episodi non si ripetessero con preoccupante frequenza.
 forse, il mio, il risentimento dell'innamorato? Da storico, tenderei ad essere particolarmente esigente riguardo all'insegnamento della storia. La Scuola di guerra non  infatti la sola a fornire una cattiva istruzione all'azione. Certo non si possono accusare i nostri licei di trascurare il mondo contemporaneo, al quale se mai si concede sempre pi spazio. Ma quando si guardi soltanto al presente o al pi recente passato risulta poi impossibile spiegarli. Come potrebbe l'oceanografo che si rifiutasse di alzare gli occhi agli astri perch troppo lontani dal mare individuare la causa delle maree? Il passato, si ripete, non condiziona interamente il presente.  vero, ma senza di esso il presente  inintellegibile. Quando poi non accada di peggio, giacch la nostra pedagogia della storia, volontariamente privatasi di un campo di osservazione e di comparazione sufficientemente ampio, non riesce pi a trasmettere alle menti che pretende di formare il senso della differenza n quello del mutamento. Cos la nostra politica renana, dopo il 1918, si  fondata su un'immagine superata dell'Europa. Si pretendeva ancora in vita il cadavere del separatismo tedesco. E i nostri diplomatici riponevano un'ostinata fiducia negli Asburgo, scoloriti fantasmi buoni solo per gli album fotografici dei salotti benpensanti; pi di Hitler, si temevano gli Hohenzollern. Personaggi, questi, di cui una vera storia non avrebbe tralasciato di pubblicare la partecipazione di morte. Legati poi, quasi senza eccezioni, alle manifestazioni pi superficiali della vita dei popoli, che anche nei tempi a noi vicini sono quelle che pi facilmente cogliamo, i nostri programmi scolastici alimentano l'ossessione della politica. Arretrano, pudicamente, di fronte ad ogni analisi sociale e, di conseguenza, mancano di suscitarne l'interesse. Non mi si accusi di chiedere troppo a un insegnante di scuola media! Non credo affatto che le vicissitudini di una tecnica o le apparenti stranezze di una civilt antica o lontana siano per un ragazzo temi meno appassionanti di un cambiamento di ministero. N era certo di mio gusto quel manuale per la quarta elementare nel quale congruentemente si spiegava agli alunni come con la monarchia di Luglio la carica di Pari, da ereditaria, fosse divenuta "a vita". Possibile non ci fosse nulla di meglio da insegnare a quei marmocchi? Niente di pi umano, di pi idoneo a colpire utilmente la loro malleabile immaginazione, di pi istruttivo per la loro educazione di futuri cittadini della Francia e del mondo? Anche in questo caso reclamiamo che, spalancate le finestre, si cambi radicalmente aria. Sar compito dei giovani. Per riformare la preparazione intellettuale del paese e il comando delle forze armate, contiamo su di loro ben pi che sulle cinque accademie, sulle pi alte autorit universitarie o sul Consiglio superiore di guerra.
Non vi  colpa che non si rimproveri al nostro sistema politico d'anteguerra, e neppure io sono tentato di parlarne bene. Basta guardarsi attorno per convincersi che il parlamentarismo ha troppo spesso favorito l'intrigo a spese dell'intelligenza e dell'abnegazione. Gli uomini che oggi ci governano provengono nella gran parte dei casi da queste paludi, e se ora rinnegano le abitudini che hanno fatto di loro ci che sono, non , questa, che un'astuzia da vecchia volpe. Lo sleale impiegato che sia riuscito ad aprire la cassaforte non lascia in giro le chiavi, per paura che qualcuno pi furbo di lui possa trovarle e spogliarlo del bottino.
Quando suoner l'ora del vero rinnovamento, quando di nuovo potremo pretendere di essere governati alla luce del sole ed imporre alle fazioni di uscire di scena - se avranno perso la fiducia del paese - tutto dovremo fare fuorch calcare pigramente le orme dell'anteguerra. Le assemblee di dimensioni mostruose che pretendevano di governarci erano un'assurda eredit della storia. Convocati per pronunciare un "s" o un "no", gli Stati Generali potevano anche contare a centinaia i propri membri, ma una camera di governo che accetti di essere una folla si condanna inesorabilmente al caos; ed  poi legittimo chiedersi se una camera che abbia il compito di ratificare e controllare possa anche governare. Le nostre organizzazioni di partito esalavano l'odore di muffa dei piccoli caff o delle buie agenzie d'affari. E neppure avevano dalla loro la scusa della potenza, giacch crollarono ai primi colpi dell'arbitrio, come un castello di carte. Prigionieri di dogmi che sapevano superati, di programmi che avevano rinunciato a realizzare, i grandi partiti univano uomini che sui temi del momento - e ben lo si vide dopo Monaco - si nutrivano delle opinioni pi discordi; ne separavano altri che invece condividevano le stesse idee. Il pi delle volte non riuscivano a decidere a chi spettasse il potere. Erano solo un buon trampolino di lancio per i furbi, che si spingevano l'un l'altro gi dal piedistallo.
 innegabile che i nostri ministri e le nostre assemblee parlamentari ci abbiano mal preparato alla guerra. Forse l'alto comando fu loro di scarso aiuto ma nulla, certo, rivel pi crudamente la mollezza del governo della sua capitolazione davanti ai tecnici. Nel 1915, per dotarci di artiglieria pesante, le commissioni delle Camere avevano fatto pi di tutti gli artiglieri messi assieme. Perch i loro eredi non agirono nello stesso modo, e pi tempestivamente, per quanto riguarda gli aerei e i carri armati? La storia del ministero dell'Armamento costituisce una lezione di insensatezza:  inaudito che per improvvisarlo si siano attesi i primi mesi della campagna. Avrebbe dovuto formarsi, con i quadri gi definiti, non appena iniziata la mobilitazione. Difficilmente il Parlamento rifiutava i crediti quando gli specialisti li richiedevano con sufficiente coraggio; non aveva per la forza di imporre che fossero ben utilizzati. Poteva inoltre rassegnarsi a colpire alla borsa l'elettore, ma aveva paura di disturbarlo. La sua riluttanza ad imporre ai riservisti i necessari periodi di addestramento ha inferto un duro colpo al principio delle armate nazionali.  vero, tuttavia, che la routine della caserma, tanto poco propizia ad un uso razionale di questi periodi di addestramento, gli aveva spianato la strada. A pi riprese, i presidenti del Consiglio avevano dovuto reclamare i pieni poteri. Si ammetteva dunque che la macchina costituzionale scricchiolasse. Meglio sarebbe stato riformarla, prima che fosse troppo tardi. In quanto soluzione di comodo, gli stessi pieni poteri non valsero a rafforzare e neppure a riordinare l'attivit governativa. Abituati alle manovre di corridoio, i nostri politici credevano d'informarsi mentre non facevano che raccogliere pettegolezzi a seconda delle circostanze. I problemi mondiali, come quelli nazionali, apparivano loro solo nell'ottica delle rivalit personali.
Il regime era dunque debole. Non, per, cos cattivo come lo si  dipinto. Tra i crimini che gli si imputarono, alcuni appaiono del tutto immaginari. Si  ripetuto che l'acceso spirito di parte e soprattutto l'anticlericalismo avrebbero disorganizzato l'armata. Posso testimoniare che a Bohain il generale Blanchard andava a messa ogni domenica. Supporre che per farlo avesse aspettato la guerra, significherebbe offendere nel modo pi gratuito il suo coraggio civico. Poich questa era la sua fede, aveva ogni motivo per adempiere pubblicamente al suo dovere, e l'incredulo che in ci trovasse qualcosa da ridire non sarebbe che uno sciocco o un animo vile. Ma non mi pare che le sue convinzioni religiose, lealmente affermate, gli abbiano impedito di ottenere dai cosiddetti governi "di sinistra" un'armata e di condurla alla disfatta.
E i nostri Parlamenti, i ministri usciti dai loro ranghi? Conservavano, dei sistemi precedenti, alcuni grandi corpi pubblici che erano lungi dal tenere saldamente in pugno. Certo, le esigenze di partito influivano spesso sulla designazione dei dirigenti e, qualunque vento spirasse, era difficile che scelte cos imposte si rivelassero le pi felici. Ma il reclutamento di base era quasi esclusivamente corporativo. Rifugio ambito dai figli dei notabili, l'cole des Sciences Politiques popolava dei suoi allievi le ambasciate, la Corte dei conti, il Consiglio di Stato, l'Ispettorato delle finanze. L'cole Polytechnique, sui cui banchi si stringono rapporti di meravigliosa solidariet, destinati a durare tutta una vita, non riforniva soltanto gli stati maggiori dell'industria, ma apriva la strada a quelle carriere di ingegnere di Stato nelle quali l'avanzamento obbedisce a leggi di un automatismo quasi meccanico. All'insegnamento universitario, tramite un complesso gioco di consigli e comitati, si accedeva quasi esclusivamente per cooptazione, non senza qualche rischio per il rinnovamento del sapere. Si offrivano ai docenti garanzie di continuit che il sistema attuale ha provvisoriamente - almeno cos si sostiene - abolito. Forte della sua ricchezza e del prestigio che persino sugli spiriti in apparenza pi filosofici sempre esercita la decorazione di un titolo, l'Institut de France conservava, nel bene come nel male, la sua dignit di potenza intellettuale. Se poi sulle scelte dell'Acadmie la politica esercitava qualche influenza, certo non era quella della sinistra. "Conosco - ha detto Paul Bourget - tre cittadelle del conservatorismo: la Camera dei Lord, il grande Stato Maggiore tedesco, l'Acadmie franaise".
Ebbe torto o ragione il regime a rispettare queste antiche corporazioni? Potremmo discuterne all'infinito. Gli uni diranno: continuit, tradizione d'onore. Gli altri, cui confesso di sentirmi pi vicino, replicheranno: routine, burocrazia, boria collettiva. Ma una cosa  certa: su due punti, l'errore fu grave.
Che levata di scudi quando un ministro del Fronte popolare pretese di demolire il monopolio dell'cole des Sciences Politiques proponendo la creazione di una scuola di amministrazione! L'idea fu mal accolta. Certo, meglio sarebbe stato istituire delle borse di studio e aprire a tutti l'accesso alle funzioni amministrative, affidando alle universit il compito della formazione secondo il vasto sistema di cultura generale che costituisce la forza del Civil Service britannico. Ma l'idea di fondo era giusta. Qualunque sia la forma di governo, il paese soffre quando gli strumenti del potere siano ostili allo spirito delle istituzioni pubbliche. A una monarchia,  necessario un personale monarchico. Una democrazia si indebolisce, con le peggiori conseguenze per gli interessi collettivi, se i suoi alti funzionari, educati a disprezzarla e provenienti da quelle stesse classi di cui essa ha preteso di abolire il dominio, non la servono che a malincuore.
D'altra parte, il sistema di cooptazione che in modo pi o meno ufficiale regnava su tutte le maggiori istituzioni del paese finiva per rafforzare esageratamente il potere dell'et. Come nell'esercito, gli avanzamenti di carriera, con qualche rara eccezione, erano in genere piuttosto lenti, e se gli anziani che si perpetuavano ai vertici della gerarchia accettavano di favorire qualcuno dei pi giovani, la scelta non poteva che cadere sugli allievi "troppo bravi". Le rivoluzioni possono apparirci auspicabili o esecrabili, dipende solo dal fatto se i loro principi coincidano o no con i nostri. Ma tutte hanno una virt inscindibile dallo slancio che le caratterizza: spingono avanti i veri giovani. Aborro il nazismo. Ma come la Rivoluzione francese, alla quale si arrossisce alla sola idea di paragonarla, la rivoluzione nazista ha situato ai posti di comando, alla testa delle truppe come ai vertici dello Stato, uomini che avevano un cervello fresco e la cui formazione si era compiuta al di fuori della routine scolastica; potevano dunque comprendere "il sorprendente e il nuovo". Non opponemmo loro che signori canuti o giovani vegliardi.
Ma un regime, qualunque sia la capacit di resistenza raggiunta dai suoi ingranaggi,  innanzitutto ci che ne ha fatto la societ che esso pretende di governare. Pu capitare che sia la macchina a condurre il guidatore, ma il pi delle volte essa vale quanto la mano che se ne serve. Non posso che ridere se certi uomini d'affari di mia conoscenza protestano eloquentemente contro la venalit della stampa quando solo poche ore prima hanno "fatto passare" un articolo sul pi autorevole dei nostri giornali a suon di denaro contante, o se scherniscono i "fantocci" del Parlamento dopo aver raccomandato ad un ex ministro il libro che difender i loro bassi interessi. Chi pi merita la corda, il corrotto o il corruttore? I nostri grandi borghesi si lamentano spesso del corpo insegnante. Quando un tempo erano loro, pi di quanto non accada oggi, a tenere i cordoni della borsa, trovavano naturale che ai professori dei loro figli fosse dato meno di quanto concedevano ai propri domestici. Si dir mai abbastanza quanto male ci abbia fatto la proverbiale avarizia francese?
Ma soprattutto il nostro sistema politico soffriva, sino ad esserne letteralmente paralizzato, del grande equivoco dei Francesi.
 
 giusto che in un paese libero le filosofie sociali avverse possano combattersi liberamente. Allo stato attuale delle nostre societ,  inevitabile che le diverse classi sociali abbiano interessi opposti e prendano coscienza dei loro antagonismi. La sventura della patria ha inizio quando non si comprenda la legittimit di questi conflitti.
Mi  capitato, qua e l, di pronunciare la parola "borghesia". Non senza scrupoli. Parole come queste, logorate dal tempo e il cui significato  soggetto a continue variazioni, appesantiscono la terminologia ancora incerta delle scienze umane e racchiudono entro confini troppo labili realt estremamente complesse. Ma, sino a nuovo ordine,  giocoforza utilizzare l'unico lessico che una lingua imperfetta mette a nostra disposizione. Purch se ne definiscano i termini. Chiamo dunque borghese, da noi, il francese i cui proventi non derivino dal lavoro manuale; le cui entrate, quale ne sia l'origine o l'entit, assai variabile, gli permettano un'agiatezza e una sicurezza economica di molto superiore alle incerte possibilit del salario operaio; la cui istruzione, impartitagli sin dall'infanzia quando la famiglia sia di vecchia estrazione o acquisita nel corso di un'ascesa sociale eccezionale, superi per ricchezza, tonalit o pretese il comune livello culturale; che, infine, senta o creda di appartenere ad una classe destinata a rivestire un ruolo direttivo all'interno del paese e che, per mille particolari, di costume, di lingua, di comportamento, sottolinei pi o meno istintivamente il proprio attaccamento ai caratteri distintivi del gruppo e al suo prestigio.
Ma questa borghesia, nella Francia che precedette la guerra, aveva cessato di essere felice. I rivolgimenti economici che si attribuivano all'ultima catastrofe mondiale - non tutti, peraltro, imputabili ad essa - mettevano a repentaglio la quieta stabilit delle fortune. Un tempo quasi unica risorsa di molte famiglie e ultima speranza di tante altre ancora alle prime pendici del successo, la rendita si dissolveva tra mani esterrefatte. La resistenza dei salariati vanificava ogni tentativo di pressione sulle retribuzioni operaie, assottigliando ad ogni crisi il profitto padronale ed i suoi dividendi. Lo sviluppo industriale all'interno di nuovi paesi e i progressi della loro autarchia condannavano ad una crescente anemia il capitalismo europeo e francese. La pressione di nuovi strati sociali minacciava la potenza economica e politica di un gruppo abituato al comando e che da lungo tempo, nel complesso, si era adattato alle istituzioni democratiche, la cui affermazione era stata persino sollecitata da molti dei suoi membri. Ma come al solito i costumi erano in ritardo rispetto al diritto. Nelle mani del contadino e dell'operaio, la scheda elettorale, per pi di una generazione, non aveva incrinato pi di tanto il tradizionale dominio esercitato sulla provincia dai notabili delle classi medie. Li aveva invece avvantaggiati, consentendo loro di scalzare dalle pi importanti cariche dello Stato parte dei loro vecchi avversari altoborghesi o nobili. In questi uomini, estranei ad ogni intransigenza aristocratica, la democrazia lusingava un sincero sentimento di umanit. Ancora non metteva a repentaglio la loro borsa o la solidit del loro modesto prestigio. Ma venne il giorno in cui l'elettore comune, sollecitato dai tragici rivolgimenti economici, fece udire la sua voce pi chiaramente e, anche, pi minacciosamente. I rancori furono esacerbati da una percezione rovesciata della disuguaglianza. Costretto a pagare di persona, e ogni giorno di pi, il borghese fin per convincersi che le masse popolari, il cui lavoro costituiva la reale fonte dei propri guadagni, lavorassero meno che in passato - e ci rispondeva a verit - e perfino meno di lui. Idea, questa, forse non del tutto esatta e che comunque non teneva nel giusto conto le diverse forme della fatica umana. Lo vedemmo indignarsi perch il manovale trovava il tempo per andare al cinema, proprio come il padrone! La mentalit degli operai, da sempre vissuti nell'insicurezza e poco abituati a curarsi del domani, urtava il suo innato senso del risparmio. Nelle folle dal pugno alzato, esigenti, un po' bizzose, e la cui violenza testimoniava di un grande candore, i pi caritatevoli di loro lamentavano di cercare invano, ormai, il "buon povero" deferente dei romanzi di Mme de Sgur. L'ordine, la mite bonomia, la gerarchia sociale acquiescentemente accettata, tutti i valori ai quali si era ispirata un'educazione che formava individui naturalmente poco inclini alla novit sembravano destinati a scomparire entro breve tempo. E con essi, forse, qualcosa d'infinitamente pi prezioso: un po' di quel senso nazionale che, senza che il ricco se ne renda sempre conto, esige dagli umili un'abnegazione ben pi grande di quella richiesta ai loro padroni.
Ansiosa e scontenta, la borghesia si era inasprita. Ormai disavvezza ad ogni sforzo di analisi dei comportamenti umani, prefer condannare quel popolo da cui proveniva e con il quale, a ben vedere, avrebbe dovuto avvertire pi di una profonda affinit.  difficile esagerare l'impatto emotivo che ebbe nel 1936 la formazione del Fronte popolare sulle classi agiate e persino sugli uomini in apparenza pi liberi di spirito. Chiunque possedesse quattro soldi sent spirare il vento del disastro e la paura delle casalinghe super, se possibile, quella dei loro mariti. Si accusa oggi la borghesia ebraica di aver soffiato sul fuoco. Povera Sinagoga, sempre incapace di vedere! Essa trem, posso testimoniarlo, pi della stessa Chiesa. Come il Tempio. "Non riconosco pi i miei industriali protestanti" mi disse uno scrittore che in quell'ambiente era nato. "Un tempo si distinguevano perch pi degli altri si curavano del benessere degli operai. Ora sono i pi accaniti contro di loro". Una profonda frattura, che separ in due blocchi contrapposti i gruppi sociali, si produsse dall'oggi al domani all'interno del paese.
 
Non ho certo voglia di intraprendere l'apologia dei governi del Fronte popolare. Una manciata di terra, pietosamente gettata sulle loro tombe: da parte di tutti coloro che per un momento in essi poterono riporre la loro fiducia. Morti che non meritano altro, caduti senza gloria. E il peggio fu che ben poco fecero i loro avversari. N agli eventi, che pure li superarono,  possibile attribuire ogni sorta di responsabilit. Il tentativo fall, innanzitutto, per le follie dei suoi sostenitori o di coloro che tali si fingevano. Ma il comportamento della gran parte dell'opinione pubblica borghese fu ingiustificabile. Essa rifiutava, stoltamente, il bene come il male. Mi capit di vedere un brav'uomo, tutt'altro che insensibile ai piaceri della vista, rifiutarsi di metter piede all'Esposizione universale. Al visitatore si offriva un tesoro incomparabile, vanto della nostra nazione: i capolavori dell'arte francese. Ma l'esposizione era stata inaugurata da un ministro che quel signore aborriva. Il suo completamento, si diceva, era stato compromesso dalle richieste dei sindacati. E ci bast perch su di essa cadesse l'anatema. Che levata di scudi quando si parl di organizzare il tempo libero! Si irrise alla proposta, la si boicott. Oggi, queste stesse persone portano alle stelle le medesime iniziative da quando l'idea  stata ripresa, pi o meno seriamente e sotto un altro nome, da un regime che suscita le loro simpatie.
E soprattutto, quali che fossero gli errori dei capi, c'era in questo entusiasmo delle masse per un mondo pi giusto una commovente onest, alla quale ci si stupisce che un cuore in buona fede abbia potuto rimanere insensibile. Ma quanti padroni, tra quelli che ho conosciuto, riuscivano a capire ci che di nobile vi  in uno sciopero di solidariet, anche quando esso possa apparire poco ragionevole? "Pazienza - dicevano - se gli scioperanti difendessero i loro interessi". Vi sono due categorie di Francesi che mai comprenderanno la storia della Francia: coloro che si rifiutano di vibrare al ricordo della consacrazione di Reims e coloro che possono leggere senza emozione il racconto della festa della Federazione. Poco importa dove oggi si orientino le loro preferenze. La loro freddezza alle pi sincere espressioni dell'entusiasmo collettivo basta a condannarli. Nel Fronte popolare - quello vero, delle folle, non dei politici - riviveva qualcosa dell'atmosfera del Campo di Marte, sotto il grande sole del 14 luglio 1790. Purtroppo, gli uomini i cui avi prestarono giuramento sull'altare della patria si erano allontanati da quelle sorgenti profonde. Non  un caso se il nostro regime, che si vuole democratico, non  mai stato capace di offrire al popolo feste nazionali che fossero realmente di tutti. Abbiamo lasciato che fosse Hitler a risuscitare gli antichi peana. Alla prima armata, ho conosciuto due ufficiali incaricati di intrattenere il "morale" delle truppe. Per questo compito la scelta del comando era caduta su un banchiere molto parigino e su un industriale del Nord. Pensavano entrambi che per far scivolare "qualche verit" sui giornali del fronte fosse necessario rivestirle di grossolane battute. Quanto al teatro delle Armate, pi scollacciate erano le farse che vi si rappresentavano meglio era. Sempre pi lontana dal popolo, di cui rinunciava a cogliere e a condividere gli autentici movimenti dell'animo ora rifiutandosi di prenderlo sul serio ora tremando di fronte a esso, la borghesia, senza volerlo, si allontanava semplicemente dalla Francia.
Dalle pesanti accuse al governo essa passava, con moto sin troppo spontaneo, alla condanna della nazione che l'aveva scelto. Disperando, contro la sua stessa volont, dei propri destini, finiva per disperare della patria. Esagero? Si rileggano i giornali che essa leggeva sino a ieri e di cui era l'ispiratrice. Una lettura edificante. Al tempo in cui il Belgio rifiut l'alleanza optando per una neutralit purtroppo illusoria, mi sentii dire da un amico di Bruxelles: "Non pu immaginare quanto male alla causa della Francia abbiano fatto i vostri grandi settimanali. Ogni volta ripetono quanto siete corrotti. Che vuole, si finisce per crederci". Noi stessi ci credevamo anche troppo. Gran parte di quelle che erano ancora le nostre classi dirigenti, tra le cui fila si annoveravano i capi d'industria, i pi importanti amministratori e la maggioranza degli ufficiali di riserva,  partita per la guerra con questa ossessione. Ricevevano gli ordini da un sistema politico che ritenevano corrotto sino alle midolla; difendevano un paese gi allora considerato incapace di resistere; i soldati ai loro ordini erano espressione di un popolo che ai loro occhi appariva degenerato59.
 
Quale che sia stato il coraggio dei singoli o l'ardore del loro patriottismo, era questa una buona disposizione mentale per lottare, come sarebbe stato necessario, "sino all'ultimo quarto d'ora"?
Quanto agli stati maggiori, tali pregiudizi vi erano sin troppo diffusi. In teoria, la contaminazione non avrebbe necessariamente dovuto estendersi sino a questo punto. Gli ufficiali di carriera, anche quelli che ricoprivano le pi alte funzioni, non provenivano certo tutti da ambienti privilegiati. Pi d'uno, invece, a motivo delle proprie origini, rimaneva legato agli strati popolari. Per professione e per punto d'onore erano in larga misura estranei ad ogni basso spirito mercantile. L'avvenire del capitalismo, quand'anche avessero trovato il tempo per riflettervi, non ispirava loro particolari considerazioni e quasi nessuno, tra loro, aveva di che spaventarsi all'idea di un'eventuale ridistribuzione delle ricchezze. Quasi tutti dotati di senso del dovere, ferventi patrioti, erano i soldati della Francia. Sarebbero arrossiti al solo pensiero che qualcuno li considerasse al soldo di qualche interesse privato o di classe. Ma che cosa conoscevano delle diverse realt sociali? La scuola, la casta, la tradizione, avevano eretto intorno a loro un muro di ignoranza e di false verit. Avevano idee semplici. "A sinistra" c'erano gli "antimilitaristi"; sempre pronti ad accusare, privi del rispetto per l'autorit che come tutti sanno fa la forza degli eserciti. Quanto al socialista, lo conoscevano da lungo tempo: un cattivo soldato che sempre si lamenta del rancio e che talvolta, al colmo dell'orrore, riesce a raggiungere i giornali con le sue geremiadi. Chiunque patteggiasse con tali individui era perci solo sospetto. Lo stesso Roosevelt aveva qualcosa del "bolscevico" (s, lo sentii dire, e da un capo di stato maggiore). Nutrivano d'altronde una scarsa curiosit intellettuale e sin dall'adolescenza erano stati abituati a fuggire l'eresia, s che questa ortodossia spicciola poteva bastare. Non cercavano mai di informarsi. Tra i giornali spiegati sul tavolo della nostra mensa, "Le Temps" rappresentava l'estrema sinistra. Capitava cos che un gruppo di giovani comandanti, reclutati tra i pi intelligenti, non aprisse mai un giornale che in qualche modo riflettesse le opinioni professate a torto o a ragione dalla maggioranza dei Francesi.
Battiamoci il petto. Non da oggi lo deploro: gli uomini cui negli ultimi anni  toccato l'onore di rappresentare quelle che nel nostro paese erano le tendenze spirituali autenticamente liberali, disinteressate e progressiste, hanno commesso uno dei loro pi gravi errori rinunciando a farsi comprendere da un gruppo professionale in cui ancora vivevano valori morali tanto elevati. L'equivoco, credo, risale all'affaire Dreyfus e non  certo possibile attribuirne la responsabilit, almeno in origine, alla nostra parte della barricata. Ma ci non significa che esso sia per questo giustificabile. Quante volte, vedendo i miei compagni abbeverarsi alle fonti dell'odio e della stupidit che anche nel corso della guerra sordidi settimanali non mancavano di alimentare, mi sono detto: "Peccato che questa brava gente sia cos male informata! Che vergogna, soprattutto, che nessuno si sia dato pena di illuminarli!"
Ma questi furono i fatti, di cui ora non ci resta che valutare le conseguenze. Poco consapevoli delle infinite risorse di un popolo ancora sano, ben pi di quanto non lasciasse supporre il velenoso insegnamento che essi avevano ricevuto, incapaci, per disprezzo o per abitudine, di fare appello tempestivamente alle sue pi profonde energie, i nostri capi non si sono soltanto lasciati vincere. Ben presto hanno ritenuto naturale essere vinti. Deponendo le armi prima del tempo, hanno permesso ad una fazione di prevalere. Alcuni, certo, soprattutto con il colpo di stato, hanno cercato il modo di nascondere le loro colpe. Ma altri, nell'alto comando, e quasi tutti nei ranghi dell'esercito, erano ben lontani dal perseguire consapevolmente obiettivi tanto egoistici. Hanno accettato la disfatta con il cuore pieno di rabbia, ma l'hanno accettata troppo presto, perch vi trovavano atroci motivi di consolazione: schiacciare, sotto le rovine della Francia, un regime aborrito; rassegnarsi al castigo inferto dal destino ad una nazione colpevole.
 
La mia generazione ha una cattiva coscienza. Eravamo tornati molto stanchi,  vero, dall'ultima guerra. E dopo quattro anni di ozio combattente eravamo impazienti di riprendere in mano gli strumenti del mestiere che giacevano ad arrugginire sul nostro banco da lavoro. Volevamo affrettare i tempi, riguadagnare il lavoro perduto. Queste le nostre giustificazioni, che ormai da tempo non ritengo sufficienti.
Molti di noi ben presto capirono in quale abisso rischiavano di precipitarci la diplomazia di Versailles e della Ruhr. Sapevamo che avrebbero perseguito un duplice e tremendo obiettivo: deteriorare i rapporti tra la Francia e i paesi che erano stati suoi alleati prima della guerra e mantenere aperta la vecchia disputa con i nemici sui quali da poco e con grande fatica avevamo riportato la vittoria. Non ignoravamo le enormi potenzialit della Gran Bretagna e della Germania. Gli stessi uomini o quasi che ci avrebbero poi consigliato la triste saggezza di Luigi XVIII anche quando non tutto era forse perduto ci impegnavano allora alla magnificenza di Luigi XIV. Non eravamo cos ingenui da credere, con loro, che in una Francia impoverita, relativamente spopolata e dotata di un potenziale industriale mediocre tale politica sarebbe stata la pi opportuna, ammesso abbia mai potuto esserlo. Non eravamo profeti, e non potevamo prevedere l'ascesa del nazismo. Ma sapevamo che, in una forma di cui non riuscivamo a scorgere con precisione i contorni, la rivalsa tedesca sarebbe un giorno arrivata, nutrita dei rancori di cui le nostre follie moltiplicavano il seme. E sapevamo che quel giorno sarebbe stato terribile. Se ci avessero interrogato sul possibile esito di una seconda guerra, certo avremmo affermato di sperare in un'altra vittoria. Ma senza nasconderci che in questa nuova bufera la civilt europea rischiava di perdersi per sempre. Avvertivamo per, nella Germania di allora, l'avanzare ancora incerto degli uomini di buona volont, amanti della pace e di sincera fede liberale, che i nostri capi avrebbero dovuto incoraggiare. Sapevamo tutto questo ma pigramente, vigliaccamente, abbiamo lasciato che le cose seguissero il loro corso. Temevamo l'ostilit della folla, i sarcasmi degli amici, l'incomprensibile disprezzo dei nostri maestri. Non abbiamo osato essere la voce che grida - sola, inizialmente - nel deserto ma che, qualsiasi cosa accada, potr dire di aver testimoniato la propria fede. Abbiamo preferito la pavida quiete dei nostri studi. Possano i nostri figli perdonare il sangue che ci macchia le mani.
Tutto ci che si  detto sulle debolezze che a poco a poco finirono per minare la salda integrit del paese, sulla letargia intellettuale delle classi dirigenti e sui loro rancori, sull'assurda propaganda i cui veleni intossicavano i nostri operai, sulla gerontocrazia imperante e sul malessere dell'armata all'interno della nazione, tutto questo, o quasi, gi da tempo lo si mormorava tra pochi amici. Quanti hanno avuto il coraggio di parlare pi forte? Non eravamo, beninteso, animati da uno spirito di parte n pu essere, questo, un motivo di rimpianto. Chi di noi, e si tratt di eccezioni, si lasci imbrigliare dai partiti ne divenne il pi delle volte l'ostaggio anzich la guida. Non ai comitati elettorali ci chiamava il nostro dovere. Ma avevamo una lingua, una penna, un cervello. Cultori delle scienze umane o scienziati, a distoglierci dall'azione individuale fu forse una sorta di fatalismo radicato nella pratica delle nostre discipline. Ci avevano abituato a considerare sopra ogni cosa, nella societ come nella natura, il gioco delle grandi forze. Di fronte a ondate tanto violente, cui nulla al mondo sembrava poter resistere, che potevano ormai i poveri gesti del naufrago? Ma ci significava non comprendere la storia. Di tutti gli elementi che caratterizzano l'evoluzione delle nostre societ, nessuno  per essa pi significativo di quell'immenso progresso che conduce all'acquisizione di una nuova consapevolezza da parte della collettivit. Qui  la chiave di un gran numero di contrasti che tanto violentemente oppongono le societ attuali a quelle del passato. Una trasformazione giuridica, dal momento in cui la si riconosce come tale, non si attua allo stesso modo in cui si produrrebbe se di essa non si avesse che una percezione puramente istintiva.
Gli scambi economici obbediscono a leggi diverse a seconda se ai partecipanti sia o meno noto l'andamento dei prezzi. Ma di che altro  fatta la coscienza collettiva, se non di una moltitudine di coscienze individuali che influiscono incessantemente le une sulle altre? Elaborare un'idea chiara dei bisogni sociali e tentare di diffonderla significa gettare un grano di lievito nella mentalit comune; significa anche garantirsi la possibilit di modificarla un po' e di influire quindi in qualche misura sul corso degli eventi, che dipendono in ultima analisi dalla psicologia degli uomini. Ma ancora una volta ci limitammo ai doveri di ogni giorno. Fummo - questo il solo vanto, per gran parte di noi - dei buoni operai. Ma buoni cittadini, lo siamo stati abbastanza?
Non do voce a questi rimorsi con tetro compiacimento. Mai l'esperienza mi ha insegnato che una colpa confessata sia per questo meno pesante da sopportare. Penso a coloro che mi leggeranno: ai miei figli, certo, e ad altri ancora un giorno, forse, tra i giovani. Chiedo loro che riflettano sugli errori di chi li ha preceduti. Poco importa se li giudicheranno con l'implacabile severit che contraddistingue la loro verde et, o se ad essi accorderanno l'ironica indulgenza di cui le nuove generazioni amano elargire ai vecchi lo sdegnoso privilegio. Importa invece che li conoscano per evitarli.
Ci troviamo oggi in una situazione spaventosa: il destino della Francia non appartiene pi ai Francesi. Privati delle armi che ormai impugnavamo con mano malferma, non siamo che gli spettatori un po' umiliati di una lotta la cui posta  costituita dall'avvenire del nostro paese e della nostra civilt. Che sar di noi se la Gran Bretagna sar a sua volta sconfitta? Il nostro rinnovamento nazionale, questo  certo, subir un lungo ritardo. Ma sar solo un ritardo, ne sono convinto. Le energie profonde del nostro popolo sono intatte, pronte ad affluire. Quelle del nazismo non potrebbero invece tollerare a lungo la crescente ed estrema tensione cui vengono sottoposte dagli attuali padroni della Germania. Infine,  vero che i regimi "giunti sul carro dello straniero" hanno potuto godere, a volte anche nel nostro paese, di una certa stabilit. Tuttavia, di fronte all'avversione di una nazione coraggiosa, di altro non si  trattato che della tregua concessa al condannato. Non avvertiamo forse come il flagello dell'occupazione affondi la sua lama ogni giorno pi crudelmente nelle nostre carni? L'apparente bonomia degli inizi non inganna pi nessuno. Per giudicare l'hitlerismo, credo sia sufficiente guardarlo vivere. Ma quanto pi grata  l'immagine di una vittoria inglese! Non so quando verr il momento in cui grazie ai nostri alleati potremo riappropriarci dei nostri destini. Vedremo allora le diverse zone del paese liberarsi l'una dopo l'altra? Si formeranno, ondata dopo ondata, armate di volontari desiderosi di rispondere al nuovo richiamo della patria in pericolo? Spunter da qualche parte un governo autonomo, per poi diffondersi a macchia d'olio? O tutto il paese insorger all'improvviso? Sono queste le immagini che si affacciano alla mente di un vecchio storico. La sua povera scienza non gli consente di pronunciarsi per una di esse. Lo dico chiaramente: spero dovremo versare altro sangue, anche se sar quello delle persone che pi amo - non parlo del mio, cui non concedo tanta importanza. Perch non vi  salvezza senza una parte di sacrificio n libert nazionale che possa dirsi pienamente raggiunta quando non si sia lottato personalmente per conquistarla.
Non saranno gli uomini della mia et a dover ricostruire la patria. La Francia della disfatta avr avuto un governo di vegliardi. Questo  naturale. La Francia di una nuova primavera dovr essere cosa dei giovani. Avranno, sui loro fratelli maggiori dell'ultima guerra, il triste privilegio di non potersi abbandonare alla pigrizia della vittoria. Qualunque sar l'esito finale, l'ombra del grande disastro del 1940 non si canceller tanto presto. Che sia una buona cosa essere costretti ad agire in preda alla rabbia? Non sar cos presuntuoso da abbozzare un programma. Saranno i giovani a trarne i principi dalla propria mente e dal cuore, e sapranno adattarli al corso degli eventi. Solo, li supplichiamo di evitare l'aridit di quei regimi che per rancore o per orgoglio pretendono di dominare le folle senza istruirle e senza comunicare con esse. Il nostro popolo merita fiducia, non dovranno esservi segreti. Ci aspettiamo il nuovo dai giovani, molto di nuovo, ma anche che non rompano i legami con il nostro antico patrimonio che non  affatto, o perlomeno non tutto, l dove i presunti apostoli della tradizione lo vorrebbero. Diceva un giorno Hitler a Rauschning: "A ragione speculiamo pi sui vizi che sulle virt degli uomini. La Rivoluzione francese si appellava alla virt. Sar meglio fare il contrario". Si perdoner ad un francese, e dunque ad un uomo civile - che  poi la stessa cosa - se preferir a questo insegnamento quello della Rivoluzione, e di Montesquieu: "In uno Stato popolare c' bisogno di un'energia, la virt". Che importa se il compito  cos pi difficile? Un popolo libero, che persegua nobili obiettivi, corre un duplice rischio. Ma  forse ai soldati, sul campo di battaglia, che si suggerisce la paura dell'avventura?
 
Guret-Fougres (Creuse): luglio-settembre 1940.
 

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Parte seconda


Il testamento di Marc Bloch


 

Clermont-Ferrand, 18 marzo 1941.

 
Dovunque io muoia, in Francia o in terra straniera, e in qualsiasi momento ci accada, lascio alla mia cara moglie o in sua mancanza ai miei figli la cura di provvedere ai miei funerali, come riterranno opportuno. Saranno funerali puramente civili: i miei cari sanno che non ne avrei voluti di diversi. Ma spero che quel giorno - nella camera ardente o al cimitero - un amico voglia dar lettura di queste poche parole:
Non ho chiesto che sulla mia tomba si recitassero le preghiere ebraiche la cui cadenza, purtuttavia, accompagn all'ultimo riposo tanti dei miei antenati e il mio stesso padre. Per tutta la vita, come meglio ho potuto, ho teso ad una totale sincerit d'espressione e di spirito. Ritengo la compiacenza alla menzogna, qualunque sia il pretesto che essa accampi, la peggior lebbra dell'animo. Come qualcuno tanto pi grande di me, desidererei che la mia tomba, quale unico motto, portasse incise queste semplici parole: Dilexit veritatem. Per questo non potevo accettare che in quest'ora di supremi addii, quando ogni uomo ha il dovere di riassumere se stesso, si invocasse in mio nome l'ardore di una ortodossia di cui non riconosco il credo.
Ma ancora pi odioso sarebbe per me se vi fosse chi, in questo atto di onest, ravvisasse qualcosa di simile ad un vile rinnegamento. Affermo dunque se  necessario di fronte alla morte di essere nato ebreo; che mai ho pensato di negarlo, n mai ho avuto motivo di essere tentato a farlo. In un mondo assalito dalla pi atroce barbarie, la generosa tradizione dei profeti ebrei, che il cristianesimo, in ci che ebbe di pi puro, riprese e diffuse, non resta forse una delle nostre migliori ragioni per vivere, credere, lottare?
Estraneo ad ogni formalismo confessionale come ad ogni presunta solidariet razziale, per tutta la vita mi sono sentito anzitutto e semplicemente francese. Legato alla mia patria da una gi lunga tradizione famigliare, nutrito della sua eredit spirituale e della sua storia, incapace, in verit, di concepirne un'altra in cui respirare a pieni polmoni, l'ho amata molto e servita con tutte le mie forze. Ma il mio essere ebreo mi  parso di ostacolo a questi sentimenti. Nel corso di due guerre, non mi  stato dato di morire per la Francia. Almeno, che io possa rendere a me stesso questa testimonianza: muoio, come ho vissuto, da buon francese.
Poi - se sar possibile procurarsene il testo - si dia lettura delle mie cinque citazioni.
MARC BLOCH


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Parte terza


Scritti clandestini


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I.


Perch sono repubblicano60


 
Domandarmi perch sono repubblicano non significa gi, implicitamente, affermare di esserlo? Non  forse ammettere che la forma del potere pu essere oggetto di una scelta meditata da parte del cittadino, che dunque la comunit non s'impone all'uomo, non lo determina tramite l'educazione e la razza sino alle pi intime disposizioni, s che egli pu a buon diritto prendere in esame il gruppo cui appartiene poich, in definitiva, la societ  costruita per lui e deve aiutarlo a conseguire i propri fini?
Per tutti coloro che condividono questa convinzione vi sono infatti alcuni princip comuni in materia politica. Poich lo Stato  al servizio degli individui, il potere deve fondarsi sulla loro fiducia e sforzarsi di conservarla intrattenendo un costante rapporto con l'opinione pubblica. Questa, certo, pu essere guidata, anzi, deve esserlo, ma mai violentata o ingannata, ed  richiamandosi alla sua razionalit che il capo deve far nascere in essa la convinzione. Egli dovr innanzitutto saper riconoscere le aspirazioni profonde e durevoli del proprio popolo, dovr esprimere con chiarezza ci che a volte esso confusamente nega per poi, se cos si pu dire, rivelarglielo. Questo dialogo pu svolgersi solo nella sicurezza. Lo Stato al servizio degli individui non deve coartarli n farne i ciechi strumenti per il conseguimento di fini che essi ignorano. I loro diritti devono essere garantiti da un ordine giuridico stabile. Alla trib che una passione collettiva lega al proprio capo si sostituisce cos lo Stato governato dalle leggi. I magistrati, essi pure sottoposti alle leggi donde traggono la propria autorit, si oppongono al capo, anch'egli legge vivente, il cui temperamento e le cui passioni trasmettono alla comunit ogni impulso.
Ne consegue forse che lo Stato regolato dalle leggi non pu che avere forma repubblicana? Non  possibile concepire una monarchia legittima in cui, sulla salda roccia dell'ereditariet del potere, possa edificarsi un ordine politico stabile? Molti popoli stranieri, in particolare i nostri vicini inglesi, sono riusciti in un'opera di questo genere: non sarebbe vantaggioso imitarli? Queste le domande che, a quanto sembra, ancora un certo numero di Francesi si pone.  opportuno rispondere a tali interrogativi e dimostrare come nella Francia del 1943 un ordine politico degno di questo nome non possa che avere forma repubblicana.
Possiamo gioirne o dolercene, celebrarlo o condannarlo, ma il passato  passato e non ci  dato di mutarlo. La storia di questo paese l'ha forgiato in modo tale che non  pi possibile rimodellarlo.
 un fatto che la monarchia, per realizzare l'unit della Francia, ha costretto alla sottomissione gli innumerevoli poteri locali sorti in epoca feudale. Ed  vero che, paga di averli soggiogati, non cerc di annientarli. Due opposte concezioni del potere reale si fronteggiavano nelle coscienze. L'una faceva del re il servitore dell'interesse generale, colui che, superiore a tutti poich al servizio di tutti, era incaricato di cancellare ogni eccezione alla legge, ogni privilegio. L'altra, invece, vedeva in lui il guardiano di tutti i diritti acquisiti, la chiave di volta dell'edificio sociale e dei suoi innumerevoli organismi dalle molteplici funzioni, il potere che, per il fatto stesso di sfuggire all'elezione, consolidava con la sua sola presenza il principio della gerarchia nello Stato; in breve, il protettore stesso del privilegio.
La monarchia, tra queste due concezioni, mai seppe scegliere. La sua stessa inerzia la consegn ai privilegiati che dopo averla a lungo accerchiata riuscirono a comprometterla. Popolare nei tempi lontani in cui il popolo vedeva in essa una protezione contro i signori feudali, aveva gi in buona parte perduto la fiducia della nazione verso la fine del XVIII secolo. Quando la Francia, nel corso di una crisi decisiva, prese coscienza di s e volle fondare un nuovo ordine sociale sulla base dell'uguaglianza di fronte alla legge, la monarchia cadde per il verso cui inclinava: si schier con i privilegiati contro il proprio popolo e a tal fine non esit a sollecitare l'intervento straniero. Tra il potere del re e la sovranit della nazione il dilemma era ormai posto, e il colpo di mannaia che tagli la testa di Luigi XVI tronc al contempo questo tragico dibattito.  innegabile che da quel momento il ritorno della monarchia avrebbe implicato la proclamazione della colpevolezza della Francia, e che il riconoscimento della sovranit nazionale avrebbe d'altra parte legittimato anche il castigo che aveva colpito il tradimento del re.
Una dura prova per il popolo francese costretto a scegliere. Un taglio netto, un altro, e non ci  dato di sottrarci. Ma dobbiamo riconoscere che la nazione nel complesso ha scelto e si  pronunciata per l'uguaglianza di fronte alla legge e per la sovranit nazionale. Una minoranza, purtroppo, ha rifiutato di inchinarsi a questa decisione. Vi era chi continuava a rivendicare ad ogni costo i privilegi di una classe superiore. Altri, pi numerosi, pensavano che l'ordine sociale fondato sul privilegio avesse carattere sacro e che non fosse possibile affrancarsene senza macchiarsi di empiet. Nasceva cos, in Francia, un partito ostile all'intero corso della storia francese, un partito puntualmente battuto e inasprito dalle sconfitte, che a poco a poco si abitu a pensare e a sentire contro la nazione, s che i successi cui esso aspirava altro non erano che le sciagure del paese. Sin dagli anni 1814 e 1815, aveva salutato nell'invasione straniera l'occasione per restaurare la monarchia e l'ordine sociale di cui la considerava garante, e tale ordine si sforz poi di mantenere tramite una politica cos palesemente contraria all'opinione pubblica che in soli tre giorni la monarchia restaurata fu rovesciata senza che nessuno, nel paese, si levasse a difenderla.
La sconfitta del 1870, in seguito alla quale il potere fu ancora una volta vacante, fece s che mai come allora il problema si ponesse con tanta evidenza. Fu il conte di Chambord, pretendente al trono, a legare indissolubilmente l'idea monarchica alla tradizione controrivoluzionaria: societ gerarchizzata fondata sulla volont divina, con esclusione di ogni appello alla nazione. Su questo principio egli gioc le proprie carte e perse la corona; nel corso di un lungo e pacifico dibattito, scevro di ogni violenza, la nazione si pronunci per la Repubblica, s che mai nessuna decisione fu pi chiara e ponderata. Da allora il tempo  passato, molte illusioni hanno potuto nascere. Vi  chi ha creduto che le classi dirigenti francesi, padrone dell'esercito e delle grandi amministrazioni statali, abbiano preteso di confiscare il patriottismo a proprio vantaggio, recidendo ogni rapporto con la tradizione del tradimento.  bastato poco a dissipare questo equivoco. Il patriottismo degli aristocratici si  rivelato un atteggiamento volto ad ottenere dal popolo la sottomissione allo Stato finch a governarlo fossero quelle stesse classi dirigenti. Quando nel 1932 esse temettero di perdere tale ruolo, e quando nel 1936 videro confermati i propri timori, non esitarono in quella che era per loro una scelta istintiva, il ricorso allo straniero contro il proprio popolo. Non desideravano veramente la vittoria, e ci cre in tutto il paese un'atmosfera favorevole alla sconfitta; poi, sopraggiunta la disfatta, fu con una sorta di sollievo che si prepararono ad esercitare il potere sotto la tutela e a vantaggio del nemico.
Non  possibile cancellare questo passato con un tratto di penna. Lo si voglia o no, la monarchia ha assunto agli occhi dei Francesi un preciso significato. Come ogni regime, essa  il regime dei suoi partigiani, il regime di quei Francesi che altra vittoria non perseguono se non contro la Francia, che vogliono distinguersi dai loro compatrioti ed esercitare su di essi il proprio dominio. Sapendo che tale dominio non sarebbe accettato, pensano non possa essere istituito che contro il popolo, per coartarlo e sottometterlo, mai per favorirlo. Non sar certo un uomo, per quanto simpatico e di ampie vedute, a poter cambiare questo stato di cose.
La Repubblica, invece,  per i Francesi il governo di tutti, la grande idea che in ogni causa nazionale ha esaltato i sentimenti popolari. Fu la Repubblica che nel 1793 respinse la minaccia dell'invasione, che nel 1870 galvanizz contro il nemico gli animi dei Francesi e che dal 1914 al 1918, per quattro anni di durissime prove, seppe mantenere la coesione e l'unit del paese. Le sue glorie sono quelle del nostro popolo, le sue sconfitte sono i nostri dolori. Allorch fu possibile incrinare la loro fiducia nella Repubblica, i Francesi persero ogni entusiasmo, ogni ardore; gi presentivano, incombente, la disfatta. Ribellatisi al giogo nemico, torn spontaneamente sulle loro labbra l'antico grido: "Viva la Repubblica!" La Repubblica  il governo del popolo. Il popolo che uno sforzo collettivo avr restituito alla libert non potr conservarla se tutti non eserciteranno una continua vigilanza. Oggi sono i fatti a provarlo: indipendenza nazionale nei confronti dello straniero e libert all'interno del paese sono indissolubilmente legate, effetto di un solo ed unico movimento. Coloro che a tutti i costi vogliono dare al popolo un padrone, presto accetteranno di reclutarlo anche all'estero. Non vi  libert del popolo senza sovranit popolare, cio senza Repubblica.
 

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II.


L'alimentazione umana e gli scambi internazionali secondo il dibattito di Hot Springs61


 
 
1. Alla prima conferenza delle Nazioni Unite, svoltasi a Hot Springs, in Virginia, dal 18 maggio al 3 giugno 1943, hanno partecipato i delegati di quarantaquattro nazioni, riunitisi su invito del presidente Roosevelt. Era compito della conferenza esaminare la possibilit di un'azione internazionale relativamente al miglioramento dei regimi alimentari, all'orientamento della produzione agricola, a una pi equa distribuzione dei prodotti della terra tra i popoli e gli uomini.
Certo non pretendiamo di esaurire in queste pagine l'insieme dei problemi discussi o solo abbozzati, ma a due di essi va innanzitutto l'attenzione di chiunque scruti i segni dell'avvenire o si impegni a farlo nascere. Essi riguardano la politica dell'alimentazione e la politica degli scambi internazionali.
 
2. Ispirandosi ai lavori della SdN, a volte apportandovi alcune precisazioni, la conferenza ha constatato ancora una volta la presenza, nel mondo attuale, di vasti gruppi in condizione di permanente sottoalimentazione. Si tratta di interi popoli, in particolare in Asia, o, tra le nazioni che appartengono alla civilt occidentale, di gruppi sociali estesi. Ancora pi numerosi, nei nostri paesi, sono i gruppi "vulnerabili", troppo spesso vittime della "malnutrizione": bambini, adolescenti, donne incinte.
Un intervento a favore dei popoli sottoalimentati non pu che discendere dalla politica degli scambi internazionali, di cui parleremo tra un istante. Viceversa, l'esistenza di gruppi sottoalimentati o malnutriti nei singoli paesi solleva il problema di una politica nazionale dell'alimentazione. Questa politica pu essere definita dall'adozione di misure diverse, ma richiede innanzitutto un'organizzazione metodica della produzione e della distribuzione degli alimenti e, quindi, un adeguamento dell'agricoltura ai bisogni reali dei consumatori piuttosto che al loro potere d'acquisto. Due paesi, che hanno imboccato questa strada durante la guerra, sembrano intenzionati a non abbandonarla dopo la vittoria. Si tratta della Russia e - ancor pi degno di nota - della Gran Bretagna. Ora,  quasi superfluo sottolineare come tale politica presupponga in economia una forte dose di dirigismo che probabilmente si riveler incompatibile con la grande libert degli scambi internazionali.
 
3. Il problema interno ai singoli paesi richiama dunque immediatamente il problema internazionale. Ma quest'ultimo  stato affrontato direttamente, e dalla sua analisi sono emerse opposizioni di grande rilievo.
 
 
1. Problemi.
 
Grosso modo, il mondo comprende tre categorie di paesi o regioni: a) i paesi industriali, che hanno un reddito nazionale pro capite elevato, come l'Inghilterra e i paesi dell'Europa occidentale; b) i paesi agricoli ricchi, a bassa densit di popolazione in rapporto alle risorse naturali. Il reddito nazionale pro capite  spesso altrettanto elevato, a volte superiore a quello dei paesi industrializzati. Citeremo come esempio l'Australia e la Nuova Zelanda; gli Stati Uniti e il Canada appartengono a questa come alla precedente categoria; c) i paesi agricoli poveri, con un'altissima densit di popolazione in rapporto alle risorse naturali: Cina, India, Polonia, ecc.
I paesi agricoli poveri sono quelli il cui regime alimentare  pi deficitario. La loro situazione ha registrato lentissimi miglioramenti durante il periodo del capitalismo liberale. La libert non vi ha portato vantaggi che in misura assai limitata, ed oggi si ritiene che la semplice abolizione delle barriere doganali influirebbe ben poco sulla loro economia. Essi necessitano di un aiuto da parte dei paesi industriali e dei paesi agricoli ricchi. I primi fornirebbero loro il capitale di cui abbisognano per migliorare la tecnica agricola e, soprattutto, per creare un'industria leggera (trasformazione di prodotti alimentari, tessile, ecc.) che assorbirebbe la popolazione agricola eccedente. I paesi agricoli ricchi, durante il periodo di transizione, fornirebbero invece le derrate alimentari necessarie all'immediato miglioramento delle condizioni di vita di questi paesi. Infine, alcuni dei paesi industriali e i paesi agricoli ricchi, la cui popolazione  il pi delle volte assai poco numerosa, aprirebbero le frontiere all'emigrazione proveniente dai paesi agricoli poveri.
I paesi agricoli poveri presenti alla conferenza di Hot Springs avevano dunque qualcosa da reclamare, ma, per quanto paradossale possa sembrare, non erano i soli. Si sono lamentati anche i paesi agricoli ricchi, e bisogna riconoscere che le loro recriminazioni appaiono tutt'altro che immotivate. Il principale motivo di risentimento nei confronti dei paesi industriali  costituito dal rapporto di scambio tra prodotti industriali ed agricoli, sfavorevole, prima della guerra, ai paesi agricoli; situazione, questa, sostanzialmente determinata dal monopolio esercitato dai paesi industriali. Le regioni del mondo pi favorite dal punto di vista naturale o che in seguito a particolari contingenze storiche hanno per prime accumulato il capitale indispensabile alla moderna produzione industriale e allo sviluppo di una potente industria, si sono trovate in una situazione pi vantaggiosa dei paesi agricoli, ai cui prodotti sono riusciti ad imporre le proprie condizioni di vendita. Al contrario, quando hanno deciso di alzare il prezzo dei loro prodotti, i paesi agricoli hanno perso il controllo dei propri mercati. L'agricoltura necessita di un capitale di molto inferiore a quello dell'industria, e per i paesi industriali c' quasi sempre la possibilit di un incremento della produzione agricola.
I paesi agricoli, inoltre, lamentano una scarsa elasticit nella domanda di derrate alimentari. Un leggero aumento della produzione o una lieve contrazione della domanda determinano un catastrofico abbassamento dei prezzi. Ci accade nel caso di buoni raccolti o quando una depressione, per quanto lieve, colpisce i paesi industriali. Per questo, nei periodi di crisi, i prezzi dei prodotti agricoli si abbassano molto pi rapidamente di quelli industriali.  ovvio che i paesi agricoli reclamino il consenso dei paesi industriali per alzare i prezzi dei loro prodotti, che auspichino la creazione di organismi internazionali con il compito di mantenere ad un livello elevato i prezzi dei prodotti agricoli, che, in una parola, si orientino verso un'economia di monopolio, nel tentativo di controbilanciare il monopolio naturale di cui godono i paesi industriali, un monopolio naturale cui spesso si affianca quello artificiale dovuto agli accordi tra produttori. Era logico aspettarsi che a Hot Springs i produttori agricoli avrebbero cercato di coalizzarsi per ottenere rapporti di scambio pi favorevoli alla vendita delle loro merci.
Quando tuttavia non si tratti che delle relazioni tra paesi industriali e paesi agricoli ricchi, il problema  di secondaria importanza. In queste due categorie di paesi la popolazione ha gi raggiunto un livello di vita elevato, che in genere le consente un regime alimentare sensibilmente superiore a quello definito come minimale dai fisiologi. Ma  evidente che l'estensione del sistema di monopolio dall'industria all'agricoltura avrebbe conseguenze catastrofiche per i paesi agricoli poveri. Monopolio significa infatti contrazione della produzione e conseguente rinuncia ad un'economia di abbondanza che sola permetterebbe di migliorare le condizioni di vita delle masse pi svantaggiate. Il mondo si orienterebbe verso un'economia statica o a sviluppo estremamente lento che, se tollerata dai paesi industriali o agricoli ricchi, non farebbe che perpetuare la miserevole condizione dei paesi agricoli poveri.
 dunque fondamentale, quando si esaminino i risultati della Conferenza di Hot Springs, tener presente una domanda: verso quale economia, di restrizione o di abbondanza, si orientano le soluzioni proposte?
 
 
2. Le risoluzioni della Conferenza.
 
I paesi industriali, importatori di derrate alimentari, e i paesi agricoli ricchi, esportatori delle stesse derrate, si sono affrontati sul problema degli stock regolatori. In seno alla Conferenza regnava un accordo unanime in merito alla necessit di costituire organismi incaricati di regolarizzare il mercato ed i prezzi dei principali prodotti agricoli. Non vi  infatti chi desideri tornare all'anarchia che ha caratterizzato il periodo tra le due guerre. Il disaccordo  sorto piuttosto quando si  trattato di definire le attribuzioni di tali organismi. I paesi importatori di prodotti agricoli hanno accettato di conferire loro i poteri necessari ad impedire il crollo dei prezzi in seguito a un buon raccolto o, viceversa, una loro impennata in caso di raccolto scarso, svincolando cos gli andamenti dei prezzi alle variazioni atmosferiche. Si tratta dello stesso principio che in Francia regola il funzionamento dell'Office du Bl, il cui compito, in teoria, non consiste nel determinare un andamento dei prezzi superiore a quello che si stabilirebbe attraverso il libero gioco della domanda e dell'offerta. Sostanzialmente, l'Office du Bl si incarica di costituire degli stock negli anni di buon raccolto, per conservarli sino al momento in cui il consumo superi la produzione corrente. Stock regolatori cos concepiti non pregiudicherebbero in alcun modo gli interessi dei paesi consumatori, poich il livello medio dei prezzi non subirebbe variazioni. Sarebbe d'altro canto maggiormente garantita la sicurezza dei paesi produttori, al riparo da oscillazioni violente. Anche i paesi importatori hanno acconsentito all'eventuale intervento degli stock regolatori nei momenti di crisi.  infatti di vitale importanza, quando per un motivo o per l'altro una depressione economica si manifesti in un punto qualsiasi del pianeta, riuscire a far s che i suoi effetti non si propaghino. Se organismi come quelli considerati riusciranno a sostenere i prezzi dei prodotti agricoli per il tempo necessario affinch le misure adottate contro la depressione facciano sentire i loro effetti, il potere d'acquisto dei paesi esportatori non sar intaccato e la caduta del livello generale dei prezzi attutita.
Ma a ci non si limitavano le richieste dei paesi esportatori. Agli organismi che gestiranno gli stock regolatori dovrebbe infatti spettare anche il potere di procedere ad acquisti in tempi normali, quando i prezzi dei prodotti agricoli appaiano troppo bassi in relazione a quelli industriali. Quale dovrebbe essere il rapporto tra prezzi industriali ed agricoli, nessuno  stato capace di stabilirlo. Ci che  emerso,  che i produttori agricoli considerano troppo svantaggioso il rapporto stabilitosi prima della guerra. Inoltre, poich l'esperienza degli anni precedenti al conflitto ha dimostrato che per alzare i prezzi dei prodotti agricoli era necessario limitarne la produzione, i rappresentanti dei paesi agricoli esportatori hanno insistito affinch si conferiscano determinati poteri ai nuovi organismi, consentendo loro di fissare dei contingenti di produzione o d'esportazione per i differenti paesi.
Si  dunque posto un dilemma. L'organizzazione della produzione mondiale  indubbiamente un sistema economico superiore alla libert pura e semplice allorch la regolamentazione si orienti ad un'espansione della produzione. Se, semplicemente, si trattasse di pronunciarsi per la libert o per un piano di produzione mondiale finalizzato alla crescita della produzione,  a quest'ultimo che dovremmo accordare la nostra preferenza. Ma a Hot Springs si trattava di scegliere tra la libert temperata da misure destinate ad introdurre un certo ordine sui mercati e un sistema organizzativo a tendenza restrizionista. La scelta, in tali condizioni, non pu suscitare dubbi. Ci che pi conta  evitare il pericolo di un sistema di monopoli agricoli che comprometterebbe per lunghi anni un'espansione economica mondiale.
Certo, tutte le risoluzioni proposte accordavano ai consumatori una rappresentanza all'interno degli organismi incaricati della gestione degli stock regolatori. E, quanto ai paesi produttori, probabilmente non solleverebbero alcuna obiezione se tale rappresentanza fosse pari alla loro. Ci  parso tuttavia che la rappresentanza dei consumatori non potrebbe in alcun modo impedire il trionfo delle tendenze restrizioniste, e questo essenzialmente per un motivo: non vi  quasi paese al mondo che non abbia un atteggiamento ambivalente in materia di restrizioni alla produzione, che non debba al contempo difendere gli interessi dei suoi consumatori e dei suoi produttori. Un paese, ad esempio, che sia importatore di determinate categorie di prodotti alimentari ne esporta altre. Oppure, se importa tutti i prodotti alimentari di cui necessita, esporta altri beni, materie prime in particolare, il cui regime sar verosimilmente lo stesso di quello dei prodotti alimentari. In altre parole, in ogni paese esiste un conflitto d'interessi tra consumatori e produttori. Ora, se vi  un elemento su cui non possono sussistere dubbi dopo l'esperienza degli ultimi vent'anni in campo economico,  proprio la supremazia politica dei produttori. Pi potenti, meglio organizzati dei consumatori, riescono quasi sempre a imporre le loro tesi. Non  affatto certo, pertanto, che i delegati dei paesi importatori di derrate alimentari difendano con energia il punto di vista dei consumatori negli organismi incaricati della gestione degli stock regolatori. Sottoposti anch'essi all'influenza di determinate categorie di produttori, con ogni probabilit finiranno per trattare con i rappresentanti dei paesi produttori di derrate alimentari. Concederanno loro maggiorazioni sui prezzi dei prodotti alimentari in cambio di maggiorazioni sui prezzi dei prodotti di cui sono esportatori.
Bench nella risoluzione finale relativa agli stock regolatori compaiono talune enunciazioni di significato controverso, il pericolo di un'organizzazione agricola mondiale a tendenza restrizionista pu dirsi almeno per ora evitato. Questo risultato  stato ottenuto soprattutto grazie all'intervento inglese.
Ci che avrebbe dovuto costituire l'oggetto fondamentale della Conferenza, ovvero: "Come conferire ai paesi agricoli il potere d'acquisto di cui necessitano per migliorare il regime alimentare dei loro popoli?" non  stato trattato che superficialmente. La delegazione francese ha proposto un piano che prevede la modernizzazione dell'agricoltura in questi paesi, la loro industrializzazione, migrazioni atte a ridurre la pressione demografica nelle regioni pi povere di risorse naturali, interventi per porre fine alla pratica del monopolio nei paesi industriali. Ma queste proposte, bench inserite nelle risoluzioni finali, non sono state discusse a fondo. Si pu forse sostenere che esse esulassero dall'ambito dei lavori della Conferenza di Hot Springs e che spetti ad altre assemblee internazionali affrontarle.  innegabile, tuttavia, che esse costituiscano il nucleo essenziale del problema all'ordine del giorno di questa prima conferenza.
 
 
3. Posizioni assunte dalle diverse potenze a Hot Springs.
 
I paesi che hanno difeso la tesi del controllo della produzione sono quelli che esportano derrate alimentari e materie prime, e dunque, essenzialmente, gli stati dell'America centrale e meridionale, Cuba e i dominions britannici tra i quali, al primo posto, l'Australia. Ma l'hanno fatto con riserva, guardandosi dall'imboccare la strada che condurrebbe ad un'economia di restrizioni. Un segno di per s positivo, che rivela come nel mondo attuale, caratterizzato da infinite possibilit tecniche, il maltusianismo economico sia sempre pi impopolare. Quasi si potrebbe dire che i paesi esportatori non avessero la coscienza pulita. E questo disagio spiega forse i successi dei loro avversari, decisi a impedire che nelle risoluzioni finali figurassero in maniera esplicita misure di controllo della produzione.
La Gran Bretagna ha guidato la lotta alle tendenze restrizioniste. In conformit alle informazioni raccolte da altre fonti, il comportamento della delegazione inglese a Hot Springs ha dimostrato come la Gran Bretagna tema una coalizione dei paesi produttori di derrate alimentari e di materie prime, la cui formazione porterebbe i prezzi di tali merci, rispetto ai prodotti industriali, a un livello assai superiore a quello prevalente prima della guerra. Per effettuare la stessa quantit di importazioni, l'Inghilterra dovrebbe ampliare di molto il volume complessivo della produzione nazionale destinata all'estero. E poich al termine della guerra le merci britanniche troveranno probabilmente sbocchi pi limitati, il paese incontrerebbe gravi difficolt a equilibrare la propria bilancia dei pagamenti.
Ma l'attacco alle tendenze restrizioniste ha imbarazzato gli stessi delegati britannici, poich i dominions inglesi erano schierati nel campo avverso.  interessante notare come in seno alla commissione che si occupava degli stock regolatori i rappresentanti delle due opposte tendenze fossero da un lato l'Inghilterra e dall'altro l'Australia. Da quanto  emerso a Hot Springs, possiamo per ora concludere che il conflitto di interessi tra l'Inghilterra e i suoi dominions costituir un forte motivo di imbarazzo allorch il paese sar chiamato alla scelta di una politica economica complessiva.
Quanto ai delegati americani, erano naturalmente tentati di porsi alla testa dei paesi esportatori di prodotti alimentari. La gran parte dei loro interventi mirava a sostenere i delegati di questi paesi, e le ragioni di tale atteggiamento sono facilmente comprensibili. Gli Stati Uniti sono anzitutto essi stessi esportatori di derrate alimentari. In secondo luogo, tutta la loro politica sudamericana esige che assumano la difesa economica dei paesi dell'America latina.
A Hot Springs, tuttavia, gli Americani hanno quasi sempre assecondato gli Inglesi. Sembra che tra Inghilterra e Stati Uniti si sia stabilita almeno una tacita intesa affinch diversi problemi assai delicati, che potrebbero pregiudicare il futuro stesso dei due imperi, non siano sollevati da qui alla fine della guerra.
 
 
4. Posizioni e prospettive della Francia.
 
La posizione della delegazione francese alla Conferenza di Hot Springs  stata determinata da quelli che sono gli interessi evidenti del paese. Nell'ottica dei problemi trattati, la situazione della Francia non si differenzia in alcun modo da quella inglese. Certo, il nostro paese non importa che quantit limitate di prodotti alimentari, ma  grande importatore di materie prime di derivazione agricola - in particolare cotone - cui pure si applicheranno le risoluzioni di Hot Springs. D'altra parte,  all'estero che la Francia si procura la gran parte del petrolio e delle materie prime di origine estrattiva di cui necessita. E, presumibilmente, le soluzioni che hanno prevalso in campo internazionale per i prodotti alimentari verranno applicate anche a questi prodotti. In ogni caso, esse costituiranno un precedente. Per questo la delegazione francese si  opposta ai progetti relativi all'organizzazione della produzione orientati in senso restrizionista. Ma  evidente che si tratta di una posizione soltanto provvisoria. Anche in questo campo, come in qualsiasi altro, la Francia deve guardarsi da ogni conservatorismo.  importante ricercare sin d'ora le condizioni per un'organizzazione internazionale orientata all'espansione e cogliere le occasioni che potrebbero presentarsi per l'affermazione di tale concezione. In questa direzione, la Francia potrebbe raccogliere il consenso di gran parte dell'opinione pubblica in Inghilterra e negli Stati Uniti, per non parlare degli altri paesi.
 

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III.


La vera stagione dei giudici62



Un volumetto, di recentissima pubblicazione, va a ruba nelle librerie. Non solo perch  pieno di talento, un talento di cui nessuno, per quanto in genere il suo uso possa apparirci spregevole o futile, ha mai preteso di negare all'autore, il sig. de Monzie, l'invidiabile privilegio. L'irrefrenabile verve e la cattiveria pi graffiante non sarebbero bastate, sole, a un simile successo. Il libro piace, innanzitutto, poich consente la soddisfazione a lungo differita di una sorta di rimozione collettiva. Non  infatti, dall'inizio alla fine, che un pamphlet contro il regime poliziesco di Vichy. Un pamphlet terribile, in verit, dove persino il Maresciallo non viene risparmiato che a prezzo di una preterizione pi ingiuriosa dell'invettiva. Pensate un po': per poter leggere nero su bianco ci che ciascuno pensa di un dispotismo ogni giorno pi odioso, occorreva sino ad oggi passarsi sottobanco dei foglietti clandestini; persino il pi pauroso dei Francesi, invece, se la caver d'ora in avanti con soli 23 franchi e mezzo, nella pi vicina libreria. Come stupirsi se il pubblico si d alla pazza gioia? Che le vetrine, anche nella zona Sud, espongano questo libro, che Vichy non abbia avuto il coraggio o il permesso di proibirlo, ecco un curioso segno dei tempi.
Guardiamoci, tuttavia, dal gridare al coraggio e al disinteresse. Basti, contro tale tentazione, il nome stesso del sig. de Monzie. Il libro  un atto di candidatura. E non  lontano dall'essere un atto di tradimento. Lusingando l'unanime disgusto dei Francesi per il molesto dispotismo che li opprime, il sig. de Monzie, vecchio "voltagabbana", a detta di chi ben lo conosce, contava certo di rifarsi ai nostri occhi una verginit politica. Ma  soprattutto sui Tedeschi che egli conta per salire al potere, non diversamente da un Doriot o da un Bucard. Poco ci importa se cercando come costoro un appoggio presso i nostri nemici egli si rivolge ad altre fazioni. Tra Abetz o Himmler il nostro odio rifiuta di operare distinzioni. Sull'esempio del miserabile giornalista dell'"uvre" o del "Matin", l'indipendenza che egli ostenta nei confronti di Vichy non  resa possibile che da uno sviscerato servilismo verso Berlino. Si denigra il processo di Riom per contrapporlo alla "fierezza" tedesca, che a suo tempo rifiut di consegnare i colpevoli del 1914. Gli abusi della polizia di Vichy sono aspramente condannati, ma a prezzo del silenzio che circonda i crimini della Gestapo. Un silenzio ancor pi imperdonabile, giacch non ha neppure il buon gusto di essere totale. Per una di quelle incaute accortezze che a volte tradiscono anche gli uomini pi scaltri, il sig. de Monzie ha voluto fare di meglio che tacere. La Gestapo non manca di comparire in qualche pagina del libro, e la sua immagine  quella dell'innocua prigione di Langon, dove l'autore stesso, commesso non so quale insignificante reato al passaggio della linea di demarcazione, fu a quanto pare rinchiuso per la durata di una notte. Un'immagine realistica - non  vero? - di ci che i campi di concentramento, le celle segrete e le camere di tortura hanno riservato ai martiri della Resistenza. Che ne pensate, famiglie dei nostri morti?
Non ci attarderemo nell'analisi di queste manovre che di sottigliezza in sottigliezza finiscono per apparire quasi ingenue. E neppure domanderemo al sig. de Monzie come a suo avviso avrebbe potuto conservarsi il regime dell'armistizio senza ricorrere alla repressione poliziesca. Perch la mitezza pu essere esercitata da quei capi che siano effettivamente popolari, ma su cosa mai pu fondarsi un regime odiato dalla maggioranza dei governati, se non sugli aguzzini? E Peyrouton, Pucheu e Bousquet avrebbero buon gioco a rispondere: "Poich avete acconsentito alla capitolazione - e vi avete plaudito - poich avete accettato la collaborazione - e avete anzi rimpianto di non averla diretta - che mai avreste fatto al nostro posto se non metterci forse un po' pi di ipocrisia?" Ma tralasciamo ancora una volta tali questioni che pertengono essenzialmente al regno dell'effimero. Il libro del sig. de Monzie interessa i nostri "Cahiers", che per principio vogliamo rivolti al domani, solo in quanto esso tende a proiettarsi nel futuro. Ed  evidente che il programma di cui il sig. de Monzie si fa promotore va ben oltre l'immediato presente. Esso pu riassumersi in una parola: "indulgenza".
Indulgenza, innanzitutto, all'interno del paese. Per tutti i colpevoli, veri o presunti, per i veri cattivi come per i buoni ingiustamente perseguitati. Una larga amnistia, una totale acquiescenza. Per i trafficanti del mercato nero (il sig. de Monzie, che sa come si parla a una giuria, mostra di curarsi soprattutto dei piccoli, quanto agli altri passeranno assieme al resto); per gli oppositori di Vichy, almeno per coloro cui non provveda direttamente la Gestapo, oggi; per i suoi scherani, domani; per i politici d'anteguerra, quali che siano stati i loro errori; per i fautori del tradimento, quando a loro volta cadranno dal piedestallo. Certo, vi  in ci molta astuzia, e della pi interessata.  l'esca tesa ad un popolo che il sig. de Monzie immagina sin da ora troppo debilitato per non acconsentire di buon grado a soluzioni di comodo. Anche per il sig. de Monzie, quale miglior garanzia di sicurezza? Da qualunque verso lo si attacchi, per la sua attivit precedente al '39 o per il suo ruolo dall'armistizio in avanti, gi ci pare di sentirlo: "Ebbene? Non sapete che siamo tutti riconciliati?" Non si abbia paura a riconoscerlo: questa molle inclinazione al perdono esprime certo, in una vecchia anima contorta, la parte pi sincera. Per indignarsi e punire,  necessario credere un po' a ci che i nostri antenati del '93, in un linguaggio privo di falso pudore, definivano virt. E nessuno potr accusare il signor de Monzie di questo genere di fanatismo.
Non  possibile sbagliarsi: sebbene mai lo si affermi apertamente, questo immenso abbraccio, per il sig. de Monzie, non dovr limitarsi alla sola Francia. Vi sono in Germania uomini troppo intelligenti per non sapere sin da ora come la disfatta sia ineluttabile. Limitare i danni,  questa ormai la loro unica ambizione. E dunque ritengono che la prima condizione sia rendere Vichy accettabile agli alleati. Una Vichy persecutrice si aliena qualsiasi simpatia, ma una Vichy addolcita, benigna, che debolmente regnasse su una Francia illanguidita, non potrebbe rappresentare l'agognato intermediario per il conseguimento della pace? Una pace, beninteso, anch'essa tutta mollezza, senza vincitori n vinti: una pace "bianca". Quella, in una parola, che gli amici tedeschi del sig. de Monzie reclamano a gran voce; quella di cui egli stesso - a quanto fa dire ai suoi amici - spera di essere il "cancelliere".
Di fronte a questo programma,  necessario prendere posizione? Ma la risposta  gi stata data. All'idea della pace "bianca", i governi alleati hanno replicato: "Resa incondizionata". All'idea della falsa pace interna, il nostro governo, il Comitato nazionale della Liberazione, ha risposto: "Incriminazione di Ptain e dei suoi satelliti". L'unione tra Francesi, d'accordo. Ma tra veri Francesi, per favore. La punizione dei traditori non risponde soltanto ad una profonda e legittima esigenza della coscienza popolare, che, una volta delusa, sarebbe inesorabilmente votata ad una lunga e pericolosa amarezza: la riconciliazione tra i boia di Chteaubriant e le famiglie delle loro vittime, riuscite a immaginarla? Cos, anche per noi, il giusto castigo sar il solo mezzo per vendicare il nostro onore; di fronte a noi stessi; di fronte al mondo. Certo, sar proporzionato alla colpa, non confonder chi  stato ingannato a chi ha sbagliato sapendo di farlo; colpir con misura ed equit. Ma, dove sar necessario, colpir duramente. Ci laver da ogni complicit con i miserabili che hanno osato presentare ai popoli sbigottiti la fallace immagine di una Francia inginocchiata nella disfatta e nella vergogna. Non  questa la Francia che i nostri amici si aspettano prenda posto, domani, tra le nazioni. La Francia del rinnovamento sar una Francia energica e dura, sapr ripudiare ogni solidariet a coloro che l'hanno venduta, ingannata, assassinata. Inflessibile nei confronti dei crimini del passato, non avr timore di continuare ad esserlo applicando il rigore di leggi eque e protettrici della comunit a quei trafficanti per i quali il cuore del sig. de Monzie trabocca di s toccante tenerezza. No, signor de Monzie, non siamo cos stanchi come lei ritiene: la guerra e la Resistenza, questa Resistenza che sempre pi accomuna la gran parte del nostro popolo, ha riacceso in noi lo spirito rivoluzionario che  forse, a suo modo, spirito d'amore, ma non di debolezza. La colloca male, la sua "stagione dei giudici". Non siamo per ora che alla stagione degli Aguzzini. La vera stagione dei giudici verr domani, se non le spiace; e sar quella dei giudici giusti.
 

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IV.


Un filosofo beneducato63



Abbiamo conosciuto il Saltimbanco del Mondo Occidentale. Ecco, oggi, il Giocoliere dell'Ordine Morale. Ho l'onore di presentarvi il sig. Albert Rivaud, membro dell'Istituto, professore alla Sorbona e all'cole libre des Sciences Politiques, collaboratore del "Capital" e della "Revue des Deux Mondes", ex gran maestro dell'Universit. Un uomo, una testa, una dottrina!
Il sig. Rivaud, vestiti i panni dell'augure, ci ha recentemente fatto dono, in uno degli ultimi numeri della "Revue des Deux Mondes" (1 novembre 1943), di un sagace studio sull'insegnamento della Filosofia, l'infelicit dei tempi, la responsabilit degli insegnanti, il modo per costituirli in organi dell'ordine.  da specialista che egli parla, vale a dire da pensatore. Il grande male di cui soffre l'insegnamento deriva dal fatto che la Repubblica aveva chiamato alla cultura, per poi incaricarli della sua diffusione, uomini da poco, che non erano perci degni di questo privilegio. L'istruzione, gi lo diceva Thiers,  un "inizio di agiatezza" e non va impartita a chiunque. Ma il salutare avvertimento fu ignorato. Cos, che pasticcio! Invece di farsi propagatori da un capo all'altro del paese di una sana dottrina, i giovani professori di Filosofia, messi troppo precocemente a parte dei segreti degli di, divennero i campioni del disordine; chiedevano giustificazioni al Potere, si ostinavano a riflettere sull'iniquit sociale, mettevano in dubbio i principi pi sacri. Alcuni - orrore - si ersero a teorici delle rivendicazioni popolari e scivolarono persino nel comunismo. Il sig. Rivaud non giunge a sostenere che la disfatta fu il frutto doloroso di tali perversioni del pensiero universitario. Ma, in definitiva, l'insegnamento della Filosofia avrebbe contribuito alla rovina della Francia. Occorre dunque - e il momento  quanto mai favorevole - invertire la rotta. Ecco, finalmente, un progetto costruttivo: la funzione del professore di Filosofia non sar pi quella di richiamare gli studenti all'analisi delle idee e delle istituzioni, ma di infondere nelle loro menti, indelebilmente, i principi che costituiscono la forza di un paese: rispetto dell'esistente, invito all'obbedienza. Avrebbero a gioirne i Mani di Victor Cousin, che dell'agrgation in Filosofia aveva fatto una macchina la cui funzione era quella di inculcare nelle teste pensanti la religione dell'Ordine Morale - nella fattispecie, ci che Eduard Herriot defin un giorno, con arguzia, "spiritualismo costituzionale".
Ma come dotarsi di un'lite sufficiente e sufficientemente sicura per dispensare questo insegnamento di qualit? Il sistema  semplicissimo: i professori, d'ora innanzi, saranno reclutati in funzione del ruolo che si intende loro attribuire. Basta con i concorsi aperti alle sole capacit, dove ad affrontarsi non sono che gli intelletti. Al diavolo queste barbare procedure che misconoscono la vera lite! Occorrer distinguere al pi presto, tra la folla dei giovani Francesi, i futuri guardiani dell'ortodossia. Una volta individuati, verranno sostenuti, favoriti, e sar poi opera del demonio se, dossier alla mano, il preposto al reclutamento universitario - perch non il sig. Rivaud in persona? -, egli stesso uomo affidabile, non riuscir a compiere una scelta giudiziosa tra il grano e il loglio. Le teste matte saranno eliminate. Solo i cittadini moralmente idonei saranno chiamati all'onore dell'insegnamento.
Questa dottrina vigorosa  esposta in una prosa garbata, ricca, tuttavia, di spiritose arguzie, la meno velenosa delle quali non  certo il delicato riferimento agli ebrei, non pi di un rapido cenno. D'altronde, perch privarsene? Costa cos poco,  tanto alla moda. Un uomo che sa stare in societ non potrebbe trascurare questo dettaglio senza rendersi sospetto di una grossolana ignoranza dell'etichetta. Nelle prigioni della Gestapo ci si traduce in torture e massacri. Nei cenacoli accademici, si porta come un anello al dito, come un occhialino. Naturalmente non si fanno nomi. Il pensiero scientifico enuncia le propriet del triangolo in generale, non di quel triangolo che una mano sta tracciando alla lavagna. Che non pochi docenti ebrei siano prigionieri in Germania o braccati nella Francia che troppo hanno amato, non conta. E, tuttavia, a chi pensa il sig. Rivaud? A Henri Bergson, a Lon Brunschvicg? No di certo: piuttosto, pare si riferisca ai giovani che hanno conseguito l'agrgation. Ma chi? Il sig. Rivaud ha l'aria di chi la sa lunga: "cercate e troverete. E se non troverete avr avuto ugualmente ragione, poich non ho fatto nomi. Ma so ci che so". Vecchia volpe! Ma l'astuzia - qui incontestabile - manca di grandezza. Dov', a ben vedere, la differenza tra quel Gauleiter che spiegava come la guerra del 1914 fosse stata scatenata "dagli ebrei e dalla loro cricca" e il sig. Rivaud? Nelle sfumature. E la sensibilit alle sfumature non  forse prerogativa dello spirito francese? Pi accettabile il furore schiavista in cui si getta un Dat che le reticenze di buongusto, la preterizione opportuna, la perfida insinuazione che distilla il suo veleno senza lasciare tracce. Non  bello, signor Ministro! Il lettore non pu fare a meno di pensare a quello psycharion, anima meschina e cattiva, che Platone stigmatizza di sfuggita (Repubblica 519 a, signor Professore).
Ma la disposizione del sig. Rivaud non  tanto quella del professore quanto quella dell'uomo di Stato. Noblesse oblige. In questo eminente cervello hanno infatti sede i grandi progetti, le cause finali, le idee costruttive, la definizione delle provvide gerarchie. Il popolo non vede altrettanto lontano. Vuole la libert, subito, l'uguaglianza e la giustizia senza aspettare, la fine dell'oppressione. E l'augure, di fronte a ci, si vela il volto. "Infelici, non vedete come ci che reclamate sia la fine di tutto? La fine di tutto, vi dico, e voi non ascoltate!"  certo che la funzione di colui che abbatte i privilegi ha in s qualcosa di barbaro - "d'Asiatico", dir lei. Per scuotere l'albero su cui si  appollaiato il sig. Rivaud, ci vorrebbero nientemeno che le braccia dell'eterno Calibano. Ma poich mai i timori del Potere hanno potuto impedire le rivoluzioni, Cassandra, a questo punto, si fa sarcastica: " questo che volete? Ebbene, tanto peggio per voi! Cambierete soltanto di padrone, e il cambio non sar vantaggioso". Chi di noi non conosce questo amaro discorso? Non c' di che preoccuparsi. Lo sfruttatore non cesser mai di incitare gli schiavi alla schiavit e di rafforzare il Potere. Philippe Henriot non ragiona diversamente: "In servit siete quasi felici. Folli ad invocare la liberazione! Sono le catene di cui vi lamentate a trattenervi dal precipitare nell'abisso". Un uomo di quelli che contano mi diceva un giorno, con tono compassionevole: "Chi far le spese di una Rivoluzione se non, ancora una volta, la povera gente massacrata per le strade e affamata nelle proprie case? I ricchi, loro, dispongono di riserve, sapranno guardarsi dal pericolo. Meglio mantenere l'ordine!" Addirittura! Il privilegiato non ne  poi cos sicuro. Sono le sue apprensioni a rivestirsi di un afflato caritatevole, cos come d'altronde egli sa tramutarle in dottrine, giacch da sempre  capace di conferire al proprio interesse l'apparenza dell'idea. In verit, egli  persino sincero poich da lungo tempo, nella sua mente, l'interesse e l'idea sono a tal punto inscindibili che in questo perfetto amalgama gli  davvero impossibile discernere quanto spetti all'uno e quanto all'altra.  un uomo in buona fede, ve lo garantisco, quello che il giorno prestabilito consegna ad una rivista molto molto conservatrice le riflessioni di un benpensante, un testo modello, degno, per ogni rispetto, dell'approvazione dei Prudenti.
Filosofo, la richiamo a Platone, per il quale l'onore dell'uomo  fare soltanto ci che "vuole" l'idea. Questa bella sentenza compare nel Sofista. A Cartesio, che non aveva altra regola che l'idea pensata senza paura - ed , questa, generosit. A Spinoza, secondo il quale vivere per la verit  l'unica virt. "Utopisti, - dir lei, - che per mestiere conosco sin troppo bene". Appunto:  a forza di utopie che infine si manifesta il reale. Niente di pi utopico, in un paese asservito e avvilito, dell'idea di organizzare un vano sussulto di rivolta in una vasta rete di volont. Ma  cos che finalmente  nata la Resistenza. Che cosa  pi utopico del maquis64, follia eroica ma follia di giovinezza?
 
Ed ecco che il maquis  divenuto realt a forza di fede. Esiste.  uno dei fattori che intervengono nella costruzione del futuro. Infine, lei  forse cristiano? E dunque, che cosa di pi utopico di questo annuncio, proclamato ad alta voce, di un regno dello Spirito che tanto poco si cura di bramosie e Poteri? In quest'ordine futuro, anche i comunisti trovano ci cui aspirano: il libero sviluppo di ciascuno non  forse condizione per il libero sviluppo di tutti? Si concedono il lusso di vedere in ci anche il prodotto necessario dell'evoluzione? Ma su questo punto lei li ha gi dottamente confutati. E, tuttavia, l'avvenire avanza solo in virt dell'infaticabile unione degli uomini di buona volont. Non le resta che una possibilit, confutare qualsiasi generosit dimostrando accademicamente che le forze della libert sono anche le forze della perdizione, e che tutto va di male in peggio. Per lei, certamente, ed  giustizia. La Francia di domani, che non sorger dalle grazie accademiche ma dal coraggio di coloro che osano lottare per la giustizia, avr bisogno di altri servitori che non i turiferari del dio dell'esistente - o, piuttosto, di ci che per lei non esiste ancora a sufficienza.
Si riconosce il nemico del popolo dal fondo della dottrina che egli professa. Non c' bisogno di insistere molto per fargli confessare l'essenziale: la rivoluzione  una follia, il popolo non sa quale sia il suo bene, occorre ridurlo all'obbedienza e rischiarare il suo cammino con i lumi superiori che brillano per gli auguri accademici ma che voi, io, il contadino, l'operaio, la povera gente, non riusciamo a vedere. Vi sono due categorie di nemici del popolo: quelli che sbraitano e quelli che ostentano il proprio disgusto. Di quest'ultima fa parte il sig. Rivaud. Questo bel parlatore da cenacolo, con le sue affermazioni educate,  la delizia dei benpensanti. "Sa improvvisare un discorso. Dice cose piene di buon senso. E quanto a spirito, vi piaccia o no, ne ha da vendere. Ma, soprattutto, che profondit di pensiero!" Ciarlatano...
 

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V.


A proposito di un libro troppo poco conosciuto65



Nel 1938, l'editore militare Berger-Levrault dava alle stampe un testo firmato dal generale Chauvineau dei quadri della riserva, intitolato: Une invasion est-elle encore possible? Come lasciava supporre la formulazione della domanda, la risposta era negativa. Bench riedita (dispongo di una copia del 1940) l'opera  ancora poco conosciuta. La si trover per in libreria, come ho potuto constatare di persona. Sembra che gli avvenimenti del 1940 abbiano indotto gli autori ad una certa discrezione.
Le lettura di questo testo  tuttavia di grande interesse.  importante, dal punto di vista puramente storico, sapere quali fossero alla vigilia della disfatta le concezioni tecniche di cui disponevano i dirigenti dell'esercito francese. E di questi ambienti il libro del generale Chauvineau pare riflettere esattamente lo stato d'animo.
Innanzitutto, la prefazione porta la firma del maresciallo Ptain. Chiunque abbia notato la prudenza del Maresciallo, il segreto di cui ama circondare le proprie iniziative, la sua riluttanza di fronte all'aperta assunzione di ogni responsabilit, non potr esimersi dall'attribuire al fatto una reale importanza. A maggior ragione, quando si consideri che non dobbiamo questa prefazione ad un atto di compiacente cortesia. L'inusitata lunghezza (17 pagine), la cura del Maresciallo nel riassumere le teorie del generale Chauvineau nel modo pi accattivante, la discreta ma indubbia adesione alle conclusioni dell'autore66 - fatte salve talune precauzioni che al momento debito potrebbero permettere al prefatore di declinare qualunque responsabilit - tutto suggerisce l'ipotesi che il Maresciallo non si sia limitato ad avallare l'opera di fronte al pubblico.
Non si pu fare a meno di domandarsi se non si debba a lui l'iniziativa e se, volendo rivolgersi al pubblico, egli non abbia trovato un portavoce nel generale Chauvineau, cui avrebbe affidato il compito di esprimere il suo vero pensiero. La lettura dell'ultimo paragrafo della prefazione (p. XXI) non pu che rafforzare tale impressione.
Ma  tutto il libro, d'altronde, a confortare tale ipotesi. In pi occasioni assistiamo al moltiplicarsi delle critiche rivolte a Joffre e a Foch, dalle quali esce invece esaltato il ruolo di Ptain. Si direbbe che tra i diversi comandanti il generale Chauvineau non esiti a prendere posizione (in particolare da p. 74 a p. 83 nonch nel corso di tutto il V capitolo, intitolato: "Un grande insegnamento tattico") e il suo libro, tra gli altri aspetti, sembra destinato a rintuzzare tutte le critiche che i marescialli Joffre e Foch rivolsero nelle loro memorie all'attivit militare del maresciallo Ptain. Su questo punto, come sul precedente, il lettore ha indubbiamente a che fare con un'esposizione delle tesi Ptain.
A grandi linee, queste tesi erano gi a conoscenza del vasto pubblico. Un tempo professore aggiunto al corso di fanteria della Scuola di guerra (dal 1908 al 1910), specialista nelle questioni di tiro, il Maresciallo ha conservato, indelebile, l'immagine della potenza delle armi da fuoco. Ed  appunto questa l'opinione del generale Chauvineau. Egli ritiene che la tecnica moderna, combinando la fortificazione e la potenza del fuoco, permetta di costruire su qualunque linea del territorio difese inespugnabili lungo un fronte continuo. Tanto che la tattica assume un'importanza sempre maggiore, riducendo a nulla, o quasi, la strategia67.
Per uno strano fenomeno, questa esaltazione della tecnica in tutto ci che concerne la difesa si muta in sovrano disprezzo nei riguardi di quanto attiene all'offensiva. Si legga il capitolo II della seconda parte, relativo al carro d'assalto (pp. 92-109), che pu riassumersi nella formula lapidaria di p. 131: "Quanto ai carri armati che avrebbero dovuto riportarci ad una guerra di breve durata, il loro fallimento  evidente". Ancora pi bizzarro il giudizio riservato all'aereo. A giudizio del generale, le necessit imposte dalla lotta contro l'aviazione nemica indurranno i singoli stati a dotarsi di aerei da combattimento sempre pi potenti e costosi, s che il loro numero si ridurr e non ci si azzarder a rischiarli in combattimento, come gi  avvenuto sul mare per le corazzate. E il generale Chauvineau, certo del futuro, gi vede un cielo sgombro di aerei da combattimento: "In avvenire il nostro ministero dell'Aviazione terr immobilizzati in punti debitamente protetti apparecchi di enorme costo, sempre meno numerosi e conservati solo a scopo difensivo, giacch le forze aeree pi non oseranno logorarsi in operazioni offensive intraprese di propria iniziativa..." E, fiero della profezia, il generale non si astiene dall'ironizzare: "Nondimeno, gli habitu del Caf du Commerce, quando avranno bisogno di diecimila aerei per battere il nemico del momento, continueranno imperturbati a farli uscire armati di tutto punto dalle loro menti..." Chiss se da allora il generale ha avuto modo di convincersi che gli aerei che hanno bombardato Amburgo o Colonia avevano un porto di immatricolazione diverso dal Caf du Commerce...
Che i fatti abbiano clamorosamente smentito il generale Chauvineau e quindi il maresciallo Ptain, sostenitore di fronte al grosso pubblico delle previsioni del generale,  talmente evidente che neppure vale la pena di soffermarvisi. Siffatti errori - sarebbe inutile negarlo - attribuiscono a chi li commise pesanti responsabilit in quelle che furono le nostre sciagure.  dunque alquanto penoso vedere come il Maresciallo appoggi le campagne quasi ufficiali nelle quali si  rinfacciato ad altri di non aver dotato la Francia di un numero sufficiente di carri armati e di aerei, quando egli stesso  stato un sostenitore di chi ha negato qualsiasi valore all'aereo e, soprattutto, al carro. Ma a ci non possono limitarsi le conclusioni del nostro lavoro, tanto pi che l'opera del generale Chauvineau, oggi circondata da un certo silenzio, non  rimasta priva di lettori. Non vi  francese appena un po' informato che non abbia sentito parlare degli "errori" cui sopra si  accennato e delle loro ripercussioni militari.
Ma tocchiamo qui un diverso ordine di problemi, di cui sino ad ora si  discusso molto meno. Il generale Chauvineau, n  questo il tratto meno originale del suo lavoro, non si limita all'ambito della pura tecnica militare. Deliberatamente se ne discosta per passare a quello della diplomazia, e nell'ultima parte dell'opera (da p. 168 in avanti) lo vediamo abbozzare un vero piano di politica estera e persino di politica interna.
Sembra evidente che in ogni paese non spetti ad altri che al governo imprimere un indirizzo generale alla vita politica della nazione. Le relazioni estere e la scelta delle alleanze discendono da tale orientamento, e solo entro tale contesto si definiscono i problemi militari la cui soluzione  affidata al comando.  quanto esprime la celebre formula di Clausewitz: "La guerra  la politica proseguita con altri mezzi".
Tutt'altra la concezione del generale Chauvineau.  infatti la tecnica militare che a suo giudizio governa la scelta delle alleanze e determina la politica estera della nazione. Ci significa consegnare ai comandanti dell'esercito la direzione generale del paese e il controllo del governo. Siamo in presenza di un militarismo apertamente professato, che nulla ha da invidiare a quello prussiano. Dal momento in cui ha acconsentito alla redazione dell'opera facendosene poi garante di fronte al paese, il maresciallo Ptain ha manifestato le proprie intenzioni e, probabilmente a sua insaputa, ha lanciato un serio avvertimento a tutti i cittadini. Non sembra per che a tale conseguenza, come d'altronde alle teorie del generale Chauvineau, sia stata prestata la necessaria attenzione.
Ma ancora pi interessanti sono le applicazioni pratiche del principio sostenuto da Chauvineau. Il principio dei fronti continui e invalicabili consente infatti al generale di demolire tutta la politica estera francese e di costruirne un'altra, totalmente inedita.
Anzitutto, la Societ delle Nazioni non riveste alcun interesse: "un gruppo di potenze non potr pi [...] imporre [...] la propria volont a una di queste nazioni privilegiate, che dalla realizzazione del fronte continuo trarranno tale certezza della propria invulnerabilit da non lasciarsi influenzare da pressioni diplomatiche"68.
Il fronte continuo evita dunque "all'umanit le guerre di coalizione che un patto di sicurezza collettiva rigorosamente osservato non mancherebbe di provocare"69.
 inoltre impossibile aiutare i paesi lontani: "l'intervento militare degli Stati Uniti in Europa, per applicazione dello stesso principio, ha un'efficacia solo parziale" e, "poich ci non  stato compreso, la nostra diplomazia ha messo le mani della Francia in un ingranaggio troppo pericoloso; dopo il 1918, essa ha promesso il nostro aiuto a paesi lontani, che non potevamo soccorrere [...]
Come mai le alleanze divenute rischiose non sono state denunciate? La strategia classica ha il diritto di stupirsene"70.
Oltretutto, perch interessarsi a queste piccole nazioni? Ce lo spiega il generale: "Possibile nell'ambito di un grande paese che la protegga e la sostenti, la vita di una piccola razza pu facilmente rivelarsi detestabile se lasciata a se stessa [...] La libert dei popoli di disporre di loro stessi [sic]  un principio superfluo quando essi abbiano il potere di imporre la propria libert agli altri, dannoso nel caso contrario. Che le anime pie siano fermamente convinte di rendere un servizio ai canarini aprendo loro l'usciolo della gabbia, lo si pu capire. Ma sarebbe fonte di gravi delusioni se gli autori di un trattato nutrissero idee cos semplici in merito alle possibilit di esistenza dei gruppi umani"71.
Il generale si  tradito: trascinato dalla passione, abbandona l'ambito strettamente militare per passare a quello della filosofia politica, e quanto egli afferma in proposito non ci giunge affatto nuovo. Ci sembra di averlo gi sentito, n pu stupire la singolare convergenza tra le tesi del generale e quelle della Germania. Anche se nella sua prefazione, atterrito come sempre dalle responsabilit, il maresciallo Ptain volutamente si astiene dal pronunciarsi celandosi dietro le tesi politiche dell'autore, non si pu fare a meno di pensare che egli si sia gravemente compromesso presentando quest'opera al pubblico francese.
Non vi  infatti chi non veda a che mirino i passi citati, scritti nel 1938, anno dell'annessione dell'Austria e dell'accordo di Monaco. Privare la Francia di alleati, impedirle qualsiasi rapporto con gli Stati Uniti e, naturalmente, con la Russia72, significa lasciare carta bianca alla Germania in tutta l'Europa orientale, concedendo alla Francia, quale unica sicurezza, la teoria dei fronti continui e un armamento sempre pi potente.
 quanto si augurava la Germania, ci che sin dall'inizio ha tentato di imporci. Si tratta di quel sistema che, prevedendo il crollo della Cecoslovacchia e la dissoluzione delle alleanze stabilite dalla Francia nel 1918, ha permesso alla Germania di annientarci soli e a colpo sicuro.
 tale l'importanza di queste conclusioni che non pu essere sfuggita al loro autore, n la sola tecnica militare pu spiegare perch egli vi abbia aderito. Siamo di fronte ad una politica che si  dissimulata sotto la maschera della tecnica militare da cui ha preso a prestito argomenti di circostanza, e tale politica altro non  se non quella suggeritaci dalla Germania. Potevamo pensare che il maresciallo Ptain, sostenendo l'opera del generale Chauvineau, si fosse limitato ad avallare delle sciocchezze, che si fosse reso responsabile di un semplice errore militare. Non intendiamo qui contestare la mediocrit del generale, ci che conta  capire che essa non gli ha impedito di porsi al servizio di una manovra politica destinata a favorire il nemico e di macchiarsi di tradimento.
Verr il giorno, forse non lontano, in cui sar possibile far luce sugli intrighi orditi nel nostro paese dal 1933 al 1939 a vantaggio dell'Asse Roma-Berlino affinch, distrutto con le nostre mani l'intero edificio delle alleanze e delle amicizie istituite dalla Francia, fosse a esso consegnato il dominio dell'Europa. Su questo punto non  possibile separare le responsabilit dei militari francesi da quelle di politici dello stampo di un Laval, di giornalisti come Brinon, di uomini d'affari come Creuzot, o, ancora, di scherani quali furono gli agitatori del 6 febbraio. Quelle dei militari non sono le sole colpe, ma risultano ancora pi gravi e riprovevoli giacch confluirono in questo vasto insieme. Nell'istruzione del processo contro questo grande progetto di tradimento, il libro del generale Chauvineau costituisce sin da ora un documento di prim'ordine.
 

***


VI.


Sulla riforma dell'insegnamento


 
Su questo problema di importanza capitale, che il CGE ha incluso nel programma dei suoi lavori, i "Cahiers politiques" pubblicheranno una serie di note e di relazioni, lasciandone la responsabilit ai singoli autori.
 
 
Note per una rivoluzione dell'insegnamento.

 
Ogni sventura nazionale richiede innanzitutto un esame di coscienza; poi (giacch l'esame di coscienza non  che una dilettazione morosa quando non induca ad uno sforzo verso il meglio) la stesura di un piano di rinnovamento. Presto, conseguita la vittoria, ci ritroveremo tra Francesi su una terra restituita alla libert e il nostro grande compito sar quello di costruire una nuova Francia.
Tra tante e indispensabili ricostruzioni, quella del nostro sistema pedagogico non sar la meno urgente. Si tratti di strategia, di pratica amministrativa o semplicemente di resistenza morale, il nostro crollo  stato innanzitutto, nei dirigenti di questo paese e (perch temere di confessarlo?) in tutta una parte del suo popolo, una disfatta dell'intelligenza come del carattere. Tra le cause profonde della sconfitta, in altre parole, un ruolo di primo piano spetta alle insufficienze della formazione offerta ai giovani dalla societ.
Una timida riforma mai potrebbe correggere questi difetti. Non si costruisce un nuovo sistema educativo rattoppando vecchie routine.  necessaria una rivoluzione. Non lasciamoci confondere dal discredito che un regime odioso, se non si prestasse attenzione, riuscirebbe a gettare su questa parola che esso ha scelto per camuffarsi. In materia di insegnamento, come dappertutto, la pretesa rivoluzione nazionale ha perpetuamente oscillato tra il ritorno alle pi viete consuetudini e la servile imitazione di sistemi estranei allo spirito del nostro popolo. La rivoluzione che auspichiamo sapr mantenersi fedele alle tradizioni pi autentiche della nostra civilt. E sar una rivoluzione, perch far cose nuove.
Non illudiamoci, il compito sar arduo. Non potremo evitare le lacerazioni. Non  facile convincere gli insegnanti che i metodi che essi per lungo tempo e coscienziosamente hanno usato non erano forse i migliori, gli uomini maturi che i loro figli trarranno vantaggio da un'educazione diversa da quella che essi stessi hanno ricevuto, gli ex allievi delle grandes coles che questi istituti adorni dei prestigi della memoria e del cameratismo meritano di essere soppressi. Qui, n solo qui, d'altronde, l'avvenire apparterr agli audaci, ne siamo certi. Per tutti gli uomini che si occupano di insegnamento, non potrebbe esservi pericolo peggiore di una molle compiacenza nei confronti delle istituzioni di cui essi hanno fatto, con il tempo, una comoda dimora.
Non pretendiamo certo, in poche pagine, di discutere il programma di questa necessaria rivoluzione. Uno schema preciso sar eventualmente tracciato in seguito, in collaborazione con altri. Per ora ci limiteremo ad indicarne gli obiettivi di fondo.
 
Vi  per una condizione preliminare, talmente irrinunciabile che nulla di serio potr essere fatto quand'essa non sia soddisfatta. Per l'educazione dei giovani, come per il costante sviluppo della cultura tra tutti i cittadini,  importante che la Francia di domani accetti di spendere cifre incomparabilmente superiori a quelle che sino ad ora si  rassegnata a stanziare.
In merito a questo, due episodi, entrambi precedenti la guerra, qualificano in modo inequivoco l'atteggiamento di quegli stessi individui che la disfatta avrebbe innalzato al potere e dei quali ben presto la vittoria decreter la caduta. Quando Andr Tardieu, il ministro della "prosperit", concep un vasto piano di "equipaggiamento nazionale", inizi con la pura e semplice proscrizione di ogni attrezzatura scientifica da quello che avrebbe dovuto essere l'armamentario di una Francia felice (poi, se non erro, un pentimento dell'ultim'ora fece s che il bilancio prevedesse qualche stanziamento per i laboratori; perch, dopotutto, la Schwerindustrie non pu certo ignorare che a qualcosa i tecnici servono; furono invece, ancora una volta, dimenticate le biblioteche; devono forse preoccuparsi di libri i "realisti"? e, soprattutto, che bisogno avranno mai di leggere quei Francesi troppo poveri per comprarsi dei libri?) E quando Pierre Laval, il ministro della grande penitenza il cui principale obiettivo era quello di colpire indirettamente i salari, decise di operare qualche oscuro taglio nelle spese della Repubblica, il governo francese, di tutti i governi civili, fu il solo ad estendere il risparmio alle opere dell'intelletto. "Sempre ci ha stupito lo scarso interesse dei vostri governanti per le cose dello spirito", mi diceva tempo addietro un amico norvegese. Un duro giudizio. Vorremmo che una volta per tutte la Francia cessasse di meritarlo.
Ci occorreranno dunque nuove risorse. Per i nostri laboratori. E, forse in maggior misura, per le biblioteche, che sono state sino ad oggi le grandi cenerentole (biblioteche per specialisti, ma anche biblioteche popolari, le cui miserevoli condizioni, a paragone di quanto offrono paesi come l'Inghilterra, l'America, la stessa Germania, sono una delle peggiori onte del nostro paese). Chi, sfogliando il catalogo di una biblioteca di una grande citt - per non parlare dei piccoli centri - non ha provato tristezza di fronte alla progressiva riduzione delle acquisizioni, alla decadenza della cultura da una cinquantina d'anni a questa parte? La cosiddetta borghesia illuminata ormai non legge pi; quanto a coloro che provengono da famiglie meno abbienti e che altro non chiederebbero se non leggere, sono scoraggiati a farlo dal costo dei libri). Risorse, dunque, per i nostri progetti di ricerca. Per le nostre universit, i licei e le scuole, dove  necessario entrino l'igiene e la gioia, e dove i giovani hanno il diritto di non essere confinati tra muri fatiscenti, nell'oscurit di sordidi in pace. E, diciamolo senza falsi pudori, risorse ci serviranno anche per assicurare agli insegnanti di tutti i gradi un'esistenza certo non lussuosa (non  una Francia di lusso che sogniamo) ma sufficientemente libera, oltre che dalle piccole angustie materiali, dalla necessit delle occupazioni accessorie, affinch questi uomini possano dedicarsi ai loro compiti di insegnamento o di ricerca scientifica con animo sgombro, con uno spirito che non cesser di rinnovarsi alle vive fonti dell'arte o della scienza.
Ma questi indispensabili sacrifici sarebbero vani se non si rivolgessero ad un insegnamento completamente rinnovato.
 
Una parola, una parola terribile, riassume una delle tare pi perniciose del nostro attuale sistema: bachotage73.
Un veleno penetrato in minor misura nell'insegnamento primario, che pure non credo ne sia del tutto esente. L'insegnamento secondario, delle universit e delle grandes coles, ne  ormai infetto.
Bachotage. Ovvero: ossessione dell'esame e della valutazione. Peggio ancora: ci che dovrebbe essere un semplice reagente, destinato a verificare il valore dell'educazione, diventa il fine cui si orienta sin dall'inizio l'intero processo educativo. Non si invitano pi i ragazzi o gli studenti ad acquisire le conoscenze di cui l'esame, nel bene e nel male, permetter di apprezzare la solidit. Li si esorta invece a preparare l'esame. Similmente, un cane sapiente non  un cane che sa molte cose ma che  stato addestrato a dare, tramite qualche esercizio preventivamente scelto, solo l'illusione del sapere. "Lei sar di certo professore l'anno prossimo - diceva ingenuamente un membro di una commissione di abilitazione ad uno dei miei studenti, - per quest'anno non  ancora sufficientemente preparato al concorso". Negli ultimi vent'anni, il male ha prodotto danni incalcolabili. I nostri studenti universitari si dibattono tra un certificato e l'altro. Dopo la rivoluzione nazionale, l'accesso all'avvocatura richiede un esame supplementare. Alcuni licei hanno organizzato un pr-baccalaurat, interrompendo a questo fine il corso regolare degli studi. Nelle librerie mediche di Parigi sono in vendita, corredati delle relative risposte, i quesiti per chi si appresti a concorrere per un posto di interno in ospedale:  sufficiente impararli a memoria. Talune istituzioni private hanno suddiviso i programmi argomento per argomento, e vantano la validit di questo metodo, tanto che, a quanto sostengono, la maggior parte dei loro candidati non cade che su domande formulate e corrette in questo modo. Dall'alto al basso della scala, la malia dei futuri esami produce il suo effetto. Con grave danno per la loro istruzione, quando non per la loro salute, moltissimi bambini frequentano classi previste in origine per i pi grandicelli, poich, costi ci che costi, si vuole evitare l'eventuale ritardo che sconterebbero pi avanti, di fronte ai limiti di et di questa o quella grande cole. "Tutti i programmi scientifici del nostro insegnamento secondario - mi diceva un fisico - sono concepiti in previsione di quello del Politecnico". E, nei licei e nei collegi, i sempiterni compiti in classe alimentano non tanto lo spirito - peraltro malinteso - d'emulazione, quanto l'abitudine al lavoro affrettato, di cui poi i nostri poveri studenti subiranno i tormenti, in piena canicola, all'interno di aule surriscaldate.
Non penso sia necessario insistere oltre sugli inconvenienti intellettuali di una simile mania degli esami. Ma, quanto alle conseguenze morali, le conosciamo da sempre: il timore di qualsiasi iniziativa, negli insegnanti come negli allievi; la negazione di ogni libera curiosit; il culto del successo anzich il piacere della conoscenza; una sorta di perenne tremito, e di astio, laddove invece dovrebbe regnare la libera gioia di apprendere; la fede nella fortuna (perch, quale che sia la coscienza degli esaminatori, l'esito di questi esami  per natura aleatorio: si ricordi, in proposito, la curiosa e terribile inchiesta di Piron e Laugier, saggiamente occultata dai capi dell'Universit: da un correttore all'altro, e persino nelle mani di uno stesso esaminatore, da un giorno all'altro, sono emerse variazioni quanto mai inquietanti nella valutazione); infine, male infinitamente pi grave, la fede nella frode? Perch si "copia", nelle nostre classi, durante le prove scritte, si copia nelle nostre aule d'esame, si copia molto pi frequentemente e con maggior successo di quanto non vogliano ufficialmente ammettere le autorit. So che esistono, grazie a Dio, anime probe. Ammetto anche che siano numerose. Degne di stima. "Devi aver copiato": con queste parole, pronunciate con un tono di atroce ammirazione, si sent apostrofare un allievo di mia conoscenza, classificatosi, e meritatamente, al primo posto.  in questo clima che si formano i giovani?
Ho detto che non avrei potuto presentare in queste pagine un programma dettagliato di riforma. Certo si tratter di un compito quanto mai delicato. Ma certe condanne a morte sono inevitabili. Chi crede ancora al baccalaurat, al suo valore selettivo, all'efficacia intellettuale di questa aleatoria coltura forzata? Saranno pur sempre necessarie, beninteso, talune procedure selettive, ma pi razionali ed in numero limitato, s che la vita dello scolaro o dello studente non sia pi scandita dall'ossessiva ripetizione di esami. Per ora, mi limiter ad un suggerimento assai semplice, la cui applicazione immediata non presenta difficolt di sorta.
Ho, come tutti i miei colleghi, corretto compiti, interrogato candidati. E come tutti so di poter sbagliare. Ma non credo mi sia mai capitato di confondere un'ottima prova con una pessima, e neppure con una mediocre. O, perlomeno, molto raramente. Pure, quando vedo che un esaminatore, di fronte a una prova di storia, di filosofia, o persino di matematica, decide che questo compito, valutato in ventesimi, merita 13 1/4 e 13 1/2, non posso, con tutto il rispetto, che gridare allo scherzo di cattivo gusto. Di quale bilancia di precisione dispone l'insegnante, per poter misurare con un'approssimazione dell'1,2 per cento il valore di una dissertazione di storia o di una discussione matematica? Chiediamo - sull'esempio di diversi paesi stranieri - che la scala di valutazione sia uniformemente e drasticamente ricondotta a cinque grandi categorie: 1 "gravemente insufficiente", 2 "insufficiente", 3 "sufficiente", 4 "buono", 5 "ottimo" (non "perfetto", che  giudizio incompatibile con l'imperfezione umana). E questo ovunque, o almeno laddove la presenza di ex aequo non costituisca un problema. Occorrer poi che si affidi a un matematico lo studio dei sistemi di valutazione nei concorsi che prevedono un limitato numero di posti. Ma anche in questo caso sar bene guardarsi dall'eccessiva raffinatezza, la cui assurdit ci sfugge solo per effetto di un'inveterata abitudine. Tutto  meglio della stupidit che si traduce in ingiustizia.
 
Ma forse l'abuso degli esami non  che un segno di pi profonde deformazioni. Anche in questo caso, non mi riferisco tanto alla scuola primaria. Per quanto ne so - ma devo ammettere che ho una maggior familiarit con il Liceo e l'Universit - essa non  priva di difetti. Tuttavia, se paragonata agli istituti degli altri gradi, credo che assolva assai meglio ai suoi compiti. Gli errori dell'insegnamento secondario e superiore sono evidenti. Possono riassumersi in quanto segue.
L'insegnamento superiore  stato divorato dalle scuole speciali di tipo napoleonico. Persino le facolt non meritano altro nome che questo. Che cosa  mai una facolt di Lettere se non il luogo ove si sfornano professori, cos come il Politecnico fabbrica ingegneri e artiglieri? Da qui, due conseguenze ugualmente deplorevoli. La prima  una cattiva preparazione alla ricerca scientifica; che  dunque, nel nostro paese, di basso livello. Si interroghi in proposito un medico, oppure uno storico; se saranno sinceri, le loro risposte non differiranno dalle mie. Cos, sia detto di sfuggita, il nostro prestigio internazionale  stato gravemente compromesso: gli studenti stranieri di molte discipline, diversamente da un tempo, disertano le nostre universit, che non offrono loro se non una preparazione ad esami professionali che non pu interessarli. D'altra parte, specializzatisi anzitempo, i nostri dirigenti mancano di una cultura generale elevata, senza la quale ogni uomo d'azione non sar altro che un capomastro. Formiamo imprenditori che - voglio crederlo - sono certo eccellenti tecnici, ma non hanno alcuna reale conoscenza dei problemi umani; politici che ignorano il mondo; amministratori che hanno in orrore il nuovo. A nessuno insegniamo il senso critico cui solo (poich qui si ricongiungono le due conseguenze precedentemente indicate) l'esempio e la pratica della libera ricerca potrebbero allenare i cervelli. Infine, volontariamente, creiamo piccole societ chiuse ove alligna lo spirito di corpo, che non favorisce l'ampiezza di vedute n la coscienza del cittadino.
Il rimedio? Ancora una volta, poich questo non  che un primo schema, dovremo rinunciare ai dettagli. Diremo soltanto, in due parole, che chiediamo la ricostituzione di vere universit, non pi rigidamente suddivise in facolt ognuna delle quali si consideri una patria ma in duttili raggruppamenti per discipline; poi, congiuntamente a questa grande riforma, l'abolizione delle scuole speciali. E, al loro posto, qualche istituto di tecnica applicata, che fornisca la preparazione finale a certe carriere, ma solo dopo un passaggio obbligato all'universit. Perch si compia la formazione di una determinata categoria di ingegneri, l'cole des Ponts et Chausses  ad esempio indispensabile; ma, quanto alla preparazione scientifica generale, competenza delle universit, non vi  ragione per cui essa debba essere impartita da una scuola a compartimenti stagni come il Politecnico.
Due esempi, imparzialmente desunti da due opposti momenti della nostra storia politica, pi di lunghi discorsi, potranno chiarire quale sia la routine che vorremmo abolita e quale, invece, il nuovo orientamento proposto.
Si  visto come il Fronte popolare intendesse spezzare il quasi-monopolio dell'Istituto di Scienze politiche, considerato il vivaio della nostra alta amministrazione. Politicamente, l'idea era buona. Un governo ha tutto il diritto di non reclutare i propri servitori in un ambiente le cui tradizioni gli siano quasi unanimemente ostili. Ma che pensarono di fare i nostri governanti? Avrebbero potuto concepire il progetto di un grande concorso nel settore dell'amministrazione civile, seguendo l'ammirevole esempio del Civil Service britannico: un concorso, al pari di quello inglese, aperto a tutti i settori dell'amministrazione e come questo in larga misura fondato su prove di cultura generale, che garantisse ampio spazio agli interessi individuali grazie ad un libero gioco di opzioni; preparato infine, come accade in Inghilterra, in universit dallo spirito aperto. Preferirono invece progettare una nuova scuola speciale: un'altra Scuola di Scienze politiche, un po' pi chiusa della rivale...
Il regime di Vichy ha soppresso le scuole normali. Fu un provvedimento essenzialmente politico, non v' chi si lasci ingannare dalle assurde motivazioni di cui lo si mascher. Ai maestri, le scuole normali davano e certo torneranno a dare un'istruzione generale e una formazione tecnica di pari solidit. Ma si ammetter che una volta usciti da questi istituti necessariamente un po' chiusi, i cui programmi non sfuggono a una certa rigidit, non sar inutile, per delle giovani menti, entrare in contatto con ambienti studenteschi pi eterogenei oltre che con forme d'insegnamento pi critiche ed elastiche. Che alla scuola normale si sostituisca la frequenza dei licei, come ha voluto Vichy,  un nonsenso. I futuri maestri vi apprenderanno, e peggio, quanto veniva loro insegnato nella vecchia scuola. Ma, una volta riaperte le scuole normali, sarei favorevole a che i diplomati completassero il loro corso di studi con un anno di lavoro, condotto con grande libert, presso le universit.
 
Da qualche decennio, l'insegnamento secondario  soggetto a continui rimaneggiamenti. Le grottesche incoerenze degli ultimi tre anni,  vero, non denunciano che la congenita incapacit di un regime che nulla sa creare o coordinare. Ma lo squilibrio  pi antico, e profonde ne sono le cause. Il vecchio sistema umanistico ha fatto il suo tempo e ancora non  stato sostituito. Da qui, un acuto malessere che assume forme diverse. Sono sempre esistiti i cattivi allievi che diventano col tempo uomini istruiti e colti. Non credo di sbagliare se affermo che oggi il caso non ha pi nulla di eccezionale. E che, al contrario, molti sono i cosiddetti "buoni allievi" che mai pi apriranno un libro. Ma ne hanno mai veramente aperti, nel corso degli studi, all'infuori dei "brani scelti"? Il disamore dei giovani per la scuola  innegabile. Sono abbastanza vecchio per ricordarmene: quarant'anni fa si frequentava con maggior piacere il liceo, lo si lasciava con minor gioia. Il successo del Movimento dei giovani esploratori ha pi di un motivo, primo fra tutti, siamone certi, il fallimento dell'educazione ufficiale. In mezzo al suo gruppo o alla sua pattuglia, il ragazzo trova ci che sempre meno gli offrono il liceo o il collegio: un forte spirito di squadra, capi a lui pi vicini, centri d'interesse costruiti per sedurre e conquistare un'intelligenza ancora fresca.
Ma, piuttosto che addentrarci in queste critiche,  opportuno indicare per sommi capi quanto proponiamo.
Chiediamo un insegnamento secondario estremamente aperto. Il suo compito  la formazione delle classi dirigenti, indipendentemente dalla nascita o dal censo. E poich esso deve cessare di essere - o di tornare ad essere - un insegnamento di classe, sar necessaria una selezione. Un esame d'ammissione, probabilmente, dovr essere conservato: una prova molto semplice, adatta ai bambini, meglio un test di intelligenza che un saggio di nozioni... o di pappagallismo. Vi saranno anche esami di passaggio, ma non di anno in anno. Pretendere di giudicare un bambino o un adolescente sul lavoro compiuto in una decina di mesi - e che mesi, a volte, del suo sviluppo - significa misconoscere ogni psicologia della crescita o, per meglio dire, negarne la fisiologia.
Chiediamo una disciplina pi accogliente, in classi meno numerose: una disciplina esercitata da insegnanti e amministratori che conoscano, almeno, i princip fondamentali di questa psicofisiologia di cui sopra si  ricordata l'esistenza; un sapere che i maestri sono tenuti ad apprendere, e che gli insegnanti di scuola superiore hanno oggi il diritto - cui non sempre rinunciano! - d'ignorare radicalmente. Piuttosto che tentare di piegare il ragazzo ad un sistema educativo implacabilmente uniforme, ci si sforzer di coltivare i suoi gusti, persino i suoi "pallini". Vi era qualcosa di veramente fecondo nell'idea del tempo libero guidato che, una volta propugnata da Vichy, degener nella cosiddetta "educazione generale". Sar opportuno riproporla, contando sull'aiuto di giovani assistenti. Largo spazio sar concesso all'educazione fisica. Lungi da ogni ridicolo eccesso, sottratta all'ottusa o malsana ammirazione tributata ad un'atletica d'eccezione, sar semplicemente ci che deve essere: un mezzo per fortificare il corpo e dunque il cervello; un invito allo spirito di squadra e alla lealt.
Chiediamo grande libert di scelta nelle materie d'insegnamento: una libert favorita d'ora in avanti dalla soppressione del carico di esami, che permetter una grande variet di iniziative. Forse non ci si rende pienamente conto che la Francia, a causa degli esami di maturit,  oggi uno dei rari paesi dai quali sia di fatto bandita ogni sperimentazione pedagogica, ogni innovazione che non possa aspirare ad un'immediata universalit.  assurdo che l'insegnamento del latino sia obbligatorio in ogni tipo di scuola, e lo stesso pu dirsi di un programma di matematica troppo avanzato, cui molti intelletti, forse da compiangere ma non da condannare, si rivelano per natura ribelli. Certo non intendiamo rifiutare la tradizione umanista. Purch non pregiudichi l'apprendimento delle lingue vive, il latino continuer ad essere insegnato. Indispensabile ad ogni disciplina di carattere storico, la sua conoscenza costituisce la chiave per accedere ad una letteratura i cui echi sono tutt'altro che spenti. Inoltre, l'apprendimento di una lingua di carattere sintetico  per l'intelletto una ginnastica pressoch insostituibile. Ma, perch sia fruttuoso, deve trattarsi di uno studio serio, cui si dedichi un numero sufficiente di ore. Piuttosto di un latino balbettato, come troppo spesso si verifica oggi, meglio non studiarlo affatto; l'educazione deve innanzitutto guardarsi dal pressapochismo. Per questo, malgrado il grande valore estetico ed intellettuale del greco, ho forti dubbi che si possa continuare ad insegnarlo, se non eccezionalmente: un'oncia di latino, qualche grano di greco... meglio, molto meglio una buona dose del primo. Sar bandito, d'altronde, il falso pudore delle traduzioni. Nessuno studente dovrebbe uscire dal liceo senza essersi avvicinato alle grandi opere antiche. Mille volte meglio una lettura integrale, anche se in traduzione, dell'Odissea o dell'Orestiade che limitarsi ad una faticosa spiegazione, sull'originale, di qualche dozzina di versi. Racconta Tallemant des Raux come un magistrato del XVIII secolo, il cui figlio studiava presso i Gesuiti, fosse da questi richiesto di una copia della Leggenda aurea; gli mand, invece, il Plutarque di Amyot: "Figlio mio - scriveva - ecco la vita dei santi cos come la leggono le persone perbene". Lasciamo a questo magistrato le sue opinioni sull'agiografia. Ma come non condividere il giudizio che egli esprimeva sulla letteratura greca, anche se conosciuta, come in Amyot, in una veste francese?
Chiediamo che l'educazione scientifica, che vorremmo ampia e approfondita, si disinteressi risolutamente a ci che costituisce materia di un semplice apprendistato tecnico. L'insegnamento secondario deve formare gli intelletti e non, prima del tempo, ingegneri, chimici o agrimensori. Solo successivamente, e altrove, questi studenti troveranno le scuole di cui abbisognano. Vorremmo che, soprattutto sino ai quattordici o quindici anni, largo spazio, ben pi che in passato, fosse concesso alle discipline d'osservazione tra le quali la botanica, praticata sul campo, sembra avviata a rivestire un ruolo preminente. Preghiamo i matematici di non dimenticare che l'insegnamento secondario - si pensi alla geometria - non  tanto un accumulo di conoscenze (gran numero delle quali, in futuro, non avr pi importanza per la gran parte degli studenti) quanto un meraviglioso strumento per affinare il ragionamento.
Chiediamo che attraverso un insegnamento storico e geografico di ampie vedute - e, sarei tentato di aggiungere, totalmente rinnovato, almeno per quanto riguarda la storia - ci si sforzi di comunicare ai nostri giovani un'immagine veritiera e comprensiva del mondo. Guardiamoci dal ridurre la storia, come troppo spesso si  fatto in questi ultimi anni, agli avvenimenti politici di un'Europa cronologicamente vicinissima a noi. Il lontano passato ispira il sentimento e il rispetto delle differenze tra gli uomini e affina la sensibilit alla poesia dei destini umani. Persino nel momento attuale,  molto pi importante per un futuro cittadino francese formarsi un'immagine corretta della civilt indiana o cinese che conoscere a menadito la serie dei provvedimenti tramite i quali l'"Impero autoritario" si mut, a quanto si dice, nell'"Impero liberale". Anche in questo campo, come per le scienze fisiche, una nuova scelta si impone.
In breve, chiediamo una totale e ragionata revisione dei valori. La tradizione francese, calata in un lungo destino pedagogico, ci  cara. Intendiamo preservarne i beni pi preziosi: il gusto dell'umano; il rispetto per la spontaneit dello spirito e per la libert; la continuit delle forme artistiche e di pensiero che costituiscono il clima stesso del nostro spirito. Ma sappiamo che, per esserle veramente fedeli, essa stessa ci impone di proiettarla nel futuro.
 

Appendici


 

I.


Introduzione all'edizione originale


 
 stupefacente che questa Testimonianza sia stata pensata, scritta e messa al sicuro per noi nel luglio 1940, in una Francia colpita dalla folgore del disastro.
Quando tutto crollava, nella pi atroce confusione di uomini e cose, quando il paese della libert, dei Diritti dell'Uomo, della grandezza spirituale, della dolcezza del vivere, sembr mutarsi, con Vichy, nella terra selvaggia di un popolo chiamato ad onorare barbari totem e assurdi tab, quando tanti erano i chierici precipitatisi a servire,  sorprendente che un grande testimone, caduto quattr'anni dopo al servizio della Resistenza, abbia potuto scoprire e analizzare con tale chiarezza i segreti della pi strabiliante delle sconfitte.
 certo che sul 1940, in Francia, non vi  stato sino ad oggi racconto n spiegazione o requisitoria il cui pensiero sia cos lucido, il cui disegno altrettanto nitido. Affermiamo apertamente che la voce d'oltretomba di un grande martire civile, morto senza mai dubitare dell'alba, ci dice tanto di pi, e di pi vero, di quanto non abbiano detto molti altri sul male che sprofond la Francia nelle tenebre.
Marc Bloch scrisse questo testo -  lui stesso a dirlo - "in preda alla rabbia". La nobile rabbia di un grande spirito che non  disposto ad ammettere, di un'intelligenza che dice no; la collera di un testimone che sa. Ma questo combattente calato nel pieno della disfatta, questo storico costretto a vivere e a subire uno dei momenti peggiori della nostra storia seppe, malgrado il disgusto e la ribellione, conferire al proprio pensiero e al proprio stile una serenit e un'ampiezza di vedute implacabili. La strana disfatta ha l'andamento, il tono, l'accento di quei saggi che sfuggono alla fretta approssimativa del presente, al fluire incalzante e travolgente dei fatti.
Scritto sul campo, a caldo, sotto i colpi sferzanti degli eventi, questo libro pare essersi dato la distanza, il distacco che sono della storia.
E gi basterebbe. Ma non vi  solo la descrizione, vivida e precisa, del disastro del '40; vi  in tutta la testimonianza, e soprattutto nella seconda parte - l'esame di coscienza - la sconvolgente confessione di un grande intellettuale francese che si china inesorabile su di un mondo e una casta. Il testo assume allora il tono di una meditazione appassionata sugli altri e su di s: militari, politici, funzionari, professori, operai, contadini, non vi  gruppo sociale che sfugga all'osservazione del testimone, in brevi scorci degni di un Vauvernargues.  vero. Vi  nel racconto un tono da moralista, una cadenza lapidaria. Guardate come Bloch spiega il disordine, la paura, l'ambizione, il coraggio, con quale sereno ardire quest'uomo, che fa parte di un'aristocrazia borghese, non esiti a individuare istintivamente nel popolo minuto del suo paese un'inclinazione costante alla libert, all'umanit e alla dignit. Marc Bloch, combattente di due guerre, quella del 1914 e quella del 1939, compare spesso nella narrazione. E, parlando del coraggio, scrive: "Tra il 1914 e il 1918 non conobbi soldati migliori dei minatori del Nord o del Pas-de-Calais. Con una sola eccezione, che non cess di stupirmi sino al giorno in cui per puro caso non venni a sapere che quell'uomo pavido era un operaio non sindacalizzato normalmente assoldato come crumiro. Non si tratta di un pregiudizio politico. Chi in tempo di pace aveva ignorato ogni solidariet di classe mancava della capacit di elevarsi al di sopra dell'interesse personale immediato anche sul campo di battaglia".
Riferendo quanto ha visto o ascoltato, il capitano Marc Bloch traccia dell'alto comando francese, durante la drle de guerre, una serie di ritratti che corrispondono, come ben sappiamo, alla pi dura delle realt. Ma la critica  sempre accompagnata da osservazioni sul presente e sul futuro, da annotazioni di metodo e di tattica nelle quali il moralista, lo storico, paiono presagire e prevedere con stupefacente naturalezza.
Spiegazione, avvertimento, fiduciosa profezia di risurrezione: oggi, nella libert riconquistata, questa testimonianza sulla strana disfatta, scritta nel 1940, acquista una sorta di sovrana bellezza, la grandezza delle opere scritte nell'attualit per la posterit. Guardate ad esempio se queste righe, del luglio 1940, non avrebbero potuto costituire una regola aurea per i riformatori francesi del 1946: "Qualunque sia la forma di governo, il paese soffre quando gli strumenti del potere siano ostili allo spirito delle istituzioni pubbliche. A una monarchia,  necessario un personale monarchico. Una democrazia si indebolisce, con le peggiori conseguenze per gli interessi collettivi, se i suoi alti funzionari, educati a disprezzarla e provenienti da quelle stesse classi di cui essa ha preteso di abolire il dominio, non la servono che a malincuore".
Tutto Marc Bloch, infine, e la sua grande anima di umanista francese sono in queste righe: "Ma quanti padroni, tra quelli che ho conosciuto, riuscivano a capire ci che di nobile vi  in uno sciopero di solidariet, anche quando esso possa apparire poco ragionevole? "Pazienza - dicevano - se gli scioperanti difendessero i loro interessi". Vi sono due categorie di Francesi che mai comprenderanno la storia della Francia: coloro che si rifiutano di vibrare al ricordo della consacrazione di Reims e coloro che possono leggere senza emozione il racconto della festa della Federazione".
Quanto agli ultimi paragrafi della testimonianza di Marc Bloch, che si aprono con questa sorta di "largo": "La mia generazione ha una cattiva coscienza...", sfido ogni Francese cui non manchi una consapevolezza delle cose dello spirito a leggerli senza l'emozione che si prova di fronte ad una perfetta dignit umana; una purezza che ritroveremo nel semplice scritto con il quale Marc Bloch, uomo della Resistenza, esprime ai famigliari le sue ultime volont in caso di morte improvvisa. Prevedeva, sin dal 1940, che avrebbe dovuto riprendere la lotta, un'altra lotta, un'avventura, quella della Resistenza civile nella Francia occupata: "Lo dico chiaramente: spero dovremo versare altro sangue, anche se sar quello delle persone che pi amo - non parlo del mio, cui non concedo tanta importanza. Perch non vi  salvezza senza una parte di sacrificio n libert nazionale che possa dirsi pienamente raggiunta quando non si sia lottato personalmente per conquistarla".
Marc Bloch aveva ragione e ragione di concludere: "Qualunque sar l'esito finale, l'ombra del grande disastro del 1940 non si canceller tanto presto".
La sua testimonianza attraversa l'ombra.
Il mondo intellettuale, la Francia universitaria, l'intelligenza francese sanno troppo bene ci che con lui hanno perduto.
Ciascuno dei libri di Marc Bloch, I re taumaturghi, I caratteri originali della storia rurale francese, La societ feudale, ha costituito una conquista originale della scienza moderna sul passato. I suoi colleghi, i suoi studenti, gli storici di ogni paese, un vasto pubblico d'lite, sanno che il professor Marc Bloch fu uno degli spiriti pi curiosi, uno degli storici pi innovatori di cui la Francia pu essere orgogliosa. "Ricordo - afferma il professore inglese Brogan - ricordo molto bene il giorno in cui, a Cambridge, giunse la notizia della morte di Marc Bloch. Ricordo con quale sollecitudine fu accolta la voce, purtroppo falsa, della sua evasione. Quando non potemmo pi dubitare della sua morte, che colpo per il mondo della cultura!" Una grande figura, la cui opera vivente si pone tra le pi imperiture, tra quelle cui attingeranno generazioni di studenti, di ricercatori, di dotti. [...]
Lo sapevo quando entr con noi, a Lione, nella Resistenza, ma non sapevo che un uomo potesse dare sino a quel punto alla propria vita lo stile della sua anima, del suo spirito. [...]
Caro Marc Bloch, caro Narbonne della Resistenza [...]. All'inizio di questa testimonianza, parlando della sua condizione di ebreo, da cui non intende trarre "motivo d'orgoglio n di vergogna", egli afferma: "[...] la Francia, infine, da cui certuni oggi tramerebbero volentieri la mia espulsione - e forse, chi pu dirlo, vi riusciranno - rester, qualsiasi cosa accada, il paese da cui mai saprei sradicare il mio cuore. Vi sono nato, ho bevuto alle fonti della sua cultura, ho fatto mio il suo passato, non respiro bene che sotto al suo cielo, e a mia volta ho cercato di difenderla come meglio ho potuto".
Non sono riusciti a cacciarlo dalla sua terra, non dallo spirito, non dalla lotta; hanno potuto strapparlo alla vita... Sin dall'inizio egli offriva il suo sangue. Eppure...
Per lungo tempo non abbiamo voluto credere che i bruti avessero spento questa luce.
Era gi troppo sapere che l'avevano picchiato, torturato, che quel corpo di uomo esile, di una distinzione cos naturale, quell'intellettuale cos fine, misurato, fiero, era stato immerso in una vasca di acqua gelida, che tremava e soffocava, schiaffeggiato, frustato, oltraggiato.
Non potevamo, proprio non potevamo sopportare questa immagine: Marc Bloch consegnato alle bestie naziste, questo tipo cos perfetto di dignit francese, di umanesimo squisito e profondo, questo spirito fatto preda di carne nelle mani dei pi vili... Alcuni di noi erano l, a Lione, amici, compagni di lotta clandestina, quando venimmo a sapere del suo arresto, e ci dissero subito: "L'hanno torturato". L'aveva visto un prigioniero nei locali della Gestapo, perdeva sangue dalla bocca (sangue che si sovrapponeva all'ultimo sorriso malizioso che mi aveva lasciato all'angolo di una via, prima di essere ghermito dall'orrore). Mi ricordo; a questa parola, "sanguinava", lacrime di rabbia riempirono gli occhi di noi tutti. I pi duri abbassarono il capo sgomenti, come si fa quando  troppo ingiusto.
Per mesi abbiamo atteso, sperato. Deportato? Sempre a Montluc, il carcere di Lione? Trasferito in un'altra citt? Di lui non sapemmo nulla sino al giorno in cui ci dissero: " finita.  stato fucilato a Trvoux il 16 giugno 1944. C' chi ha riconosciuto i suoi vestiti, le sue carte". Lo hanno ucciso con alcuni altri, li rincuorava con il suo coraggio.
Perch sappiamo come  morto. Un ragazzo di sedici anni tremava accanto a lui: "Far male". Marc Bloch gli afferr affettuosamente il braccio e disse soltanto: "No, piccolo, non fa male" e cadde gridando, per primo, "Viva la Francia!"
Nel tono sublime e al contempo familiare di queste ultime parole, in questa semplicit antica, io vedo la mirabile prova della serena coerenza di una vita in cui la scoperta potente e innovatrice del passato non fece che alimentare la fede nei valori eterni dell'uomo - una fede attiva, per la quale egli ha saputo morire.
 
Ancora rivivo il momento, ricco di fascino, in cui Maurice, uno dei nostri giovani compagni di lotta clandestina, il volto ventenne rosso di gioia, mi present la sua "nuova recluta": un signore di cinquant'anni, decorato, un volto fine sotto ai capelli grigio argento, lo sguardo acuto dietro gli occhiali, la borsa in una mano, un bastone da passeggio nell'altra. Sulle prime un po' cerimonioso, il mio visitatore ben presto sorrise, mi tese la mano e disse cortesemente: "S, sono io, il "pupillo" di Maurice..."
E cos, sorridendo, il professor Marc Bloch entr nella Resistenza, e aveva lo stesso sorriso quando lo lasciai per l'ultima volta. Subito, in quella nostra vita ansimante, braccata, forzatamente bohmienne, fui ammirato dal desiderio di ordine e metodo che aveva portato tra noi il nostro "caro Maestro". (Una definizione accademica che era, per lui e per noi, motivo di riso, quasi il residuo di un passato reale ma gi cos lontano, rispetto alle nostre preoccupazioni di allora, quanto avrebbe potuto esserlo un cappello a cilindro tra i mitra). Il caro maestro, nel frattempo, apprendeva con zelo i rudimenti dell'azione illegale e dell'insurrezione. E ben presto il professore della Sorbona, con calma imperturbabile, fin per condividere quella vita estenuante da "cani di strada" che fu la Resistenza clandestina nelle nostre citt.
So di non offendere i suoi sentimenti dicendo che amava il pericolo e che aveva, per dirla con Bossuet, "une me guerrire matresse du corps qu'elle anime"74.
Aveva rifiutato l'armistizio e Ptain, e continu la guerra l dove il destino l'aveva voluto. Ma alle confuse strategie della nostra vita clandestina, agli appuntamenti, alle riunioni, ai corsi, alle nostre imprudenze e ai nostri rischi egli apport un'esigenza di precisione, di esattezza e di logica che conferiva al suo calmo coraggio una sorta di singolare fascino che, almeno io, trovavo incantevole.
"Vediamo, vediamo, non perdiamo la testa, occorre limitare il problema..." E il problema era far pervenire gli ordini ai capi regionali dei Movimenti Uniti di Resistenza (i MUR), organizzare un trasporto di armi, stampare un volantino, allertare, per il giorno X, le autorit clandestine...
Quando all'angolo di una strada, durante i nostri appuntamenti segreti, vedevo Marc Bloch con il cappotto dal bavero freddolosamente rialzato e il bastone da passeggio in mano scambiare misteriosi e compromettenti bigliettini con i nostri ragazzi in "canadese" o in maglione, la stessa aria placida che avrebbe avuto nel restituire i compiti a degli studenti d'agrgation, mi dicevo, e sempre mi dico, che nessuno, tranne chi l'abbia vissuta, pu immaginare gli aspetti esaltanti della Resistenza civile e clandestina in Francia.
Gestapo, Milizia, polizia di Ptain imperversano. Ogni giorno, come dicevamo allora, vede "cadere un amico". Era l, un momento prima, con noi, e scompare come inghiottito dall'abisso. Ma sempre qualcuno lo sostituisce. Come  lungo il tempo e come a volte si esaurisce la speranza! Come sembra lontana la vittoria, la fine dell'incubo! I maquis lottano, la stampa clandestina si diffonde, si propaga pressoch ovunque la grande voce, bassa e ostinata, della Resistenza. Perquisizioni, arresti, colpi d'arma da fuoco nelle strade, torture, fucilazioni... Come ci sentiamo soli, a volte, in mezzo all'indifferenza, alla rassegnazione e a spaventose complicit.
Ben presto tutta la Resistenza conobbe Marc Bloch. E fu un errore. Egli vedeva, voleva vedere troppa gente. Della vita legale e universitaria conservava l'idea che nel lavoro non si  mai cos ben serviti come quando si provvede da soli alle proprie esigenze. E gran parte delle cose desiderava farle lui stesso. Appassionato ai problemi organizzativi, era ossessionato, e a ragione, dall'idea di mettere a punto tutti i complessi ingranaggi di questa vasta amministrazione sotterranea tramite la quale i MUR dirigevano i maquis, i gruppi liberi, la propaganda, la stampa, i sabotaggi, gli attentati contro l'occupante, la lotta contro la deportazione. Anima guerriera ma tutt'altro che militare nel senso professionale del termine, amava scherzare: "Nella guerra del '14 non sono mai riuscito a salire di grado. Sapete che sono il pi vecchio capitano dell'esercito francese?"
Come tutti noi, aveva dovuto abbandonare la sua vera identit per un doppio, triplo o quadruplo nome: uno sui falsi documenti, uno per i compagni, un altro per la corrispondenza. Perch inizialmente scelse l'insolito pseudonimo di "Arpajon"? Lo divertiva evocare questo piccolo centro della periferia sud di Parigi e il pittoresco treno a vapore che un tempo soffiava nella notte delle Halles attraversando il suo quartiere delle coles, il Quartiere latino. Quando il nome di Arpajon fu "bruciato", come dicevamo allora, decise di "restare sulla linea" e si chiam Chevreuse. "Bruciato" anche Chevreuse ritenemmo pi ragionevole fargli lasciare l'le-de-France e si chiam Narbonne.
E fu Narbonne che ben presto divenne il delegato di "Franc-Tireur" al direttivo generale dei MUR a Lione; fu Narbonne, affiancato dai delegati di Combat e Libration, a dirigere la Resistenza lionese, fino alla tragica retata che lo condusse al supplizio...
Narbonne per la Resistenza, era per i suoi affittacamere il sig. Blanchard; viaggiava clandestinamente sotto questo nome, ad esempio per recarsi a Parigi alle riunioni del CGE. Aveva accettato questa vita di rischi e di illegalit con un brio quasi sportivo, conservando una giovent e una salute che non potevo fare a meno di ammirare quando lo vedevo rincorrere il tram che lo riportava al suo alloggio lionese, dietro la Croix-Rousse. Un alloggio di fortuna, il cui mobilio consisteva principalmente di una cucina economica che di tanto in tanto egli utilizzava per bruciarvi le carte che si erano nel frattempo accumulate.
Spesso andavo a cercarlo a Cuire, nella quieta e campestre rue de l'Orangerie; era convenuto che non salissi e che, per farlo scendere, avrei dovuto fischiare da fuori qualche nota di un'aria di Beethoven o di Wagner; di solito, erano le prime note della Cavalcata delle Valchirie. Scendeva con un sorriso divertito, e ogni volta diceva: "Non male, Chabot, ma sempre un po' stonato, sapete..."
E immaginate quest'uomo fatto per il silenzio creativo, per la dolcezza meditativa di uno studio pieno di libri, correre di strada in strada, decifrare con noi, in una mansarda lionese, la posta della Resistenza...
Poi giunse la catastrofe. Dopo un anno di sforzi, la Gestapo riusc a mettere le mani su una parte del direttivo dei MUR Marc Bloch viene arrestato, torturato, imprigionato. E la fine ammirevole di cui si  detto...
Il 16 giugno 1944, vengono rinvenuti ventisette cadaveri a Saint - Didier-sur-Formans, vicino a Lione. Alcuni amici riescono a procurarsi le foto scattate dalla polizia giudiziaria; le esaminiamo con ansia. Il volto di un vecchio ricoperto da una barba di dieci giorni, un frammento di vestito, le iniziali M. B., dei documenti falsi a nome di Maurice Blanchard. Era Marc Bloch.
"Se ne esco vivo riprender a insegnare", ci diceva spesso.
Amava il suo mestiere. Sognava di una grande riforma dell'insegnamento che aveva presentato, a grandi linee, sulla rivista clandestina del CGE, "Les Cahiers politiques". Adorava la sua famiglia, sua moglie, cos coraggiosa e dolce, morta improvvisamente mentre egli era a Montluc, e i suoi sei figli, Alice, Etienne, Louis, Daniel, Jean-Paul, Suzanne...
Raramente ho conosciuto un uomo che avesse una mente, un cuore e un comportamento di una cos naturale distinzione. Era spontaneamente portato a riportare ogni cosa alla dimensione umana e ai valori dello spirito. Tra gli allarmi, gli inseguimenti, le retate, le partenze precipitose della vita clandestina egli aveva bisogno non, come abitualmente si dice, di evadere, ma di fare ritorno ai veri percorsi della sua vita - il pensiero, l'arte.
Ricordo un chiar di luna sulla Croix-Rousse; accompagnavo Marc Bloch al suo lontano rifugio. La notte era cos leggera, cos estranea al greve dramma in cui vivevamo, che Marc Bloch si mise a parlare di musica e poesia, non per dimenticare i rischi e l'orrore, ma per rievocare un po' di belle discipline dello spirito, le dolci bellezze profanate, bandite, allora eclissate, che giustificano all'uomo il suo esistere e per le quali Marc Bloch lottava.
Aveva sempre un libro in mano durante i suoi affannosi spostamenti clandestini, per leggere, e anche per annotarvi gli appuntamenti segreti in una misteriosa criptografia che aveva inventato e di cui era fiero. Ma sceglieva i suoi autori, per non perdere tempo.
Gli ultimi che gli vidi in mano erano un Ronsard... e una raccolta di fabliaux francesi del medioevo.
GEORGES ALTMAN

(CHABOT)

 

II.


Rapporto sui rifornimenti alla prima armata75

Il presente rapporto riferisce in merito alle esperienze dell'ufficiale del IV ufficio di stato maggiore della prima armata, il cui incarico, dall'ottobre del 1939 alla fine della campagna,  consistito nell'occuparsi in special modo delle questioni relative al rifornimento di carburante.
Per valutare in quali condizioni il presente rapporto sia stato redatto,  opportuno ricordare che i dossier del servizio benzina e in particolare i carnet degli ordini e dei resoconti sono stati distrutti con tutti gli archivi della prima armata, conformemente alle disposizioni del generale Prioux, il 28 maggio 1940. Non sar quindi possibile integrare le osservazioni che seguiranno con la desiderata dovizia di particolari.
Avrei d'altronde desiderato redigere questo rapporto insieme al capitano Lachamp, comandante del Parco Benzina e Ingredienti (PEI) della prima armata, con cui per tutta la campagna ho lavorato in perfetto accordo e all'energia e alla competenza del quale - riconosciute peraltro da una citazione all'ordine dell'armata - mi sar consentito rendere omaggio sin da ora.
L'intervento del capitano Lachamp, ingegnere specializzato da lunga data negli sfruttamenti petroliferi, sarebbe stato ancor pi prezioso in quanto egli possiede una competenza tecnica cui personalmente non saprei aspirare. Sfortunatamente, le difficolt di comunicazione tra la zona occupata e quella non occupata hanno ostacolato ogni tentativo di collaborazione. Non mi resta che esprimere l'auspicio che un rapporto parallelo al mio gli sia se possibile richiesto.
 
 
1. Condizioni generali del funzionamento del servizio.
 
Vanno nettamente distinti due periodi:
1) Sino al 10 maggio: un periodo di attesa e preparazione, non essendo ancora impegnata alcuna unit dell'armata.
2) A partire dal 10 maggio: il periodo delle operazioni attive. Va da s che qui prenderemo in considerazione soprattutto il secondo periodo, senza tuttavia trascurare i problemi relativi alla preparazione che necessariamente si presentarono durante il primo.
 
Il periodo delle operazioni attive si divide poi in due fasi:
1) Sino alla breccia tedesca sulla Mosa e successivamente in direzione dell'Oise, il rifornimento di carburante ha potuto effettuarsi grosso modo secondo le modalit previste dai regolamenti e dal piano operativo: installazione in Belgio di depositi avanzati tramite fusti e bidoni la cui collocazione, individuata dapprima sulla carta, si  rivelata alla prova dei fatti pienamente conforme alle necessit operative - requisizione di un deposito civile, a Mons, previo accordo con lo stato maggiore belga -; utilizzazione dei depositi di retrovia, installati sin dal periodo di attesa; approvvigionamenti regolarmente rinnovati tramite treno (sfusi e imballati) inoltrati dalla stazione regolatrice.
2) Dal 19 maggio circa,  stato necessario abbandonare, dopo averli distrutti, i depositi di retrovia minacciati dal nemico; da allora, non  stato possibile effettuare alcuna spedizione ferroviaria dall'interno del paese. L'approvvigionamento  stato improvvisato con mezzi di fortuna: requisizione dello stabilimento di benzina sintetica di Carvin (i cui serbatoi, in seguito, hanno dovuto essere distrutti), dei depositi civili di Lilla e di qualche treno in sosta sulle linee ferroviarie della regione del Nord; utilizzazione delle risorse disponibili sulla piazza di Dunkerque, di cui ben presto non fu pi possibile servirsi poich i bombardamenti aerei del nemico provocarono l'incendio della raffineria; requisizioni di benzina nei garage. Fortunatamente, in questa regione industriale le risorse locali si sono rivelate abbondanti e mai si  resa necessaria la sospensione delle operazioni per mancanza di carburante.
 
 
2. Organizzazione generale del servizio.
 
Richiamer brevemente i tratti essenziali dell'organizzazione prevista dai regolamenti in tempo di pace, per taluni aspetti poi modificata nell'inverno 1939-40 dalle nuove disposizioni del GQG.
Lo sfruttamento dei depositi e il rifornimento delle unit erano assicurati dal PEI, composto da uno stato maggiore numericamente rilevante e da una Compagnia di gestione, anch'essa abbastanza numerosa, nella quale per intervento del GQG. erano confluite forze nuove - in parte graduati - sin dall'inizio delle operazioni.
Una Compagnia di trasporto carburanti (autocisterne e qualche camion a pianale), di propriet del genio ferrovieri, era in dotazione organica dell'armata e del suo utilizzo disponeva il comandante del PEI. Una seconda compagnia dello stesso tipo, tra le riserve generali del GQG, era stata temporaneamente destinata all'armata sin dal periodo di attesa, per essere impiegata nelle stesse condizioni. Essa  rimasta a disposizione dell'armata per tutto il tempo delle operazioni attive. Una terza era stata assegnata all'armata dal GQG sin dall'inizio delle operazioni. Dislocata nella regione di Cambrai, ricevette dalla Direction des tapes l'ordine di ritirarsi durante l'avanzata tedesca sull'Oise. Dal momento in cui, conformemente agli ordini, ripieg in direzione della Somme, fu perduta per l'armata.
Il PEI era agli ordini del generale comandante l'artiglieria dell'armata, per il tramite dell'ufficiale superiore da cui dipendeva il servizio munizioni e benzina.
Questa organizzazione sembra richiamare le seguenti osservazioni.
1) Il PEI appartiene all'arma dell'artiglieria, le compagnie di trasporto carburanti al genio ferrovieri, bench, come si  detto, sia il comando dell'artiglieria a disporre del loro utilizzo. Ne consegue una certa duplicit relativa agli organi di comando, le cui attribuzioni paiono a volte non sufficientemente definite. Nel periodo che precedette le operazioni attive, ci ha provocato qualche difficolt ai diversi livelli di comando. Ci si chiede se non sia possibile procedere ad una semplificazione, da attuarsi tramite il semplice ricongiungimento di queste compagnie. Ma va detto che tale sovrapposizione non ha determinato problemi di seria entit per tutto il tempo delle operazioni attive.
2) La compagnia di gestione al cui ampliamento, come gi si  detto, si procedette sin dall'inizio delle operazioni, si  rivelata nel corso della campagna eccessivamente numerosa e poco flessibile. In verit, le condizioni eccezionali create dall'abbandono della gran parte dei depositi non consentono di esprimere in proposito un giudizio definitivo, giacch proprio allo sfruttamento di tali depositi, il cui numero decrebbe rapidamente, era destinata la compagnia. Ci si pu per domandare se non sia pi opportuno prevedere una compagnia di gestione pi ristretta, ponendo d'altro canto a disposizione del PEI, in permanenza, un'unit di pionieri specializzata nell'installazione dei depositi disseminati nei villaggi - fusti e bidoni interrati in piccole cavit poi mimetizzate - oltre che nello scarico dei treni. Sempre, per l'esecuzione di questi lavori,  stato necessario rivolgersi ai reggimenti dei Pionieri, appartenenti ai servizi organici dei corpi d'armata o dell'armata, e talora ci ha reso pi difficoltosi i collegamenti e provocato ritardi. Inoltre, la necessit di informare ogni volta i graduati e gli uomini di queste unit in merito ai lavori di installazione non sembra favorire una pronta esecuzione dei compiti prescritti.
3) Ma  soprattutto l'organizzazione del comando che pare sollecitare una modifica. Un esempio potr chiarire a quali rischi ci avrebbe esposto durante le operazioni attive l'eccessivo numero dei livelli, se le attribuzioni di ognuno di essi fossero state rispettate alla lettera.
Durante la permanenza del posto di comando dell'armata a Valenciennes, il 16 maggio, se ben ricordo, vidi arrivare in collegamento al mio ufficio un sottotenente carrista. Diverse unit della sua armata, impegnate nella foresta di Mormal, rischiavano di dover sospendere i combattimenti per mancanza di carburante; era stato inviato dai suoi comandanti per chiedere rifornimenti con grande urgenza. Di norma, un ordine dello stato maggiore dell'armata, per raggiungere una compagnia di trasporto carburanti, avrebbe dovuto passare per le mani del generale che comandava l'artiglieria dell'armata, poi del comandante di squadrone, capo del servizio munizioni e benzina e, infine, del comandante del PEI. Era questa, infatti, la procedura che si era seguita nel periodo dell'attesa. Inutile insistere sui ritardi che essa avrebbe provocato in circostanze simili a quelle cui qui mi riferisco. Sicuro dell'approvazione dei miei superiori, raggiunsi subito telefonicamente una delle compagnie di trasporto carburanti e ordinai io stesso che inviassero una delle loro autocisterne in direzione di un punto precedentemente individuato sulla carta, dove si sarebbe recato nel frattempo l'ufficiale carrista per condurre il camion a destinazione. Ed  ci che fu fatto.
Si potrebbero citare tanti episodi simili a questo. In realt, durante la campagna, lo stato maggiore dell'armata ha quasi sempre diretto autonomamente il PEI. Non solo: per accordi intercorsi con il comandante del PEI, chiamato dalle sue funzioni a frequenti spostamenti,  pi volte accaduto che nei casi urgenti l'ufficiale incaricato allo stato maggiore del rifornimento carburanti abbia direttamente trasmesso gli ordini ai depositi o alle compagnie di trasporto carburanti.
Questo modo di procedere, imposto da una guerra che il nemico conduceva a ritmo accelerato, si  reso possibile grazie all'ampiezza di vedute del generale comandante l'artiglieria dell'armata e del comandante di squadrone ai cui ordini era posto il servizio munizioni e benzina, e anche grazie allo spirito di abnegazione e di sincera amicizia di cui non cess di dar prova il capitano Lachamp. Ma sarebbe forse rischioso - persino in un periodo di preparazione o di operazioni relativamente lente - conservare un'organizzazione del comando che sin da ora, per esperienza, sappiamo non poter essere mantenuta tale e quale, se non a prezzo di gravissimi inconvenienti, una volta apertesi a tutti gli effetti le operazioni attive. Non spetta all'autore di questo rapporto proporre un progetto di riorganizzazione che dovrebbe evidentemente inserirsi in una revisione di portata ben pi vasta. Ci si limiter a domandare se non sia possibile individuare un sistema che consenta al servizio rifornimento carburanti di concentrarsi integralmente nelle mani dell'ufficiale comandante il PEI, sottoponendo quest'ultimo alla diretta autorit del generale comandante l'armata. Questo, almeno, per quanto concerne le questioni relative ai rifornimenti propriamente detti, eccettuando, se si vuole, quelle puramente amministrative. Ma in fondo non si vede perch debba esistere, come nel sistema attuale, una doppia contabilit, dapprima al PEI e in seguito al servizio munizioni e benzina, relativamente ai rifornimenti e agli approvvigionamenti. Nella guerra moderna, il rifornimento carburanti ha assunto troppa importanza perch ancora lo si consideri annesso al servizio munizioni o persino al servizio artiglieria. E poich le attuali condizioni belliche esigono innanzitutto un'estrema rapidit di decisione e di risposta,  senz'altro da condannarsi ogni inutile moltiplicazione dei gradi di comando.
Inoltre, a seguito di tale riduzione del personale, lo stato maggiore dell'armata potrebbe disporre di due ufficiali specializzati nelle questioni relative al rifornimento carburanti, mentre attualmente ne  previsto uno solo. Era questa, d'altronde, la pratica seguita alla prima armata per il rifornimento munizioni. Il sistema attuale obbliga l'ufficiale incaricato dei carburanti a risiedere in permanenza al posto di comando durante le operazioni attive, impedendogli quasi sempre di compiere missioni di collegamento e di visitare i depositi. Pure, l'effettiva conoscenza di un servizio non pare poter prescindere dalla possibilit di contatti diretti sia con le unit le cui esigenze richiedono di essere soddisfatte sia con gli organi subordinati incaricati di soddisfarle.
 
 
3. Organizzazione dei collegamenti.
 
Sin dai primi giorni della campagna, il comandante del PEI ed io fummo concordi nel ritenere che solo un buon sistema di collegamento tra lo stato maggiore dell'armata, il PEI e i comandi d'armata avrebbe permesso il funzionamento dei rifornimenti in condizioni di sempre maggior mobilit.
Generalizzando le misure previste in origine per l'entrata delle truppe in Belgio, rivelatesi pienamente soddisfacenti, abbiamo potuto allestire un sistema similare. Poich esso sembra aver sortito buoni risultati, e poich d'altro canto nulla era previsto in proposito dai regolamenti, non sar forse inutile descrivere ci che  stato fatto.
Un ufficiale del PEI, provvisto di un'automobile, era permanentemente distaccato presso lo stato maggiore dell'armata. Anche le due compagnie di trasporto carburanti avevano distaccato un proprio motociclista presso lo stato maggiore dell'armata; i due, beninteso, conoscevano anticipatamente sia la locazione della propria compagnia che quella del comando del PEI. In questo modo  stato possibile assicurare la trasmissione degli ordini e dei resoconti anche all'interno del servizio, evitando di sovraccaricare l'ufficio del corriere dell'armata. I trasferimenti di carburanti sono stati eseguiti senza mai interrompere i collegamenti. Un esempio, degli ultimissimi giorni della campagna, potr illustrare l'utilit di questo metodo. Quando la notte tra il 27 e il 28 maggio il generale Prioux comand di distruggere i depositi di Lilla, l'ordine fu inviato dapprima tramite uno dei due motociclisti; forse a causa di un bombardamento, l'agente di collegamento non giunse a destinazione; dopo aver constatato che egli non faceva ritorno al posto di comando, una seconda copia dell'ordine pot essere affidata all'ufficiale di collegamento del PEI che, disponendo di un'automobile, riusc a giungere in tempo per garantire che questa importante distruzione fosse eseguita.
D'altra parte ogni giorno, talora pi volte al giorno, il PEI inviava a ciascun comando di armata e al comando di compagnia un ufficiale di collegamento. Costui, sempre lo stesso per ogni grande unit interessata, e quindi facilmente al corrente delle particolari esigenze di quest'ultima, si presentava con regolarit allo stato maggiore dell'armata, sia prima di compiere il suo collegamento sia dopo averlo eseguito. Era quindi agevole regolare i rifornimenti in conformit alle esigenze delle grandi unit e alle disponibilit del servizio. Va detto, inoltre, che pi volte gli ufficiali incaricati di tali collegamenti hanno potuto comunicare informazioni di ordine generale, che sono state immediatamente trasmesse al II ufficio dello stato maggiore dell'armata.
 
 
4. Il materiale.
 
4.1 Armamento.
 
Quanto all'armamento individuale in dotazione alla compagnia di servizio del PEI, era praticamente inesistente. Le compagnie di trasporto carburanti possedevano qualche mitragliatrice montata su camion (credo due per compagnia), ma l'armamento individuale era anche in questo caso assai carente.  quanto mai auspicabile che in futuro i graduati e gli uomini del PEI siano tutti provvisti di armi. Da un punto di vista morale,  incontestabile che solo l'uomo armato si senta veramente un soldato; inoltre, a differenza di quanto accadeva in passato, la guerra attuale non comporta una rigida separazione tra le truppe combattenti e i cosiddetti servizi di retrovia. Le autocisterne - una compagnia delle quali entr in Belgio al seguito delle avanguardie del comando di compagnia - dovettero spesso effettuare i rifornimenti a breve distanza dalla linea del fuoco. Coloro che erano stati distaccati alla gestione dei depositi, dopo la breccia tedesca, si trovarono esposti agli attacchi nemici e a Douai, in particolare, videro atterrare nelle vicinanze dei paracadutisti tedeschi. Quando a Cambrai un maggiore di fanteria organizz la difesa, dovette rinunciare a utilizzare il distaccamento della compagnia di gestione incaricato del deposito della citt, per la semplice ragione che gli uomini non avevano armi.
 
4.2 Materiale di trasporto carburanti.
 
Le autocisterne, provenienti quasi esclusivamente dalla requisizione, hanno reso in linea di massima un ottimo servizio. In verit  soprattutto grazie ad esse se dopo il 19 maggio  stato possibile assicurare i rifornimenti. Occorre per segnalare come la dotazione della terza compagnia messa a disposizione dell'armata dal GQG si componesse in gran parte di camion troppo pesanti per essere utilizzati su tutti gli itinerari, soprattutto per via del carico eccessivo cui avrebbero sottoposto taluni ponti.
Ma il rifornimento delle unit combattenti, per essere eseguito in tempi rapidi, richiede anche un impiego ingente di imballaggi (fusti e bidoni) che devono essere caricati su camion a pianale. E la dotazione di camion delle compagnie di trasporto carburanti, il 10 maggio, era nettamente inferiore a quella prevista dall'organico. Le stesse previsioni si sono rivelate sensibilmente inferiori ai bisogni reali, tanto pi che una parte considerevole dei camion era impegnata nel trasporto ingredienti (olio lubrificante, petrolio da lavaggio). In qualche misura  stato possibile rimediare a questa pericolosa carenza procedendo il 13 e il 14 maggio alla requisizione di numerosi camion nel centro industriale di Valenciennes (camion inizialmente guidati da civili mobilitati, sostituiti in capo a qualche giorno da autisti prelevati dall'organico delle stesse compagnie). Solo questa opportuna requisizione ha evitato ad alcune unit gi impegnate nei combattimenti di rimanere senza carburante. Ma essa si  resa possibile soltanto in virt del caso, che ha messo a disposizione dell'armata le risorse di un agglomerato industriale eccezionalmente ricco; e il rimedio cos apportato alle carenze della dotazione organica originaria  stato appena sufficiente. Vi sarebbe certo la possibilit, in merito a tale problema, di aggiornare le previsioni regolamentari e di assicurarsi della loro esecuzione.
D'altra parte, in guerra, gli imballaggi vuoti sono difficilmente reperibili. Si suggerisce quindi, seguendo l'esempio dell'esercito inglese, di servirsi di imballaggi molto pi leggeri - e dunque meno costosi - destinati ad essere usati perlopi una volta sola e la cui perdita sarebbe, in certo qual modo, anticipatamente prevista.
 
 
5. Organizzazione del rifornimento.
 
5.1 Rifornimento in Belgio.
 
Un'indagine sulle risorse di benzina in Belgio  stata condotta, prima dell'inizio delle operazioni attive, in seguito ad accordi con il II ufficio dello stato maggiore al GAI e grazie ad informazioni provenienti da fonti private. Essa ha permesso di completare, precisare e rettificare le indicazioni di cui disponevano la prima armata e quelle vicine al momento dell'entrata in guerra, nonch di facilitare l'organizzazione dei rifornimenti durante i combattimenti svoltisi sulla Dyle e sul canale di Charleroi. Un progetto relativo alle modalit delle requisizioni di benzina in territorio belga fu proposto sempre in quel periodo al GQG, che ne avrebbe poi ribadito le direttive di fondo nelle sue istruzioni definitive.
 
5.2 Organizzazione dei rifornimenti effettuati tramite autocisterna.
 
Il rifornimento dei veicoli delle grandi unit che si effettui direttamente dalle autocisterne inviate dall'armata pu operarsi solo in luoghi sufficientemente al riparo dagli sguardi, lontano, inoltre, dai punti pi esposti ai bombardamenti (dunque dagli incroci come dai grandi itinerari e dagli agglomerati di una certa importanza). Sempre per motivi di sicurezza, esso si svolgeva prevalentemente di notte.  difficile individuare in anticipo, sulla carta, luoghi come quelli richiesti senza incorrere nel rischio di gravi errori da parte dei capicolonna, soprattutto quando debbano operare nell'oscurit. Meglio assegnare al capocolonna delle autocisterne una certa libert, perch sia lui, poi, a fissare il punto definitivo dopo una ricognizione del luogo e a seconda delle condizioni del momento (bombardamenti, percorribilit delle strade).
Sulla base dell'esperienza, il modo di procedere che segue ci  parso il pi opportuno.
Veniva preventivamente fissato un punto d'incontro per l'agente di collegamento della compagnia di trasporto carburanti e per quello della GU interessata, in genere davanti alla chiesa di un paese (evitando l'edificio del Comune, che di notte pu essere difficilmente identificabile). Era convenuto che nessuna delle due colonne dovesse addentrarsi nel paese. Il contatto avveniva solo tra i capicolonna, e il punto di rifornimento veniva fissato allora, in un luogo opportuno, in prossimit del paese.
 
 
6. La distruzione.
 
Quando la prima armata fu costretta a ritirarsi, fu necessario adottare alcuni provvedimenti, in relazione all'entit dell'arretramento, per evitare che le risorse di carburante abbandonate dall'esercito cadessero, intatte, nelle mani del nemico.
Le modalit di distruzione erano state accuratamente studiate durante il periodo di attesa. L'uso di prodotti naturali quali il catrame o lo zucchero per rendere inutilizzabili benzina e gasolio era parso poco pratico. E in effetti tali procedimenti, cui sembra essersi orientato l'esercito inglese, hanno il difetto di non essere decisivi. Dopo qualche tempo, i prodotti inseriti nei serbatoi rischiano di depositarsi sul fondo. Ma, anche in assenza di depositi,  sufficiente una nuova distillazione perch i carburanti possano essere utilizzati. Il fuoco fu ritenuto l'unico mezzo di distruzione veramente efficace.
E con il fuoco sono stati distrutti i depositi di imballaggi o i serbatoi successivamente abbandonati. Le distruzioni si sono svolte senza incidenti per le persone e, grazie allo spirito di sacrificio degli ufficiali, dei graduati e degli uomini del PEI, con estrema regolarit. Sole eccezioni, il deposito di Saint-Quentin, sfuggito al controllo del comandante del PEI durante l'avanzata tedesca, e uno dei depositi di Lilla, che il distaccamento incaricato della distruzione non pot raggiungere perch l'armata britannica aveva fatto saltare i ponti sul canale e ne vietava la traversata. Ma, tranne questi due casi,  certo che il nemico non ha potuto utilizzare neppure uno dei depositi che l'esercito aveva dovuto abbandonare, da quelli in territorio belga sino a quelli dell'agglomerato urbano di Lilla. In conformit all'ordine verbale del generale Prioux, la notte tra il 28 e il 29 maggio le autocisterne sono state vuotate e forati i loro serbatoi, prima che gli ultimi elementi dell'esercito si ritirassero dalla regione di Lilla verso la costa.
 
Per terminare, vorrei ricordare come molti ufficiali, sottufficiali e uomini del PEI e delle compagnie di trasporto carburanti siano stati oggetto di citazioni. L'ufficiale incaricato di tali questioni allo stato maggiore della prima armata  stato anch'egli citato all'ordine del corpo d'armata dal generale Blanchard, comandante il GAI (ordine n. 7 del 29 giugno 1940), con la seguente motivazione:
"Nel corso delle operazioni in Belgio, si  assunto il pesante compito dell'organizzazione e dell'esecuzione dei rifornimenti di carburante. In condizioni sempre difficili, ha rivelato grande avvedutezza, metodo, tenace energia; ha permesso l'esecuzione dei movimenti stabiliti dal comando".
Bench tale citazione non sia stata sino ad ora annoverata tra quelle che comportano l'attribuzione della Croce di guerra, l'ufficiale che ne  stato oggetto, a conclusione del suo rapporto, ha creduto di dover menzionare la testimonianza di apprezzamento che il comando ha cos conferito alla conduzione dei rifornimenti di carburante, alla prima armata, durante la campagna del Nord.
Fougers, comune di Bourg-d'Hem (Creuse)
Firmato: Marc Bloch.

Marc Bloch
Capitano di riserva di stato maggiore
Professore alla facolt di Lettere dell'Universit di Parigi
 

III.


Le citazioni militari di Marc Bloch, 1915-40


 
 
Ordine generale n. 2 del 19 gennaio 1915:

 
Il Colonnello Hirdman Comandante la 350a Brigata di Fanteria cita all'Ordine della Brigata l'Adjudant76 Bloch Marc del 72 Reggimento di Fanteria: "Ha guidato la sua sezione con grande energia e ha dato prova di estremo sprezzo del pericolo".



Ordine della divisione n. 15 del 3 aprile 1916:
 
Il Generale Comandante la 125a Divisione di Fanteria cita all'Ordine della Divisione: 72 Reggimento di Fanteria, l'Adjudant BLOCH MARC - 4a Compagnia: "Eccellente Capo di sezione, gi citato all'Ordine della Brigata. Sempre pronto ad offrirsi come volontario quando si tratti di assolvere a una missione pericolosa. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1916, mentre la Compagnia vicina alla sua eseguiva un colpo di mano su una trincea nemica, ha diretto con grande intelligenza e sangue freddo un distaccamento di granatieri incaricato di attirare l'attenzione del nemico in una falsa direzione".
 
 
Ordine della divisione n. 47 del 17 novembre 1917:

 
Il Generale Arlabosse, Comandante l'87a Divisione di Fanteria, cita all'Ordine della Divisione Bloch, Marc, Lopold, Benjamin, Tenente al 72 Reggimento di Fanteria: "Eccellente Ufficiale addetto al servizio informativo. Nel corso delle ultime operazioni dell'ottobre 1917, ha svolto con intelligenza, prodigandosi instancabilmente e con grande coraggio, il servizio di osservazione nel settore della Divisione. Bench il suo osservatorio sia stato investito da un proiettile nemico e sottoposto a un tiro di granate speciali, ha continuato il suo servizio restando allo scoperto nella trincea, dando cos un bell'esempio di coraggio e di sangue freddo ai suoi uomini. Ha fornito al Comando informazioni preziose sulla dinamica del combattimento. Gi citato due volte".
 
 
Ordine della divisione n. 115 del 6 luglio 1918:

 
Il Generale Dhers, Comandante l'87a Divisione di Fanteria, cita all'Ordine della Divisione
Bloch, Marc, Lopold, Benjamin, Tenente, Ufficiale addetto al servizio informativo al 72 Reggimento di Fanteria: "Ottimo ufficiale, sia per i nobili sentimenti che lo animano, sia per la profonda competenza di cui d prova nelle funzioni di Ufficiale addetto al servizio informativo, per la sua instancabile attivit e l'assoluto sprezzo del pericolo - Durante il periodo degli attacchi [...] ha effettuato diverse e pericolose ricognizioni nel corso delle quali ha dovuto pi volte attraversare zone sottoposte a violenti bombardamenti - Ha potuto cos riferire al suo Comandante di Corpo informazioni preziose, che hanno favorito la riuscita delle operazioni - Ha dato inoltre un bell'esempio di audacia e di fredda determinazione nello svolgimento delle sue missioni".
 
 
Ordine generale n. 7 del 29 giugno 1940:
 
Il Generale d'Armata Blanchard, Comandante il Gruppo d'Armata n. 1, cita all'Ordine del Corpo d'Armata:
Il Capitano Bloch
Del IV Ufficio dello Stato Maggiore della prima Armata: "Nel corso delle operazioni in Belgio, si  assunto il pesante compito dell'organizzazione e dell'esecuzione dei rifornimenti di carburante. In condizioni sempre difficili, ha rivelato grande avvedutezza, metodo e tenace energia; ha permesso l'esecuzione dei movimenti stabiliti dal comando".
 

IV.


A mo' di epigrafe per La strana disfatta77


Non odio la vita, e ne amo l'immagine ma senza l'attaccamento che sa di schiavit78.
Polyeucte, V, II.

Uno dei punti della mia morale  amare la vita senza temere la morte79.
CARTESIO,

Lettera a Marsenne del 9 gennaio 1639.
 
Per vivere occorre saper dire: Moriamo80.
Lamennais, Lettera al marchese di Coriolis del 19 dicembre 1828.

4   
 
E si pu aggiungere questa frase di Lamennais, che oggi (giugno 1943) ha un suono cos attuale: "Figlio mio, manca sempre qualcosa alla vita bella che non finisce sul campo di battaglia, sul patibolo o in prigione"81 (citata da Duine, p. 317, come indirizzata a Henri Heine).



5.


"Le Gnral qui a perdu son arme"


 
Sur les vieux bancs de l'cole de Guerre
j'y fus, Messieurs, toujours fort bien not.
Mon professeur d'histoire militaire
m'apprit qu'un gnral trs chansonn
 
jadis, dans la nuit cherchait son arme.
Lanterne en main, ce hros valeureux
disait: "C'est drle, elle s'est envole;
je ne puis vraiment en croire mes yeux".
 
Hlas! mon frre, infortun Soubise,
j'aurais bien besoin de ton lumignon;
car moi aussi je ne sais quelle bise
m'a souffl jusqu'au dernier bataillon.
 
 mes officiers, jeune troupe alerte,
ds l'enfance dresss  l'art subtil
de crayonner la flche orange ou verte
dont s'gaiera la carte du Kriegsspiel;
 
toi, le premier, soutien de ma vieillesse,
chef d'tat-Major, qu'en un jour d'espoirs
je choisis entre tous pour ton adresse
 mener ta barque dans les couloirs,
 
dites-moi: O donc est-elle passe?
O sont mes chars? O sont mes fantassins?
Ma rgulatrice, o l'ai-je gare?
Qu'avez-vous fait de mes magasins?
 
"Voyez, mon Gnral, voici la carte,
nous y avons tout dessin trs bien,
mais sur le terrain - le diable m'emporte
je ne sais pourquoi nous ne trouvons rien.
 
Nous avions tout rang dans notre tte
et prvu le front jusqu'au jour J cent.
Hlas! l'ennemi est un trouble-fte
qui s'en va toujours o nul ne l'attend".
 
Mais quel est ce bruit de pas sur la route?
Grand Dieu! Ce sont Messieurs les Allemands.
Ils entrent. Je me rends, quoiqu'il m'en cote!
A moi la triste gamelle des camps.
 
Pourtant, il n'est, dit-on, prison si forte
que, par les vertus d'un esprit dli,
l'habile homme finalement n'en sorte
en promettant ce que veut le gelier.
 
Et ne pouvant plus tre chef d'arme
puisque j'ai perdu mon dernier soldat,
peut-tre, dans la France dsarme,
l'ennemi me fera chef de l'tat.
 
28 avril 1942.
 
[Il Generale che ha perduto la sua armata. Sui vecchi banchi della Scuola di guerra | ho sempre preso, Signori, ottimi voti. | Il professore di storia militare | m'insegn che un generale alquanto canzonato || Un tempo nella notte, cercava la sua armata. | Lanterna in mano, il valoroso eroe | diceva: "Curioso, s' involata; | davvero non posso credere ai miei occhi". || Ohim! fratello, sventurato Soubise, | avrei bisogno del tuo lumicino; | anche a me, non so qual tramontana, | ha spazzato via sino all'ultimo battaglione. || Miei giovani e vigili ufficiali | sin dall'infanzia educati all'arte fina | di tirar frecce in verde o in arancione | che andranno a ravvivare... la carta del Kriegsspiel; || Tu, per primo, sostegno dei miei anni, | Capo di Stato Maggiore, che un giorno | tra tutti scelti per la tua destrezza | a manovrare per i corridoi, || Ditemi: dove  andata? | Dove sono i miei carri, i miei fantaccini? | Il mio regolo, dove mai l'ho smarrito? | Che avete fatto dei miei magazzini? || "Vede, Generale, ecco la carta | tutto vi  segnato, e diligentemente, | ma sul terreno - che il diavolo... il diavolo mi porti | non so perch non si trova niente. || Tutto nella nostra mente era stato ordinato | previsto il fronte sino al giorno X 100 | Ahim! il nemico  un guastafeste | e va sempre dove nessuno lo attende". || Ma che  mai questo rumore di passi sulla strada? | Gran Dio! I Signori Tedeschi. | Entrano. Mi arrendo, bench tanto mi costi! | A me la triste gavetta dei campi. || Ma non c' prigione tanto forte | da cui, per le virt di uno spirito sottile | l'uomo abile prima o poi non possa uscire | promettendo ci che vuole il carceriere. || E pi non potendo essere comandante d'armata | giacch ho perduto sino all'ultimo soldato, | forse, nella Francia disarmata, | il nemico mi far CAPO DI STATO].
 

6..


Marc Bloch e l'UGIF


 
Tra le carte di Marc Bloch, si conserva copia di talune lettere e annotazioni che riguardano specificamente la creazione dell'UGIF (Unione Generale degli Israeliti di Francia) da parte del regime di Vichy. La legge del 29 novembre 1941, pubblicata sul "Journal officiel" del 2 dicembre 1941, stabiliva:
 
"Articolo I.
Si istituisce presso il Commissariato generale per le questioni ebraiche una Unione generale degli Israeliti di Francia. Tale unione persegue l'obiettivo di assicurare la rappresentanza degli ebrei presso i pubblici poteri, in particolare per quanto concerne i problemi relativi all'assistenza, alla previdenza, alla riqualificazione sociale. Essa assolve ai compiti che in tale ambito le sono affidati dal Governo.
L'Unione generale degli Israeliti di Francia  un'istituzione pubblica, autonoma, dotata di personalit civile. Essa  rappresentata in giudizio come negli atti della vita civile dal suo presidente, che pu delegare a un mandatario di sua scelta tutti o in parte i suoi poteri.
 
Articolo II
Tutti gli ebrei domiciliati o residenti in Francia sono obbligatoriamente affiliati all'Unione generale degli Israeliti di Francia.
Tutte le associazioni ebraiche esistenti sono sciolte, ad eccezione delle associazioni culturali israelite legalmente costituite.
I beni delle disciolte associazioni ebraiche sono devoluti all'Unione generale degli Israeliti di Francia [...]".
 
Riproduciamo qui alcuni documenti che ci sono parsi di particolare interesse e che a nostro avviso possono illuminare sia La strana disfatta sia l'impegno di Marc Bloch nella Resistenza:
 
1) Uno scambio epistolare con John Ullmo, tra l'aprile e il maggio 1941, sul ruolo del nuovo Ufficio studi del Concistoro.
2) Due estratti di lettere inviate rispettivamente a Henri Lvy-Bruhl e a Georges Friedmann nonch il testo dattiloscritto di una lettera redatta da Marc Bloch in cui si denuncia la politica seguita dall'UGIF; la lettera fu proposta all'attenzione di grandi intellettuali e accademici di confessione ebraica affinch la sottoscrivessero. I tre documenti sono attualmente conservati all'archivio del Centre de documentation juive contemporaine, a Parigi. Provengono dagli archivi del Commissariato alle questioni ebraiche (instaurato con Vichy), servizio di arianizzazione economica, direzioni generali di Tolosa e Montpellier. Si tratta evidentemente di estratti ricopiati dalla corrispondenza sotto sorveglianza che Marc Bloch intratteneva con parenti e amici. Portano la data del 9 febbraio 1942.
3) La nota sull'UGIF di Georges Friedmann, rinvenuta tra le carte di Marc Bloch, che una volta discussa dall'autore de La strana disfatta fu all'origine della lettera, per taluni aspetti diversa, che Marc Bloch sottopose alla firma di alcuni grandi nomi.
4) L'elenco dei firmatari ritrovato tra le carte di Bloch che, bench unito alla nota di Friedmann, riporta i nomi di coloro che sottoscrissero la lettera di Marc Bloch sull'UGIF di fine marzo 1942.
L'editore

 
 
1. Corrispondenza con Jean Ullmo.
 
Clermont-Ferrand (Puy-de-Dme)

103 boulevard Gergovia

2 aprile 1941

 
Caro Signore,
la cortesia di un amico spero mi permetter di farle giungere questa lettera senza dover ricorrere alla posta.  d'altronde possibile che lei la riceva in duplice copia. Perch l'amico cui intendo affidarla prima di partire per la campagna non  a tutt'oggi certo di recarsi a Lione per le vacanze di Pasqua e, in ogni caso, non pu ancora fissare la data del viaggio. Se mi si presenter nel frattempo una nuova occasione, ne approfitter. Quanto a Lei, non dovr che distruggere la seconda copia.
Non si stupir, ne sono certo, se in seguito alla conversazione dell'altro giorno, sulla quale ho riflettuto parecchio, tengo a precisarle per iscritto la mia posizione. Gradirei se possibile che questa lettera fosse trasmessa al sig. Isaac e ad altre persone interessate all'opera di cui si  parlato.
1) Riterrei oltremodo increscioso qualsiasi tentativo di raccogliere una documentazione non esclusivamente finalizzata alla dimostrazione della seguente tesi (la cui verit ci  nota): gli ebrei francesi sono Francesi come gli altri e, nella quasi totalit dei casi, buoni Francesi. Nessuno studio generale sul "problema ebraico", dunque, n sulle caratteristiche del giudaismo in s, ecc. Dovremo un giorno nuovamente richiedere il nostro legittimo posto all'interno della comunit francese, dalla quale moralmente mai siamo usciti. Le sole prove che dobbiamo raccogliere sono quelle a sostegno di questa giusta richiesta. Non regaliamo armi a chi vorrebbe isolarci in non importa qual ghetto. E nemmeno diciamo: queste curiosit sono pi che legittime e, dal momento che non intendiamo pubblicarle, mai potranno nuocere. Argomentazione fallace, e doppiamente. Perch a) in pratica,  impossibile lavorare nel segreto; b) nessuno ci assicura che non vi saranno un giorno misure di controllo, quando non di confisca. La prudenza, e la nostra dignit ci sconsigliano ogni azione clandestina.
2) Se una documentazione, destinata all'obiettivo limitato e modesto che ho appena definito, deve essere raccolta, certo non potr esserlo sotto il solo patrocinio degli ebrei. Anche in questo caso, dobbiamo guardarci da tutto ci che sembrerebbe fare di noi un gruppo a parte, separato dagli altri Francesi. Personalmente non potrei aderire che all'opera cui si associassero, per partecipare alla sua direzione, intellettuali di origine e, se possibile, di fede cristiana.
3) Va da s che nessuna parvenza di pentimento, politico o non, potrebbe essere tollerata. Tutte le opinioni sono state rappresentate tra noi. E avevano ogni diritto ad esserlo.
4) I rifugiati, giunti tra noi poich perseguitati nei paesi di origine, dovevano essere i benvenuti nella terra dei Diritti dell'Uomo. La loro causa non  esattamente la nostra. Abbiamo il diritto di dirlo perch  vero. Non abbiamo di che arrossire dell'accoglienza che avrebbero loro riservato, insieme a noi, i pi Francesi dei Francesi.
5) Praticamente, un'impresa come quella da voi concepita, anche se ridotta a proporzioni pi modeste, necessita di fondi. D'altra parte, io, tra i pochi scampati alla grande ingiustizia, non posso che desiderare ancor pi ardentemente, mi creda, di veder accordare un aiuto, nelle forme che meglio convengano alle loro inclinazioni e alla loro dignit, a quegli intellettuali di origine ebraica che sono stati vittime dello Statuto. Ma, anche in questo caso,  opportuno evitare tutto ci che potrebbe far pensare ad una societ segreta. Cos come dobbiamo guardarci dall'eventualit che un giorno ci si accusi di essere stati gli agenti - magari prezzolati - di ambienti esclusivamente finanziari. E dico questo, gliel'assicuro, senza cedere ad alcun pregiudizio.  naturale che chi tra noi pu dare un aiuto materiale lo dia, e non possiamo che essergliene riconoscenti. Ma che l'"alta finanza", a torto o a ragione, sia considerata con sospetto dall'opinione pubblica, questo  un fatto.  nostro dovere tenerne conto. Si ricordi della famosa calunnia del "Sindacato". E dunque: a) una contabilit perfettamente trasparente; b) come finanziatore, una sola organizzazione: il Concistoro, che ha funzione ufficiale e pu lavorare alla luce del sole.
Non star a scusarmi di aver espresso il mio pensiero con tutta la chiarezza di cui sono stato capace. So che  ci che lei desiderava. Spero vivamente che saremo d'accordo su ogni punto e che potr dunque aiutarvi, per quanto lo concedano le mie forze. Sono spiacente di non poter promettere una collaborazione attiva. La mia salute, al momento, mi impone qualche riguardo e d'altronde sono sempre dell'idea di lasciare la Francia verso l'inizio dell'estate. Per motivi che potr facilmente intuire, non saprei accettare alcun compenso. Ma non sar poi cos difficile proporvi qualche collaboratore. Ho gi in mente un nome, in ambito economico. E va da s che sar a vostra disposizione se riterrete di dovermi chiedere un parere su questo o quel problema che eventualmente conoscessi un po'.
Voglia accettare, caro signore, la pi sincera espressione dei miei sentimenti.
 
Monsieur Marc Bloch
103, boulevard Gergovia
Clermont-Ferrand
(Puy-de-Dme)
 
Lione, 7 maggio

Caro Signore,
ho tardato un po' a rispondere alla sua lettera del 2 aprile per poterle sottoporre i primi risultati ottenuti nella direzione da lei indicata. Il sig. Heilbronner, Presidente del Concistoro, ha designato il nostro centro come Ufficio Studi del Concistoro. Ne ha parlato al cardinal Gerlier, che ha espresso il proprio apprezzamento e ha autorizzato gli ecclesiastici a collaborarvi; la partecipazione dell'abate Chane, professore alla Facolt cattolica di Lione,  assicurata. D'altra parte, tramite il sig. Isaac, sono stati contattati il sig. Andr Mazon e il sig. D. Parodi, e abbiamo ogni motivo di pensare che accetteranno di collaborare con noi.
La nostra attivit si concentra attualmente sul problema della comunit francese; il sig. Heilbronner ci ha invitato a raccogliere i materiali per uno studio richiestogli dalla "Revue des deux mondes" sulla storia di questa comunit. Si tratta, come pu constatare, di una dimostrazione quasi ufficiale, di indiscutibile interesse.
Il solo punto sul quale non mi  stato possibile accontentarla del tutto  la stretta limitazione dei soggetti studiati, che non  parsa auspicabile all'insieme delle personalit consultate.
Ma ho fiducia che ci accorder ugualmente la sua collaborazione, per noi estremamente preziosa, o, se non le sar possibile, che vorr designare uno o pi collaboratori che a suo giudizio possano esserci di aiuto.
Ringraziandola ancora dell'interesse accordato alla nostra impresa, alla cui riuscita anche le critiche che lei ha espresso si riveleranno, come io spero, di grande utilit, la prego di credere ai miei pi devoti sentimenti.
J. Ullmo

 
 
2. Lettere sull'UGIF.
 
2.1 Lettera al S. Bruhl.
 
[...] Vuole leggere il documento qui accluso?  nato, con qualche ritardo, da una mia conversazione con Friedmann, circa tre settimane fa. Ci siamo scoperti entrambi molto preoccupati della piega "sionista", per cos dire, che rischiavano di prendere gli atti, le iniziative e gli accordi stipulati dal Consiglio di Amministrazione dell'Unione degli Israeliti. Soprattutto considerando quanto sappiamo, o possiamo immaginare, della sua composizione. Vi  qui, a mio giudizio, un grave rischio per il futuro. Quando, beninteso, si pensi come nel nostro caso innanzitutto francese. Mi sono quindi deciso a stendere la lettera destinata al Presidente di questo Consiglio, di cui le invio il testo. Mi  parsa, dal punto di vista del governo, inattaccabile.
 
2.2 Lettera al S. Friedmann.
 
[...] Ecco il testo che le propongo. Glielo mando con un po' di ritardo. Non me ne rammarico, giacch nel frattempo ho potuto ricevere la sua nota, che mi  parsa eccellente, e tenerne conto in questa redazione.
Non penso per sia opportuno tardare troppo. Certo avrei preferito aspettare le sue obiezioni, se ne ha. Ma altre obiezioni possono arrivare da altri corrispondenti, e anche di queste potremmo dover tener conto. Pensandoci bene, la soluzione pi semplice mi  parsa la seguente.
Le invio il testo nella convinzione che vorr incaricarsi di raccogliere firme a Tolosa e magari nei dintorni di Tolosa. Se vi saranno obiezioni di qualche rilievo, spero mi dar carta bianca per rimaneggiare il testo nel senso indicato.
Per Lione, mancherei all'amicizia se non scrivessi a Lvy-Bruhl. Ma che questo non le impedisca, per parte sua, di scrivere all'amico di cui parla. Tanto pi che non so esattamente quale sar la reazione di L.-B.
Scriver a Clermont a Bauer (del Collge de France). Avevo pensato di scrivere a Oualid che  a Marsiglia. Tutto sommato mi  parso preferibile rinunciarvi. Si era parlato di lui per il comitato. Credo abbia rifiutato. Mi sembrerebbe indelicato nei suoi confronti, e in ogni caso un po' imbarazzante, se dopo questo rifiuto egli finisse per apparire un dispensatore di consigli. Stessa cosa per Olmer, della Facolt di medicina di Marsiglia.
Qui cercher di vedere il mio collega Lisbonne della Facolt di medicina e l'ex presidente dell'ordine degli avvocati Milhaud. Ritengo d'altronde che sia inutile raccogliere troppe firme, addirittura rischioso per gli stessi firmatari ai quali, per quanto personalmente immuni noi si possa essere dalla paura,  necessario pensare. Vi  un controllo postale, e daremmo prova di una strana ingenuit se supponessimo che la nostra iniziativa non debba essere ben presto nota a coloro cui sar forse trasmessa anche la lettera che oggi le scrivo. La nostra posizione  a mio giudizio irreprensibile, poich restiamo rigorosamente nell'ambito delle leggi vigenti. Ma una dimostrazione massiccia rischierebbe di creare turbamento, e a quel punto di arrestare di colpo il cammino che ci sta a cuore.
Mi piacerebbe per se non tutte le firme fossero di universitari. D'altro canto - ma c' bisogno che glielo dica? - non tengo affatto alle firme dell'Alta Finanza.
Il Presidente del Consiglio di Amministrazione dell'Unione (che sopra, per errore, ho chiamato "comitato")  espressamente menzionato nell'articolo 7 della legge 29 novembre 1941 che ho sotto gli occhi. La prego di dirmi che cosa pensa di tutto ci.
 
 
Testo dattiloscritto destinato alla sottoscrizione.

 

Signore, Israeliti francesi.
Ci rivolgiamo a lei come al Presidente designato dal Governo del Consiglio di Amministrazione dell'Unione, costituita in virt della legge del 29 novembre 1941.
Sappiamo quanto sia pesante il compito che lei si  assunto. Le esprimiamo la nostra viva gratitudine per i servigi che, nella sua delicata posizione, non mancher di rendere a tutti coloro che sono stati colpiti dalla recente legislazione.
Ma crediamo anche di doverle dire, con fiducia e franchezza, con quale spirito consideriamo la situazione attuale e il ruolo stesso dell'Unione.  importante, pensiamo, che nessun equivoco venga a turbare i sentimenti di cui tante volte abbiamo colto l'eco tra tutti gli Israeliti francesi che ci  stato dato di avvicinare.
La Francia, che abbiamo servito del nostro meglio e per la quale, come gi hanno fatto tanti dei nostri, sacrificheremo di cuore, domani stesso, il nostro sangue o quello dei nostri figli,  la nostra patria. Allo stesso titolo dei nostri compatrioti di origine cattolica o protestante, tra i quali annoveriamo tanti carissimi amici e vecchi compagni di battaglia, ci sentiamo i figli leali e riconoscenti di questa madre comune.
Le speranze e i lutti della Francia sono i nostri. I valori di civilt cui tenacemente restiamo legati sono quelli che questo paese ci ha insegnato. Quali che siano, nella loro diversit, le nostre convinzioni filosofiche, politiche o religiose, il popolo francese  il nostro popolo. Non ne riconosciamo altri.
Ci rivolgiamo dunque a lei e ai suoi colleghi del Consiglio di amministrazione perch vi sforziate di mantenere tra noi e i nostri fratelli francesi la pi inscindibile unione, affinch nulla sia proposto, fatto o tentato, fosse pure per lenire le pi considerevoli sventure, di ci che anche indirettamente potrebbe determinare un nostro isolamento morale della comunit nazionale, di cui, bench colpiti dalla legge, intendiamo restare membri fedeli. Ci affidiamo a voi affinch protestiate, nelle forme che pi vi parranno opportune e nei limiti dei vostri diritti, contro ogni suggestione che finisse per creare, approfondire o sancire tale scissione. Sappiamo quanto necessarie e belle siano le opere di soccorso. Siamo al loro pieno servizio. Ma pensiamo che esse debbano per prima cosa evitare di farsi strumento, bench del tutto involontario, di una separazione che ferirebbe i sentimenti pi profondi degli Israeliti francesi. La generosit d'animo di tanti dei nostri compatrioti di diversa origine ci  d'altronde troppo nota, troppe sono le toccanti testimonianze di solidariet che essi ci hanno offerto per non reputare inutile quanto temibile, se mai se ne presentasse il rischio, un tale ripiegamento dello spirito di soccorso.
In una parola, per quanto crudele sia oggi la sorte di tanti di noi, quale che sia la minaccia che pesa sui nostri figli, nulla  per noi pi importante del nostro attaccamento alla Francia. Siamo Francesi. Non riusciamo ad immaginare che potremmo non esserlo pi. Per noi, come per i nostri figli, non potremmo concepire altro destino che un futuro francese.  questo avvenire che vi chiediamo di preparare o di proteggere.
L'autorizziamo a far menzione di questa lettera, se le parr opportuno, alle autorit cui riterr di doverla trasmettere.
Voglia accettare, Signore, l'espressione della nostra pi sincera devozione.
Marc Bloch,

Professore alla Facolt di Lettere dell'Universit di Parigi, distaccato presso l'Universit di Montpellier; Cavaliere della Legion d'Onore al merito militare, Croce di guerra 1914-18 Citato all'ordine del Corpo d'armata (1940).

 
 
3. Nota di Georges Friedmann sull'Unione degli Israeliti di Francia.
 
Un'Unione degli Israeliti di Francia  stata costituita dalla legge del 29 novembre 1941. Sotto il nome di "ebrei residenti in Francia", essa unisce obbligatoriamente cittadini francesi e un gran numero di persone di altra nazionalit. La legge del 29 novembre 1941 segna cos, per i Francesi che discendono da famiglie di confessione israelita, una nuova tappa verso il decadimento, sul piano legale, della loro qualit di Francesi. Se fossero in questo modo spezzati i legami di coscienza che al di l delle diverse opinioni filosofiche e religiose si sono stretti da pi di centocinquant'anni a questa parte tra Francesi, una grave ferita rischierebbe di essere inferta all'unit nazionale francese.
D'altra parte, una legge pi recente, del 16 gennaio 1942, ha associato l'Unione alle misure di spoliazione delle autorit occupanti. Preoccupati innanzitutto della salvaguardia dei valori morali che legano i Francesi israeliti all'insieme degli altri Francesi, non intendiamo qui sollevare problemi di ordine materiale, per quanto tragica sia spesso la loro incidenza. Ma non possiamo non constatare che, giustificando le preoccupazioni sin dall'inizio ispirate dal testo stesso dell'atto costitutivo, questa nuova legge esclude definitivamente di poter presentare l'Unione come un'associazione di pura assistenza.
Francesi di ascendenza israelita, non possiamo riconoscere nei membri del Consiglio di Amministrazione dell'Unione i nostri rappresentanti. Noi li avvertiamo, se ancora siamo in tempo, delle responsabilit in cui incorrono di fronte all'intera opinione pubblica francese o di fronte al futuro.
Ci sembra necessario dire, con fermezza e franchezza, con quale spirito consideriamo l'attuale situazione.  importante, pensiamo, che nessun equivoco venga a turbare i sentimenti di cui tante volte abbiamo colto l'eco tra i Francesi israeliti di ogni condizione.
 
La Francia, che abbiamo servito del nostro meglio e per la quale, come gi hanno fatto tanti dei nostri, sacrificheremo di cuore, domani stesso, il nostro sangue o quello dei nostri figli,  la nostra patria. Allo stesso titolo dei nostri compatrioti di origine cattolica o protestante, tra i quali annoveriamo tanti carissimi amici e vecchi compagni di battaglia, ci sentiamo i figli leali e riconoscenti di questa madre comune. Le speranze e i lutti della Francia sono i nostri. I valori di civilt cui tenacemente restiamo legati sono quelli che questo paese ci ha insegnato. Il popolo francese  il nostro popolo. Non ne riconosciamo altri.
Esprimiamo la pi ardente speranza che tra noi e gli altri Francesi nostri fratelli sia mantenuta la pi inscindibile unione. Protestiamo sin da ora contro ogni proposta che, fosse pure nell'intento di lenire le pi considerevoli sventure, potrebbe anche indirettamente determinare un nostro isolamento morale della comunit nazionale di cui, bench colpiti dalla legge, intendiamo restare membri fedeli; contro ogni suggestione, da qualunque parte essa provenga e qualunque pretesto essa accampi, che finirebbe per creare, approfondire o sancire tale scissione.
Sappiamo quanto necessarie e belle siano le opere di soccorso. Siamo al loro pieno servizio. Ma pensiamo che innanzitutto debbano anche'esse evitare di farsi strumento, bench del tutto involontario, di una separazione che ferirebbe i sentimenti pi profondi degli Israeliti francesi. La generosit d'animo di tanti dei nostri compatrioti di diversa origine ci  d'altronde troppo nota, troppe sono le toccanti testimonianze di solidariet che essi ci hanno offerto, per non reputare inutile quanto temibile, se mai se ne presentasse il rischio, un tale ripiegamento dello spirito di soccorso. In una parola, per quanto crudele sia oggi la sorte di tanti di noi, quale che sia la minaccia che pesa sui nostri figli, nulla  per noi pi importante del nostro attaccamento alla Francia. Siamo Francesi. Non riusciamo ad immaginare che potremmo non esserlo pi. Per noi, come per i nostri figli, non potremmo concepire altro destino che un futuro francese.
 questo avvenire che invitiamo i Francesi israeliti a preparare e proteggere.
 
 
4. Firmatari della lettera di Marc Bloch.
 
Hanno sottoscritto in data 31 marzo 1942:
Gaston Alexandre: Negoziante in Tolosa; Croce di Guerra 1914-18; tesoriere del Comitato Dipartimentale d'Assistenza (Soccorso Nazionale).
Marcel Alexandre: Industriale in Tolosa; Croce di Guerra 1939-40.
Dr Max Aron: Professore alla Facolt di Medicina di Strasburgo. Dottore in Scienze; ex combattente (1914-18); Cavaliere della Legion d'Onore, Medaglia d'Argento "des Epidmies".
Edmond Bauer: Ex professore all'Universit di Strasburgo, ex vicedirettore di laboratorio al Collge de France; Cavaliere della Legion d'Onore, Croce di guerra 1914-18.
E. Benveniste: Ex professore al Collge de France; combattente di guerra, 1939-40.
Marc Bloch: Professore alla Sorbona; Cavaliere della Legion d'Onore al merito militare; Croce di guerra 1914-18, citato all'ordine del Corpo d'armata (1940).
Raymond Bloch: Negoziante in Tolosa; Cavaliere della Legion d'Onore, Medaglia Militare, Croce di guerra 1914-18, Croce dei Combattenti volontari.
Louis Cahen: Ex ingegnere in capo delle Poste, Cavaliere della Legion d'Onore, Croce di guerra 1914-18.
Benjamin Crmieux: Uomo di Lettere, Agreg dell'Universit. Distaccato al Ministero degli Affari Esteri (1920-40) ; Ufficiale della Legion d'Onore (Cavaliere al merito militare), Croce di guerra 1914-18.
Georges Friedmann: Agreg dell'Universit, ex professore alle Universits Techniques di Parigi.
P. Grunebaum-Ballin: Presidente di Sezione Onoraria al Consiglio di Stato, Commendatore della Legion d'Onore.
Arnold Hanff: Ingegnere in capo delle Poste, Cavaliere della Legion d'Onore, Croce di guerra 1914-18.
Ramon Hesse: Avvocato alla Corte d'Appello di Parigi, Cavaliere della Legion d'Onore.
Ren Hurstel: Negoziante in Tolosa, Croce di guerra 1914-18.
Paul Lvy: Ispettore generale delle Miniere, Professore all'cole Polytechnique, Ex Presidente della Socit Mathmatique de France, Ufficiale della Legion d'Onore, Ex Comandante della contraerea della Sesta armata (1917).
Henry Lvy-Bruhl: Professore alla Facolt di Diritto di Parigi, Cavaliere della Legion d'Onore al merito militare, Croce di guerra 1914-18.
Dr Marcel Lisbonne: Professore alla Facolt di Medicina di Montpellier, Ex caposervizio all'Istituto Pasteur di Parigi, Cavaliere della Legion d'Onore al merito militare.
Alfred Lyon: Dottore di Medicina, Professore alla Clinica universitaria della Facolt di Medicina di Tolosa, Croce di guerra 1939-40.
Benjamin Milhaud: Avvocato alla Corte d'Appello di Montpellier, Ex Presidente dell'Ordine, Ex Sindaco di Montpellier, Ufficiale della Legion d'Onore.
Raymond Milhaud: Avvocato al foro di Nizza, Ex Presidente dell'Ordine, Cavaliere della Legion d'Onore.
Ren Milhaud: Avvocato alla Corte d'Appello di Tolosa, ex membro del Consiglio dell'Ordine, figlio di un combattente morto per la Francia (1914-18).
Roger Nathan: Consigliere tecnico al Ministero della Produzione Industriale, Cavaliere della Legion d'Onore, Croce di guerra 1914-18.
Dr D. Olmer: Professore alla Facolt di Medicina di Marsiglia, medico consulente degli Hpitaux, Cavaliere della Legion d'Onore, Croce di guerra 1914-18.
Paul Raphael: Amministratore della Ligue Franaise de l'Enseignement, Segretario generale della Socit d'histoire de la Rvolution de 48, Cavaliere della Legion d'Onore.
Jacques Trves: Ingegnere delle Poste, Cavaliere della Legion d'Onore per fatti di guerra 1939-40, Croce di guerra con palma, 1939-40.
Paul Wahl: Ispettore generale onorario del Dipartimento Ponti e Strade, Ufficiale della Legion d'Onore per fatti di guerra, Croce di guerra 1914-18 (7 citazioni, di cui 4 all'ordine dell'Armata).
Robert Waitz: Ex professore agreg alla Facolt di Medicina di Strasburgo, ex interno degli Hpitaux de Paris.
Henri L. Weill: Ispettore generale onorario delle Miniere, Ufficiale della Legion d'Onore, Croce di guerra 1914-18.
Daniel Lvi: Ex Console generale di Francia, Cavaliere della Legion d'Onore, Ex combattente 1914-18.
 

***


7.

Il dr. Goebbels analizza la psicologia del popolo tedesco.



Ci sforzeremo di giudicare con freddezza persino le nostre speranze. Sappiamo che il morale tedesco non  incrollabile, non pi del cemento della "fortezza Europa". Ma non siamo tra coloro che alla prima chiacchiera riportata da Berlino, alla prima conversazione sorpresa su un treno tra due feldgrau, si affrettano ad annunciare il crollo della Germania. La vittoria non cadr nelle nostre mani, non sar il frutto maturo che basta attendere, pigramente, dalla generosit dell'albero. Sar conseguita con i duri sforzi delle nazioni alleate, tra le quali la Francia, oggi all'interno del paese come all'estero, rivendica sempre pi energicamente il proprio ruolo. Il crollo psicologico verr, ma solo nell'ora designata dal destino delle armi.
Ci detto, non vi  dubbio che le reazioni emotive del popolo tedesco destino sin da ora profonde apprensioni tra i pi lungimiranti dei suoi dirigenti. Nessuno ne conosce la natura meglio del dr. Goebbels, nessuno meglio di lui pu valutarne i pericoli.  dunque con piacere che i "Cahiers" dnno la parola a questo eminente collaboratore.
Ed ecco, dal resoconto pervenuto a Londra, i passi pi significativi del discorso pronunciato dal dr. Goebbels nel novembre del 1942, in occasione di una conferenza stampa cui presenziarono, oltre ai capiservizio del suo ministero, i redattori dei principali giornali del Partito. Il testo risale a circa dieci mesi fa, e il suo significato non pu che apparirci oggi ancora pi evidente.
"La propaganda non deve prendere in considerazione soltanto gli avvenimenti internazionali e militari. Essa deve, contrariamente alla propaganda inglese, tenere conto della mentalit del popolo tedesco. La resistenza della nazione tedesca non  cos grande come quella della nazione britannica.
 facile per un Inglese dire che la Gran Bretagna non ha mai perduto una guerra e che  cos ricca che qualche battaglia perduta non ha ripercussioni sull'esito della guerra. La Germania ha perduto delle guerre. Siamo una nazione impoverita e senza alcuna tradizione imperialista.  per questo che dobbiamo agire con prudenza.
La data dell'11 novembre 1918 grava pesantemente sul popolo tedesco. Questo fardello  alla base della mentalit tedesca. Noi dobbiamo pagare per gli errori che sono stati commessi nel novembre 1918.  forse vero che dopo la capitolazione della Francia, nel 1940, avremmo potuto concludere la pace se l'Inghilterra non avesse avuto la certezza che il ricordo degli avvenimenti del novembre 1918 e le loro ripercussioni sulla mentalit tedesca non le avrebbero permesso, alla lunga, di spezzare la nazione tedesca piegandone il morale. Questo complesso d'inferiorit grava pesantemente sul nostro popolo e l'avversario lo sa.
L'ultimo inverno  stato molto duro, tanto dal punto di vista psicologico quanto dal punto di vista della propaganda. Questo stato di cose ha obbligato la direzione della stampa a limitarne le attivit. In Germania, non vi pu essere che una sola opinione ufficiale su ogni avvenimento: se ce ne fossero due, sappiamo per esperienza che la nostra nazione, non essendo matura dal punto di vista politico, accetterebbe quella contraria al governo.
L'Inghilterra non ha bisogno di prendere tali precauzioni; la nazione conserva le sue abitudini insulari ed  unita dal tempo della rivoluzione di Cromwell. Il popolo tedesco, che soffre di un complesso di obiettivit, cerca ancor oggi delle qualit nel nemico. Questo fatto pu spiegare la stima di cui gode Churchill in certi ambienti del nostro paese.
Un altro esempio  la promessa di Gring all'inizio della guerra, che neppure un aereo nemico avrebbe potuto sorvolare la Germania con successo, e l'eco di delusione che questa frase ha suscitato nel popolo. Questa promessa  ricordata e commentata ogni volta che il nemico effettua un raid sul nostro paese.
E tuttavia questa promessa, nel momento in cui fu fatta, era giustificata. In quel momento la Luftwaffe era superiore alle forze aeree di tutti gli altri paesi. Ma i fatti, in seguito, hanno smentito le previsioni del maresciallo Gring e ci ha avuto ripercussioni incresciose sulla nostra opinione pubblica.
Al contrario, tutte le menzogne di Churchill hanno fatto poca impressione al popolo inglese.
Ad un popolo come il nostro, nessun governo pu presentare i fatti nella loro vera luce. Ci non sar possibile che tra centocinquant'anni, quando saremo ricchi ed avremo una tradizione imperialista, quando la giovent tedesca studier a Kiev e a Bruxelles, quando ogni cittadino tedesco avr una tal fiducia in s da essere refrattario a ogni propaganda straniera".
Sempre in questa conferenza, Goebbels critica la propaganda britannica destinata alla Germania che, a suo dire, potrebbe produrre risultati positivi solo a condizione di ripetere incessantemente gli stessi temi. E qui Goebbels spiega ai suoi ascoltatori che, se egli fosse stato il ministro britannico della Propaganda, avrebbe riproposto continuamente questi due argomenti:
1) La Gran Bretagna fa la guerra a Hitler e non alla Germania;
2) I principi della Carta atlantica, finch ogni tedesco non li imparasse a memoria come i quattordici punti del presidente Wilson.
 
All'epoca in cui si tenne la conferenza, le citt e le fabbriche tedesche non avevano ancora subito gli intensi bombardamenti che da allora hanno imparato a conoscere. Ma l'Alto Comando tedesco si aspettava un'offensiva aerea. Ed ecco, in proposito, i consigli di Goebbels ai suoi ascoltatori: "Gli attacchi aerei che il nemico scatener contro la Germania nel corso dei prossimi mesi creeranno un problema capitale per la nostra politica interna. Sar il problema decisivo della politica di guerra della Germania. Sar impossibile dire, brutalmente, che Dsseldorf  una citt in rovina. Gli abitanti delle regioni bombardate hanno diritto ad essere consolati ed incoraggiati. Saranno pertanto formate delle sezioni speciali di propaganda e il loro dovere sar quello di paragonare i bombardamenti aerei agli avvenimenti del fronte. Occorrer presentarli in forma mistica. Gli abitanti delle regioni minacciate dai raid aerei devono essere incoraggiati, mentre quelli che vivono nelle regioni non esposte dovranno essere convinti del coraggio eccezionale degli abitanti delle citt bombardate. Noi dobbiamo abituare la gente ad abbandonare l'idea di una guerra libera da preoccupazioni quale  stata nei due primi anni. Pi la guerra durer, pi la nazione si stancher. Dobbiamo agire contro questa tendenza e bisogna sperare che si stanchino anche i nostri nemici".
...
.
...
FINE.
...
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...
NOTE.
1 L. WERTH, Dposition. Journal 1940-1944, Grasset, Paris 1946, p. 14. Le opere precedenti di Werth si sono sempre poste a servizio di una crociata umanitaria: La maison blanche (1913)  una denuncia appassionata dei purgatori ospedalieri; Clavel soldat (1919) mette a nudo l'iniquit di trattamento nell'esercito; Yvonne et Pijallet (1921)  un'invettiva contro l'infiacchimento dei costumi e la scomparsa delle sane virt popolari.
2 Citato in C. FINK, Marc Bloch. A Life in History, Cambridge University Press, Cambridge 1989, p. 205.
3 Citato in F. BDARIDA, Marc Bloch historien, soldat et pre de famille, in Marc Bloch  Etienne Bloch. Lettres de la "drle de guerre", a cura di F. Bdarida e D. Peschanski, "Les cahiers de l'Institut d'histoire du temps prsent", XIX (1991), p. 24.
4 R. ARON, Mmoires, Julliard, Paris 1983, p. 161.
5 . BLOCH, Prefazione a Marc Bloch  Etienne Bloch cit., p. 6.
6 Citato in H. DOPSCH, Marc Bloch et les Mlanges en l'honneur d'Alfons Dopsch. Rflexions sur une lettre de Marc Bloch datant de l'Anschluss, in Marc Bloch aujourd'hui. Histoire compar et Sciences sociales, a cura di H. Atsma e A. Burguire, Editions de l'cole des hautes tudes en Sciences sociales, Paris 1990, pp. 70-71.
7 L'explicit di Blanche de Castille - per quanto discreto -  gi un autentico manifesto di battaglia delle idee: "Le cronache ufficiali [...] attribuiscono ai re tutti gli atti importanti del loro regno, anche quelli che non hanno voluto" (M. BLOCH, La servit nella societ medievale, a cura di G. Cherubini, La nuova Italia, Firenze 1993, p. 336).
8 Cfr. M. BOAS-BOASSON, Au soir du monde. Lettres de guerre 16 avril 1915 - 27 avril 1918, Plon, Paris 1926; cfr. J. N. CRU, Tmoins. Essai d'analyse et de critique des souvenirs de combattants dits en France de 1915  1928, Presses universitaires de Nancy, Nancy 19932, pp. 497-501.
9 M. BLOCH, Souvenirs de guerre 1914-1915, Colin, Paris 1969, p. 26. Le traduzioni sono mie. Esiste anche una versione italiana (M. BLOCH, La guerra e le false notizie. Ricordi 1914-1915 e Riflessioni 1921, con Introduzione di M. Aymard e traduzione di G. De Paola, Donzelli, Roma 1994, pp. 3-69) della quale non ho ritenuto utile servirmi.
 
10 Ibid., p. 23.
11 Ibid., p. 33.
12 Maurice Aymard ha ragione (nella sua Introduzione a BLOCH, La guerra e le false notizie cit., p. XII) quando osserva che "l'intellettuale Marc Bloch, pur mantenendo una distanza culturale e sociale nei confronti del "popolo", rivendica, nell'accettazione dei sacrifici, la solidariet verso di esso, e l'uguaglianza con gli ufficiali di mestiere, dei quali contesta la pretesa al monopolio delle virt militari". Lascia un po' perplessi, invece, la sua affermazione secondo cui "questo atteggiamento degli alti ufficiali va reinserito all'interno delle contraddizioni della terza Repubblica, che vive quel tramonto dell'ancien rgime analizzato da Arno Mayer: una casta militare reclutata per larga parte nelle file dell'aristocrazia e di stampo conservatore si  a poco a poco ricostituita, nel corso dell'Ottocento, dopo la caduta di Napoleone, e cerca fino alla fine di conservare e di rafforzare il proprio potere, tenendosi, in una sorta di arca santa, al di fuori e talvolta al di sopra delle istituzioni e rivendicando un'autorit assoluta, in tempo di pace sui militari di leva, in tempo di guerra su tutta la nazione in armi" (ibid.). Secondo William Serman, uno dei pi autorevoli esperti di cose militari, fra Otto e Novecento l'ufficialit francese sarebbe stata invece notevolmente democratizzata: con la creazione delle scuole di Saint-Maixent, Saumur e Versailles, riservate ai sottufficiali desiderosi di far carriera, con la legge Andr del 1905 che obbligava gli allievi ufficiali a "un anno di servizio in un corpo di truppa" da effettuarsi "in condizioni ordinarie" prima dell'ammissione ai corsi, ma soprattutto con la generalizzazione del sistema dei pubblici concorsi: "L'esercito  all'avanguardia, nell'Ottocento, rispetto all'amministrazione civile. Agli inizi del Novecento, gli uffici dei ministeri, delle prefetture e dei servizi periferici sono ancora ben lungi dal reclutare per concorso tutti i loro funzionari. Per entrarvi, spesso vale possedere relazioni influenti piuttosto che avere il baccalaureato" (W. SERMAN, Les officiers franais dans la nation 1848-1914, Montaigne, Paris 1982, p. 11).
13 BLOCH, Souvenirs cit., p. 39.
14 Cfr. BDARIDA, Marc Bloch historien cit., p. 13.
15 "Noi siamo in attesa di avvenimenti incerti e cerchiamo di prepararci per affrontarli al meglio. D'altra parte ci sarebbe molto da dire sui metodi di lavoro e molte cose andrebbero riformate. Ma a chi dirlo?" (M. BLOCH, crire "La socit fodale". Lettres  Henri Berr 1924-1943, a cura di J. Pluet-Despatin, Prefazione di B. Geremek, Imec, Paris 1992, p. 108).
16 Marc Bloch  Etienne Bloch cit., pp. 31 e 51.
17 Ibid., pp. 40 e 44-45.
18 BDARIDA, Marc Bloch historien cit., p. 14.
19 C. DE GAULLE, Mmoires de guerre, I. L'appel (1940-1942), Plon, Paris 1954" pp. 23-24.
20 P. REYNAUD, Mmoires, II. Envers et contre tous, Flammarion, Paris 1963, pp. 509 e passim.
21 J. P. AZMA, 1940. L'anne terrible, Seuil, Paris 1990, pp. 130-31. Jules Ladoumgue, atleta molto noto, era uno specialista delle gare di mezzofondo classificatosi al secondo posto nelle Olimpiadi del 1928.
22 Infra, p. 147.
23 Infra, pp. 151-52.
24 Infra, p. 55.
25 Cfr. A. KOESTLER, Scum of the Earth, 1942 [trad. it. Schiuma della terra, Prefazione di G. Sofri, Il Mulino, Bologna 1989, pp. 129-76].
26 Infra, p. 121
27 Infra, p. 154.
28 KOESTLER, Scum of the Earth cit., trad. it. p. 173.
29 Ibid., pp. 223-24.
30 Infra, pp. 136-37. Va sottolineato che l'urto tedesco fu molto meno violento di quanto non sembrasse, e venne enormemente amplificato dall'"illusione della moltitudine": "Nel 1940 i Francesi hanno ritenuto che il numero dei paracadutisti, dei carri armati e degli aeroplani nemici fosse strabocchevole. In realt, furono impiegate solo poche migliaia di paracadutisti. Il numero dei carri d'assalto che ruppero le linee francesi, e degli aerei che bombardarono le retrovie del campo di battaglia, non oltrepass le 4000-5000 unit; la loro moltiplicazione deriv solo dal terrore che incutevano" (R. ARON, Paix et guerre entre les nations, Calmann-Lvy, Paris 1962, p. 217).
31 Cfr. H. AMOUROUX, Le peuple au dsastre (1939-1940), Laffont, Paris 1976, pp. 393 e 418-19; id., La vie des Franais sous l'occupation, Fayard, Paris 1961, pp. 9-57. Per il testo della notifica citata, cfr. ibid., p. 54.
32 Ibid., p. 57.
33 B. DE JOUVENEL, Aprs la dfaite, Plon, Paris 1941, pp. 63-64 e 101. Le citazioni dirette si trovano rispettivamente alle pp. 125 e 218.
34 [Trad. it. I re taumaturghi, Einaudi, Torino 1973, 1989].
35 [Trad. it. I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi, Torino 1973].
36 [Trad. it. La societ feudale, Einaudi, Torino 1949, 1987].
37 [Trad. it. Apologia della storia o Mestiere di storico, Einaudi, Torino 1930, 1969].
38 [Abbreviazione di Grand Quartier Gnral. N. d. R.].
39 Il 13 ottobre 1941, N. Tsatskin, perito traduttore giurato presso il tribunale della Senna, certificava la conformit della traduzione francese della lettera in ebraico-yiddish del bisnonno di Marc Bloch:
"Al Cittadino Wolf Bloch, nativo di Wintzenheim, Distretto di Colmar, Dipartimento dello Haut-Rhin via Colmar.
A Wintzenheim, Timbro ad inchiostro: DIV... ARMATA DEL NORD.
Magonza, gioved, quinto giorno del mese di Tamuz dell'anno 5354 [giugno 1793]. Salute al mio carissimo signore e padre, di nome Wolf, di illustre reputazione, e alla mia cara madre, sua degna sposa, Sarel [Sarah], che Dio conceda loro lunga vita.
40 La citazione  poi giunta, all'ordine del corpo d'armata. [Nota del luglio 1942].
41 Lo ha ammesso persino il generale Weygand, ex direttore del Centro di alti studi militari ed ex generalissimo, il 25 maggio 1940: "La Francia ha commesso l'enorme errore di entrare in guerra senza il materiale che sarebbe stato necessario possedere e senza la necessaria dottrina militare" (Les Documents secrets de l'tat-Major gnral franais, p. 140). [Nota del luglio 1942].
42 Sul nuovo ritmo che i mutamenti del nostro tempo impongono al pensiero, troviamo alcune intelligenti osservazioni in un libretto in cui nessuno penserebbe di cercarle. Mi riferisco al testo di Charlesworth, Les routes et le trafic commercial dans l'Empire romain. Si vedano le pp. 225 sgg., e in particolare: "Oggi gli uomini devono prendere decisioni con una rapidit che avrebbe sbalordito i nostri antenati". [Nota del luglio 1942].
43 Riferisco quanto mi fu raccontato sul momento. Se ho letto bene il suo rapporto del 22 maggio al Comitato di guerra franco-britannico (Les Documents secrets de l'tat-Major gnral franais, p. 130), Weygand non sarebbe per riuscito a raggiungere lord Gort. [Nota del luglio 1942].
44 Daladier dichiar alla Camera, il 2 febbraio 1937, che deplorava di non aver trovato - al suo ritorno in rue Saint-Dominique - che una sola divisione leggera meccanizzata, la stessa che egli aveva costituito quasi quattro anni prima.
45 Oggi mi rendo conto che il materiale, certo insufficiente, non mancava nella misura in cui si  detto. Mancava sul fronte. Nelle retrovie vi erano carri armati che giacevano inutilizzati nei magazzini, aerei che mai presero il volo; gli uni come gli altri, a volte, ancora in pezzi. Che cosa accadde a Villacoublay, mentre l'esercito tedesco avanzava in direzione di Parigi?  forse vero, come mi  stato raccontato, che fu necessario distruggere sul campo un gran numero di aerei in mancanza degli aviatori che potessero pilotarli? Spiegazione, questa, tutt'altro che inverosimile. Conosco un pilota civile, regolarmente arruolato, che per tutta la guerra non  mai stato autorizzato a salire su un aereo.
46 "Per sua stessa natura l'istituzione militare, fortemente gerarchizzata, si nutre di conformismo" (Paul Reynaud, Le problme militane franais, 1937).
47 La macchina, ecco il nuovo. Per questo, forse, i professori di strategia non l'hanno mai molto amata, almeno da noi. Scriveva J. de Pierrefeu (Plutarque a menti, p. 300) : "Robert de Beauplan, uno degli inviati del "Matin" al famoso Circuit de l'Est durante il quale la Francia comprese il miracolo della propria aviazione, mi ha riferito di un'incredibile dichiarazione del generale Foch, comandante il X corpo, al termine della trionfale manifestazione. Sull'altipiano di Malzville, mentre il corteo si dirigeva verso le automobili, Foch lo prese famigliarmente per un braccio e gli disse: "Vede, tutto questo non  che sport; per l'Esercito, l'aereo  zero"". A tale affermazione  possibile affiancare la celebre prefazione del maresciallo Ptain sui rischi della motorizzazione. Ma, dal 1914 al 1918, anche gli strateghi avevano avuto il tempo per capire. [Nota del luglio 1942].
48 In verit, ne saltavamo pi d'uno. Secondo il regolamento, il parco carburanti non dipendeva dal comandante dell'armata se non attraverso il generale ai cui ordini era posta l'artiglieria dell'armata, rappresentato egli stesso, al grado inferiore, dal comandante di squadrone che dirigeva il servizio Munizioni e Carburante. La via gerarchica avrebbe dunque previsto che ogni ordine, dall'armata al parco, non giungesse a destinazione se non dopo esser passato attraverso queste due autorit sovrapposte. Invariabilmente, a Bohain, i documenti ufficiali seguivano tale percorso, la cui lentezza non aveva mancato di allarmare sia me sia il capitano Lachamp, ogni qualvolta si parlava delle esigenze di un'epoca pi dinamica. Fortunatamente, quando fu il momento, riuscimmo a provocare il corto circuito; e senza scintille, grazie alla condiscendente buona volont degli ufficiali interessati.
49 Sono sempre pi convinto che fosse l'unica ragionevole. Quale sarebbe stato il futuro della guerra se tutto l'esercito britannico, nel maggio-giugno 1940, si fosse logorato sul continente? Crudele saggezza, tuttavia, alla quale il soldato francese, in quei giorni, difficilmente avrebbe potuto elevarsi. [Nota del luglio 1942).
50 Dal verbale del comitato di guerra del 26 aprile 1940 (Les Documents secrets de l'tat-Major gnral franais, p. 98), ecco una frase che la dice lunga sull'insopportabile boria dei nostri stati maggiori. La parola al generale Gamelin: "Spetta agli Inglesi lo sforzo maggiore [in Norvegia]. D'altronde,  necessario sostenerli moralmente, aiutarli ad organizzare il comando, dar loro metodo e coraggio". Ahim! [Nota del luglio 1942].
51 Abbreviazione di Quarter-Master General's Branch.
52 In merito a tali carenze, relative al collegamento tra le nostre forze e il corpo di spedizione, si veda l'intervento di Churchill al comitato di guerra franco-britannico del 22 maggio e il suo telegramma del 24 (Les Documents secrets de l'tat-Major gnral franais, pp. 57 e 132). [Nota del luglio 1942].
53 Sulle cattive abitudini dei secondi uffici, e ben prima della guerra, ecco la schiacciante testimonianza di B. de Jouvenel, La Dcomposition de l'Europe librale, p. 212: "Il nostro stato maggiore d prova di una vanit puerile quando, sulle pagine dell'Annuaire [L'Annuaire militaire de la S.D.N.], elenca forze che non possediamo, militari di carriera mai arruolatisi, riservisti che non vengono convocati. Si rafforza cos la tesi tedesca". Per il 1914, cfr, le Mmoires di Joffre, p. 249 (in merito a false informazioni sui corpi di riserva tedeschi). [Nota del luglio 1942].
54 D'altronde, l'incapacit di informare  una vecchia tara dei nostri stati maggiori. Nei suoi Mmoires, il duca di Fezensac racconta che, ricevuto un giorno da Ney l'incarico di trasmettere un ordine ad uno dei generali subordinati del maresciallo, volle domandargli dove avrebbe dovuto recarsi. ""Nessuna osservazione", mi rispose il maresciallo "non mi piacciono"". E Fezensac aggiunge: "Mai ci parlavano della dislocazione delle truppe. Nessun ordine di movimento, nessun rapporto ci veniva comunicato. Bisognava informarsi come si poteva o, meglio ancora, indovinare" (citato da M. Leroy, La Pense de Sainte-Beuve, p. 56). Ecco un'osservazione che avremmo potuto sottoscrivere: non  vero, Lachamp? [Nota del luglio 1942].
55 Si pone qui, d'altronde, un grave problema. Non vi  testo che lo affronti con altrettanta lucidit del primo tomo dei Mmoires di Joffre. Non vi si trover soltanto il sorprendente elenco dei generali che fu necessario sollevare dall'incarico nei primi mesi di guerra (dalla mobilitazione al 6 settembre 1914, ad esempio, almeno la met dei comandanti di divisione di fanteria attiva ed esattamente la met dei comandanti di divisione di cavalleria). L'osservazione di Joffre a proposito di un generale di corpo d'armata ("Si era rivelato incapace di passare dalla mentalit del tempo di pace a quella del tempo di guerra") vale, evidentemente, per la gran parte dei comandanti allora "silurati"; circa la met, in definitiva, dei capi del tempo di pace. Ma che cosa  dunque l'educazione militare, se a tutto prepara fuorch alla guerra? [Nota del luglio 1942].
56 [Abbreviazione di tat-major de l'Arme. N.d.R.].
57 Oggi, sulla scorta delle numerose testimonianze raccolte in questi due anni, ritengo che tali episodi siano stati assai pi frequenti di quanto non volessi credere immediatamente dopo la disfatta. Naturalmente non intendo modificare il testo. Per attenermi strettamente al vero, tuttavia, temo sarebbe necessario accentuare quanto  stato detto in merito alle manchevolezze di coloro che comandavano le nostre truppe.  un'ammissione dolorosa, che faccio a malincuore. Forse in certi gruppi (mi riferisco agli ufficiali della riserva come del servizio attivo) la crisi morale era assai pi profonda di quanto non si osasse pensare. Che non tutti ne fossero stati contagiati, questo  noto. Accanto a queste debolezze, negli stessi ambienti, quanti atti di coraggio! Sono questi contrasti che impediscono di percepire le sfumature della storia. Altrettanto pu dirsi in merito alla crisi della moralit collettiva in alcuni strati della societ francese e alle reazioni di segno opposto, contro la crisi, da parte di questi stessi elementi. Oggi, tutto ci lo conosciamo sin troppo bene: la "collaborazione"  stata un'infallibile pietra di paragone. [Nota del luglio 1942].
58 [Zotico, in particolare il contadino rivoltoso sotto Enrico IV e Luigi XIII. N.d.R.].
59 29 agosto 1914 - "Le lettere in arrivo sono sempre pi numerose. Tra queste, molte petizioni di preti o di donne che mi chiedono con insistenza di votare la Francia al Sacro Cuore. Molte di queste lettere sono toccanti... Altre, purtroppo, sembrano dettate pi dalla passione politica che dal sentimento religioso. Le nostre sconfitte vi appaiono come un meritato castigo inflitto da Dio alla Repubblica. La sacra Unione sarebbe dunque minacciata?" (Poincar, Au service, V, p. 165). Gi nel 1914 vi era chi considerava con preoccupazione l'ipnotica suggestione esercitata dall'idea del castigo.
60 "Les Cahiers politiques", organo clandestino del C G E (Comitato generale di studi della Resistenza), n. 2, luglio 1943, p. 9: Risposta di uno storico.
61 Les Cahiers politiques", n. 4, novembre 1943, p. 20.
62 "Les Cahiers politiques", n. 4, novembre 1943, p. 28.
63 "Les Cahiers politiques", n. gennaio 1944, p. 27.
64 [It. 'macchia' (prendre le maquis, 'darsi alla macchia'); per estensione termine con cui ci si riferisce all'organizzazione clandestina della Resistenza partigiana. N.d.R.]
65 Les Cahiers politiques", n. 8 (in realt 6), aprile 1944, p. 22.
66 Basti qualche citazione: "Le opinioni del generale Chauvineau sull'inizio delle operazioni terrestri sono piene di saggezza" (p. XIV). "Malgrado tutto non si rileva nel testo alcun errore fondamentale, se si eccettuano alcune omissioni relative all'operato dell'aviazione" (pp. XVIII-XIX). "Al generale Chauvineau spetter il raro merito di aver dimostrato che il fronte continuo  giustificato dalle lezioni della storia come dalle caratteristiche tecniche delle armi e della fortificazione" (p. XXI).
67 Cfr. pp. 80-81, righe 1-5.
68 Cfr. p. 179.
69 Cfr. p. 180. Cfr. p. 185.
70 Cfr. p. 190.
71 Cfr. pp. 190-91.
72 Cfr. p. 191.
73 [Dal verbo bachoter, preparare un esame frettolosamente, con il solo fine di superarlo. N.d.R.].
74 [Un'anima guerriera signora del proprio corpo. N. d. R.]
75 Il 18 settembre 1940, da Vichy (Segreteria di Stato alla guerra, gabinetto del Generale capo dello stato maggiore dell'esercito) giungeva a Marc Bloch la seguente lettera:
"Mio caro Bloch,
le spedisco qui accluso il rapporto che lei mi ha inviato, insieme ad una copia dattiloscritta. Mi scuso per la carta. Ne abbiamo poca.
Ho trasmesso una copia del rapporto a ciascuno dei terzi e quarti uffici. Ne invio una al colonnello Vignola Wiesbaden.
La ringrazio di aver segnalato in modo cos chiaro le sue interessanti osservazioni sulla campagna che abbiamo fatto alla prima armata; il quarto ufficio dell'EMA  contento di avere questo documento, che sar confrontato con quello di altre armate.
Cordialmente suo, Joseph Duchatelet".
Il 24 agosto 1940, lo stato maggiore delle armate, "nella necessit di trarre il massimo vantaggio possibile dalle esperienze della guerra", aveva preteso "che in particolare [fossero] raccolte tutte le informazioni utili sulle qualit e i difetti dei materiali utilizzati durante le operazioni attive". Lo stato maggiore sollecitava dunque i generali al comando delle 7e, 9e, 12e, 13e, 14e, 15e, 16e e 17e Regioni "ad invitare gli Ufficiali che abbiano esercitato un comando tra il 10 maggio e il 24 giugno 1940 e che possano esprimere in proposito un parere illuminato, a redigere un rapporto speciale sui materiali utilizzati nella loro unit".
[Nota all'edizione del 1990].
76 [Nell'ordinamento militare francese, sottufficiale di grado immediatamente superiore a quello di sergente maggiore. N.d.R.].
77 Prima pagina del primo dei Taccuini su cui Marc Bloch scrisse sin dall'ottobre del 1940, intitolati MEA.
78 [Je ne hais point la vie et j'en aime l'image | Mais sans attachement qui sente l'esclavage].
79 [L'un des points de ma morale est d'aimer la vie sans craindre la mort].
80 [Pour vivre, il faut savoir dire: Mourons].
81 [Mon enfants, il manque toujours quelque chose  la belle vie qui ne finit pas sur le champ de bataille, sur l'chafaud ou en prison].
82 "Les Cahiers politiques", n. 4, novembre 1943. Questo testo, per lungo tempo attribuito a Marc Bloch, sarebbe in realt di Edmond Vermeil.
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FINE.